Stefano Graziani e la natura della fotografia: documentazione o interpretazione?

All’Osservatorio Fondazione Prada di Milano, con l’allestimento tutto blu e rosso di OFFICE Kersten Geers David Van Severen, 36 nuovi scatti di Stefano Graziani indagano il ruolo della fotografia, tra percezione e rappresentazione.

Vista della mostra “Questioning Pictures: Stefano Graziani”, Fondazione Prada Osservatorio, Milano. Poto Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti. Courtesy of Fondazione Prada

È chiaro che il suggeritore sotto la cupola nella personale di Stefano Graziani all’Osservatorio Fondazione Prada – spazio milanese votato alla fotografia dell’oggi – è sempre l’architettura (e il dato biografico che vuole Graziani architetto ne dà una ragione). È una mostra che non si fa visitare in modo lineare, né una volta soltanto, ma piuttosto “per via di”, potremmo chiamarli, “esercizi di visione fra” – anche se suona un po’ cervellotico – “percezione e rappresentazione”. Si può dire inizi con la figura mitica della Lucrezia nuda, con un braccio piegato dietro la testina bionda e l’altro che porta il pugnale al cuore. E termini, al piano superiore, con un platinato Palamede, pure nudo e senza foglia, a figura intera stante e con il disco (sono queste le immagini più fotografate e condivise dai visitatori). La prima è un quadro del Kunstmuseum di Basilea, dipinto nel Cinquecento da Lucas Cranach il Vecchio. Il secondo è una statuina di Canova datata due secoli dopo e conservata, scendendo di 600 chilometri, nella collezione del Museo Gipsoteca Antonio Canova a Possagno. Ma verso tutto ciò – chi è chi, cosa sta per cosa – Graziani mostra un, cortesemente velato, puro disinteresse. Quando gli si domanda dei soggetti delle sue foto (che, stringi stringi, si possono ricondurre tutte al tema classico della natura morta), risponde che, per quello che si dice il contenuto, non prova granché affezione. Le sue fotografie sono, anzitutto, un reggersi e appoggiarsi a vicenda per via di accostamenti formali. Presentandosi a lui, un’immagine viene come disinnescata della facilità con cui la si potrebbe vedere, nella sua diciamo chiarezza, dimodoché essa possa prestarsi a un paziente lavoro d’indagine e scoperta, senza che questo le strappi via fascino e colore.

Stefano Graziani, Lucas Cranach d. Ältere, Lucretia, um 1535/40 Öl auf Holz 79 x 64 cm, Kunstmuseum Basel, Ankauf 1934, inv. 1628, Basilea, 2017. Inkjet print 96 x 121 cm. Photo Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti. Courtesy of Fondazione Prada
Stefano Graziani, Lucas Cranach d. Ältere, Lucretia, um 1535/40 Öl auf Holz 79 x 64 cm, Kunstmuseum Basel, Ankauf 1934, inv. 1628, Basilea, 2017. Inkjet print 96 x 121 cm. Photo Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti. Courtesy of Fondazione Prada

Ecco allora all’Osservatorio alternarsi, su paraventi incernierati blu e rossi – come blu e rossa è la moquette a pavimento (l’allestimento è a firma dello studio belga OFFICE KGDVS) – 36 fotografie fatte con il banco ottico e poi scansionate; alcune sono vedute altri sono scatti di – chiamiamoli – oggetti cavati fuori da collezioni, archivi e musei, sconosciuti e inaccessibili ai più. Per dare un’idea: un album-souvenir di Pompei di fine Ottocento; la fotografia di un tempio del faraone Ramses; prototipi, disegni, prospetti – i nomi che rimbalzano sono quelli di (artisti e fotografi) Aldo Rossi, Adolf Loos, Gordon Matta-Clark, Giorgio Sommer e così via – e provengono, per lo più, dal Canadian Central for Architecture (CCA) di Montreal, ma pure da altri luoghi, diversi e distanti, che sono, oltre a quelli già citati, il Museo di Castelvecchio a Verona, il Museum Insel Hombroich a Neuss, il Muzeum hlavního mesta Prahy a Praga e il John Soane’s Museum a Londra, dove è stata scattata la prima foto, seppure pare non esserci stata alcuna rotta di pellegrinaggio.

“Abbiamo incrociato due direttrici”, dice il curatore Francesco Zanot. “La prima riguarda il piano della documentazione. Passiamo da un’immagine all’altra secondo la nostra conoscenza di ciò che viene rappresentato. La seconda sposta la lettura dal cosa al come. È il piano della non-documentazione”. Quando gli si domanda cosa esattamente questo significhi, artista e curatore puntano il dito su di una fotografia esposta al piano di sotto (moquette rossa), in cui si vede, m’informano, il prototipo di un tavolino disegnato da Mies van der Rohe con sopra alcune mele messe lì dall’artista. Al piano di sopra (moquette blu), si ritrova la stessa foto con le stesse mele, solo ruzzolate di qualche centimetro. Va da sé che, con una mela, si fa scomodare molta gente – da Paul Cézanne a Paul Graham con il suo Unreasonable Apple. “Il tavolo con le mele torna a svolgere la sua funzione di sostegno, totalmente inibita (letteralmente proibita) dalle regole della museificazione”, dice Zanot. “La natura della fotografia emerge qui in maniera inequivocabile come documento-non documento: e a favore del secondo pende il fatto, per esempio, che queste foto di Graziani hanno prospettive non zenitali, sono leggermente disassate o rotte da riflessi o un po’ storte o attraversate da figure spettrali”. Da qui il titolo della mostra: “Questioning Pictures”.

Fig.9 Vista della mostra “Questioning Pictures: Stefano Graziani”, Fondazione Prada Osservatorio, Milano. Photo Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti. Courtesy of Fondazione Prada
Fig.9 Vista della mostra “Questioning Pictures: Stefano Graziani”, Fondazione Prada Osservatorio, Milano. Photo Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti. Courtesy of Fondazione Prada

Le didascalie, altro argomento di cruccio, da sempre, per Graziani, riportano pari pari i dati forniti dalle istituzioni; per esempio, nel caso del tavolo con le mele: Natura morta, MR Table, Thonet, Ludwig Mies van der Rohe, 1935, Stiftung Insel Hombroich Neuss. Naturalmente s’insiste molto anche sul fatto d’aver agito in contesti disciplinati, come i musei, vere e proprie vestali della visibilità. L’immagine scelta per la locandina è il modellino del mai realizzato Fun Palace di Cedric Price, un’architettura in potenza. Chiedo a Graziani se c’è qualcosa che è stato impossibilitato a fotografare. “Sì”, risponde, “il magazzino della fabbrica Thonet a Frankenberg”. E se c’è un’opera che può distinguersi dalle altre. “Il viaggio da Karnak all’isola di Philae è stata fatta prima e inclusa poi nel progetto”. La foto su cui apre i palmi mostra un capitello senza colonna, finito a terra, “un oggetto appoggiato”.

Titolo mostra:
Questioning Pictures: Stefano Graziani
Curatore:
Francesco Zanot
Date di apertura:
9 novembre 2017 – 26 febbraio 2018
Sede:
Fondazione Prada Osservatorio
Indirizzo:
Galleria Vittorio Emanuele, Milano

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