La casa milanese di Vittorio Gregotti dove architettura e arte vivono insieme

Nel 1963 il giovane Vittorio Gregotti progettò gli interni dell’appartamento di famiglia come un luogo in cui collezionismo, architettura e vita quotidiana potessero convivere. Oggi quella casa torna a interrogare una tradizione tutta milanese: abitare l’arte.

All’inizio degli anni Sessanta Milano è uno dei principali laboratori dell’architettura italiana. La città cresce, la borghesia imprenditoriale costruisce nuove case e l’interno domestico diventa un terreno di sperimentazione in cui modernismo, design e arte entrano in dialogo. È il momento in cui molti giovani architetti iniziano a misurarsi con un tema destinato a diventare centrale nella cultura milanese: la casa come spazio identitario e di rappresentazione sociale, oltre che luogo dell’abitare.

Uno di questi è il giovane Vittorio Gregotti, ancora lontano dal ruolo che avrebbe assunto nella cultura architettonica italiana negli anni a seguire.

Ha 36 anni quando, nel 1963, viene chiamato dal nonno Quinto Gregotti a ripensare gli interni dell’appartamento di famiglia in via Bonaventura Cavalieri. Più che una committenza nel senso tradizionale, è un banco di prova e un gesto di fiducia: chi meglio del nipote — e di un giovane architetto promettente — per tenere insieme architettura, collezionismo e vita quotidiana, un intreccio che qui nasce letteralmente dentro la famiglia.

Quella stessa fiducia attraversa le generazioni e arriva fino a oggi, quando Maria Gregotti riapre la casa trasformandola in una private home gallery.

Era una casa moderna e profondamente vissuta, dove architettura e collezione dialogavano in modo naturale

Maria Gregotti

Una casa di collezionisti

“L’appartamento era la casa dei miei bisnonni Quinto Gregotti e Savina. Lui era un grande appassionato d’arte e un instancabile frequentatore delle Biennali di Venezia e delle Quadriennali romane”, racconta Maria Gregotti.

“Collezionava soprattutto opere del Novecento italiano, seguendo con attenzione il dibattito artistico del suo tempo e costruendo negli anni una raccolta guidata da relazioni dirette e amicizie sincere.”

Per fare un esempio tra i tanti, prima di trasferirsi in via Bonaventura Cavalieri Quinto abitava in via Mosè Bianchi, a pochi passi da Mario Sironi: una vicinanza che restituisce bene gusti, influenze e clima culturale della Milano di quegli anni. “Credo che questo dettaglio racconti quanto l’arte fosse parte integrante della sua quotidianità, non solo come collezione ma come rete viva di relazioni.”

Courtesy Casa Gregotti.

Quella in cui Quinto va trasferirsi non può che essere “una casa moderna e profondamente vissuta, dove architettura e collezione dialogavano in modo naturale e dove l’arte diventava occasione di incontro, di conversazioni e di scambio culturale.”

L’architettura della casa

Per raggiungere quel risultato, nel 1963 Vittorio Gregotti interviene sugli interni dell’appartamento, capendo subito che non può limitarsi a ridistribuire le stanze: progetta una casa pensata per convivere con le opere e con la vita culturale della famiglia.

L’impianto originario è stato conservato con grande rispetto e molti elementi di allora sono ancora presenti. Le armadiature in legno degli anni Sessanta sono integrate nell’architettura e scandiscono il ritmo degli ambienti, così come i sottili infissi divegnano varchi e le maniglie moderniste impreziosiscono le superfici.

Foto: Luca Rotondo. Courtesy Casa Gregotti.

Tra le cose che preferisce, Maria Gregotti sottolinea “i profili in marmo di Lasa, che attraversano le stanze principali incorniciando porte e passaggi con grande sobrietà”.

E ancora, “gli infissi con sottili profili in acciaio e le maniglie Caccia Dominioni restituiscono quella precisione e quel rigore tipici del modernismo italiano di quegli anni.”

Uno degli elementi più interessanti è la grande libreria che ingloba una colonna portante dell’edificio. In origine era stata pensata come mobile bar, ma nel tempo è diventata parte integrante dell’architettura.
“È un elemento molto importante: racconta un’idea di spazio in cui struttura e arredo diventano parte della stessa composizione.”

Lungimiranti, soprattutto se si pensa alla destinazione che la casa ha assunto oggi, appaiono anche i binari in acciaio progettati per appendere e sostituire con facilità le opere. “Erano stati pensati per permettere all’allestimento di cambiare nel tempo. Per Vittorio l’arte non era un elemento decorativo, ma una presenza strutturale dello spazio domestico.”

Foto: Luca Rotondo. Courtesy Casa Gregotti.
Racconta un’idea di spazio in cui struttura e arredo diventano parte della stessa composizione

Maria Gregotti

Arredi e memoria familiare

Agli aspetti architettonici si sovrappone oggi una stratificazione di arredi che riflette la storia della famiglia e la volontà di mantenere vivo il dialogo tra passato e presente.

Accanto agli elementi progettati da Vittorio Gregotti negli anni Sessanta compaiono mobili legati alla vicenda imprenditoriale della famiglia e alcune icone del design italiano del secondo Novecento.

Qui, le sedie Cavour, disegnate da Vittorio Gregotti con Lodovico Meneghetti e Giotto Stoppino alla fine degli anni Cinquanta, dialogano con le sedute firmate da Marco Zanuso. Il tavolo progettato dallo stesso Gregotti accompagna gli arredi legati alla storia dell’azienda tessile di famiglia, Bossi.

E ancora, la particolare attenzione al tessuto - un aspetto che per decenni ha rappresentato parte importante dell’attività imprenditoriale dei Gregotti - torna nella scelta di elementi contemporanei, come la poltrona Soriana di Afra e Tobia Scarpa per Cassina, scelta nella versione in denim.

Foto: Filippo Soffiantini. Courtesy Casa Gregotti.

Riaprire Casa

Racconta Maria Gregotti: “Quando mio padre mi ha affidato l’appartamento mi ha consegnato anche un libro molto speciale. All’interno c’era una dedica che si concludeva con le parole: ‘perché tu possa continuare’.”

È da qui che prende forma l’idea di riaprire la casa, dopo anni in cui l’appartamento era stato dato in affitto, immaginandola come uno spazio capace di mantenere viva la vocazione culturale che l’aveva caratterizzata fin dalle origini.

Quando mio padre mi ha affidato l’appartamento mi ha consegnato anche un libro molto speciale. Al suo interno c’era una dedica: ‘perché tu possa continuare’.

Maria Gregotti

Cresciuta in una famiglia di collezionisti, Maria Gregotti colleziona a sua volta e, pur giovanissima, ha già intercettato necessità e desideri dei mecenati del nostro tempo. Immagina così Casa Gregotti come un luogo in cui la dimensione domestica possa tornare a dialogare con l’arte e con il collezionismo contemporaneo.

“Definisco Casa Gregotti una private home gallery perché nasce e resta prima di tutto una Casa, con la C maiuscola. Non è uno spazio espositivo tradizionale, ma un luogo domestico in cui l’arte convive con la vita quotidiana.”

L’idea non è quella di trasformare la casa in una galleria, ma di riattivare uno spazio domestico che torni a essere luogo di incontro tra artisti, galleristi e collezionisti, mantenendo la dimensione privata che ha sempre caratterizzato la sua storia.

Foto: Filippo Soffiantini. Courtesy Casa Gregotti.

Non si tratta di uno spazio espositivo aperto al pubblico nel senso tradizionale del termine, ma piuttosto di un “salotto”: le attività si svolgono su invito, in un contesto volutamente selezionato. Un luogo raccolto che favorisca il dialogo e il confronto diretto con opere e artisti, mettendo chi arriva nelle condizioni di sentirsi a proprio agio, fare domande e costruire nel tempo un rapporto di familiarità con le opere.

Riaprirla oggi significa quindi non solo restituire vita a un’architettura domestica del modernismo milanese, ma anche proseguire una tradizione profondamente radicata nella cultura della città: quella di un collezionismo capace di sostenere l’arte del proprio tempo. Una storia familiare che lega abitare, collezionare e condividere l’arte — e che Maria Gregotti auspica di incoraggiare nelle generazioni future.

Maria Gregotti. Courtesy Casa Gregotti.

Abitare l’arte

Il programma di Casa Gregotti ha preso avvio con una collaborazione con la galleria Gió Marconi, che ha messo in dialogo opere storiche e contemporanee — tra cui lavori di Lucio Fontana accostati a quelli di Allison Katz.

La mostra attualmente in corso, To Live an Environment – 6 artisti sul tema dell’abitare (23 gennaio – 22 marzo 2026), curata da Angela Madesani, riflette invece sul rapporto tra arte e spazio domestico.

Le opere di Luca Gilli, Michele Guido, Marco Andrea Magni, Elena Modorati, Luca Pancrazzi ed Elisabeth Scherffig sono distribuite negli ambienti della casa e dialogano con lavori della collezione familiare, tra cui opere di Sironi, Sant’Elia e Morandi.

Come spiega la curatrice Angela Madesani, la mostra nasce proprio dall’idea di evitare la neutralità del white cube: “Più che costruire un allestimento tradizionale, l’idea era creare una convivenza tra le opere e la casa. Le opere non sono isolate ma si inseriscono nella vita dello spazio, quasi come se fossero sempre state lì.”

Ultimi articoli di Arte

Altri articoli di Domus

China Germany India Mexico, Central America and Caribbean Sri Lanka Korea icon-camera close icon-comments icon-down-sm icon-download icon-facebook icon-heart icon-heart icon-next-sm icon-next icon-pinterest icon-play icon-plus icon-prev-sm icon-prev Search icon-twitter icon-views icon-instagram