Un progetto nato per documentare il caos, “perché viviamo in un mondo strano”

Iconografie del XXI secolo è un profilo Instagram, un progetto editoriale che nasce digitale ma non si ferma lì, un riflesso del suo creatore. O forse solo un modo di fare giornalismo al passo con i tempi. L'intervista. 

Curato da Mattia Salvia, Iconografie del XXI secolo è un progetto che è difficile definire in una sola parola. Il suo obiettivo è ricostruire un’immagine dei tempi che viviamo, archiviando punti di vista sul mondo che ci circonda. Lo fa tramite un profilo instagram, articoli pubblicati in rete, zine cartacee e, da poco, una rivista vera e propria: “Iconografie del XXI secolo non è un progetto nato in modo pianificato, con un obiettivo preciso in mente. È qualcosa che ha preso la sua forma in modo autonomo, per tentativi ed errori e sulla base di una percezione: quella di vivere in tempi strani. È come se il mondo in cui viviamo, questa la mia impressione, sia entrato in una fase di caos sistemico. Uno di quei periodi che si verificano a cavallo tra un’egemonia globale e l’altra. Ho sentito il bisogno e il desiderio di documentare questa cosa, perché mi ero accorto che il ventunesimo secolo è un secolo nuovo che viene osservato e raccontato con lenti vecchie”.

Iconografie del XXI secolo è quindi un modo che Mattia Salvia, giornalista e politics editor di Rolling Stones Italia, usa per raccogliere, archiviare e catalogare “piccole cose che da sole non significano molto ma che messe in fila danno una chiave di lettura del presente”, come una foto di Bolsonaro che fa firmare una legge al suo cane, o il video di una lezione di yoga in streaming con sullo sfondo il colpo di stato in Myanmar. “È un lavoro che faccio giorno per giorno, post dopo post, su Instagram e che ogni tre mesi prende una forma cartacea. L’anno scorso come zine, quest’anno come rivista vera”, con il Lapham’s Quarterly come principale ispirazione. 

La geopolitica e conflitti sono centrali perché uno degli obiettivi è documentare il caos che esplode nel sistema globale quando manca un soggetto in gradi di esercitare al suo interno una forma di egemonia.

Le tre tag ideali che attraversano tutto questo lavoro di raccolta sono #geopolitica, #conflitti e #popculture. Lo conferma anche Mattia, dicendo che “purtroppo è vero”. Lo spiega così: “Iconografie del XXI è, nel bene e nel male, ancora il mio sguardo personale sulle cose che accadono nel mondo e non uno sguardo scientifico e neutro. La geopolitica e conflitti sono centrali perché uno degli obiettivi è documentare il caos che esplode nel sistema globale quando manca un soggetto in gradi di esercitare al suo interno una forma di egemonia. Sono due modi in cui questa assenza si manifesta. Mentre la cultura pop, che è molto presente nelle immagini che raccolgo, credo dipenda invece dal fatto che stiamo vivendo con tecnologie che facilitano enormemente la diffusione e la massificazione di artefatti culturali. A questi temi si aggiunge un interesse per molte dinamiche che accadono lontano dall’Europa. Per la prima volta da molto tempo, è relativamente facile avere anche altri sguardi sul mondo”. 

In quanto alla raccolta delle immagini, e alla loro verifica, Mattia risponde che non è proprio che lui le immagini le cerchi: “Quelle immagini mi sono sempre passate davanti agli occhi. Un po’ per il lavoro che faccio, che mi porta a occuparmi di questi temi tutti i giorni; un po’ per interessi personali e per il modo in cui li coltivo. Ossia fissandomi su un argomento fino a esaurirlo, per poi passare al successivo. Negli anni mi sono costruito una rete di fonti abbastanza ampia. È composta da giornalisti, corrispondenti locali, fotografi, analisti, attivisti, gente che sta in aree particolarmente interessanti del pianeta. Per cui se succede una cosa rilevante, se viene prodotto un pezzo di cultura visiva degno di nota lo vedo quasi subito. Anche perché le cose che documento – non sempre, ma spesso – sono cose che hanno in sé un certo potenziale virale. Sono cose che ti fanno esclamare “wow, assurdo”. Quindi, per le verifiche tendo a fidarmi delle mie fonti. Ma vado sempre a cercare se c’è una fonte accreditata che l’ha rilanciata. Se non c’è evito di riprendere quel contenuto, anche se è vero. Mentre quando ho dubbi cerco se il contenuto è già stato riportato su media locali. Se ho dubbi – anche solo sulla datazione: cerco di postare sempre e solo cose dell’anno corrente – lascio perdere”.

Quindi, gli ho chiesto in modo secco a questo punto, Instagram è uno strumento adatto a raccontare la realtà, oppure è solo una piattaforma commerciale? La sua risposta è stata altrettanto concisa: “il modo in cui ci si approccia a un mezzo ne cambia anche la funzione, indipendentemente dalle sue caratteristiche strutturali. Grazie a Instagram è possibile seguire la guerra in Libia dalla prospettiva di un combattente; con TikTok scoprire i balletti dei miliziani siriani della FSA. Antropologicamente parlando è qualcosa di notevole”.

Il frutto ultimo di questo lavoro sono le zine e le riviste, che escono una volta ogni tre mesi. Rappresentanto un po’ la somma dei vari temi che emergono di volta in volta nel corso della creazione dell’archivio. “L’ultimo numero, per esempio, è un archivio del trumpismo al potere 2017-2021. A lavorare a questi prodotti, che ora sono delle riviste con tutti i requisiti del caso, chiamavo persone come Raffaele Alberto Ventura, Cecilia Sala, Federico Nejrotti, Leonardo Bianchi, quasi tutti amici o persone che seguo. Tuttavia, nel 2021, questo modello cambierà. Ogni numero della rivista di Iconografie del XXI secolo sarà monografico e curato da un solo autore. Il numero sul trumpismo segue già questa impostazione”.

Ho chiesto a Mattia cosa ne pensa di questo modello di business in stile one man band per il giornalismo. A dire la verità non era molto d’accordo con me, infatti dice che con questo progetto non sente di fare giornalismo e che questo è un equivoco abbastanza diffuso. “Spesso la gente mi dice che si informa tramite Iconografie del XXI secolo e mi metto le mani nei capelli”, spiega, aggiungendo che il modello di business per cui un giornalista crea, diffonde e mette a valore il proprio personal brand usando strumenti digitali, viene sfruttato per creare cose immateriali: una newsletter, un podcast, un blog. “Io credo di stare facendo qualcosa che si avvicina alla piccola impresa”, spiega Mattia Salvia: “Oggi chi si occupa degli aspetti materiali della produzione della rivista, dalla grafica all’impaginazione passando per gli aspetti editoriali, ne riceve un piccolo compenso. Io invece non lo faccio per i soldi e, se devo essere sincero, non so nemmeno se mi piacerebbe fare quello che faccio con Iconografie del XXI secolo come lavoro vero e proprio”.

Immagine di apertura: Un gadget della polizia di Hong Kong in vendita per la Giornata dell’educazione sulla sicurezza nazionale (2021 via Eli Meixler). Courtesy Iconografie del XXI secolo