Life in the folds

L’opera di Carlos Amorales è composita: stampa, scultura, cinema si fondono per dare forma a un’installazione di grande rigore formale, che prende vita grazie alla musica. #BiennaleArte2017

Carlo Amorales, Padiglione Messico, Biennale Arte 2017, Venezia. Photo © Venice Documentation Project
La relazione con l’altro, la paura e la tendenza a costruire confini; il linguaggio, le convenzioni e la loro codificazione e, viceversa, i possibili slittamenti tra ambiti; e poi la musica e il ruolo dell’arte nella società. Sono questi i temi fondamentali di Carlos Amorales, l’artista che rappresenta il Messico alla Biennale Arte 2017.
Carlo Amorales, Padiglione Messico, Biennale Arte 2017, Venezia. Photo © Venice Documentation Project
Carlo Amorales, Padiglione Messico, Biennale Arte 2017, Venezia. Photo © Venice Documentation Project

L’opera presentata nel padiglione “Life in the folds” è composita: stampa, scultura, cinema si fondono per dare forma a un’installazione di grande rigore formale, che prende vita grazie alla musica. La mostra si sviluppa attraverso una serie di trasposizioni, a partire da forme astratte che l’artista struttura in un alfabeto criptato, ma utilizzabile, con il quale compone le frasi di brevi testi poetici. Questi nuovi caratteri tipografici subiscono poi una nuova transizione trasformandosi in segni fonetici, dai quali si sviluppano testi che si presentano come partiture musicali. Ciascun carattere, segni grafici e d’interpunzione compresi, prende poi la forma di uno strumento musicale: un’ocarina in ceramica, che, se suonata, emette un suono particolare per ogni lettera.

Nel padiglione quasi 1.000 ocarine si confrontano con le 92 pagine di partiture fonico-musicali disegnate con il nuovo linguaggio inventato dall’artista, e fotocopiate, quindi appese alle pareti.

Carlo Amorales, Padiglione Messico, Biennale Arte 2017, Venezia. Photo © Venice Documentation Project
Carlo Amorales, Padiglione Messico, Biennale Arte 2017, Venezia. Photo © Venice Documentation Project
Non è un caso che l’artista abbia individuato come strumento le ocarine: “In queste ocarine si verifica una corrispondenza tra segni e figure. sono strumenti popolari, semplici e diffusi, tutti diversi tra loro nella forma, proprio come i caratteri di un linguaggio. Sono intimi. Suonano grazie al fiato, come fossero dotate di uno spirito o di un’anima”, dice Amorales.
Carlo Amorales, Padiglione Messico, Biennale Arte 2017, Venezia. Photo © Venice Documentation Project
Carlo Amorales, Padiglione Messico, Biennale Arte 2017, Venezia. Photo © Venice Documentation Project
Il suo linguaggio in codice può dunque essere sia “letto” sia “suonato”. Tutti questi elementi confluiscono idealmente nel film La aldea maldita (Il villaggio dannato) , che a Venezia è proiettato sulla parete di fondo del padiglione e che narra, con il linguaggio dell’animazione, la storia di una famiglia di migranti, linciata nel momento stesso del suo arrivo in un villaggio. I segni delle immagini sono semplificati. “Le figure sono modellate sulla base dei disegni della segnaletica stradale; per esempio ho fatto riferimento a quei cartelli che indicano che una famiglia potrebbe attraversare la strada”, spiega Amorales, da sempre attento ai linguaggi grafici della contempornaità. Un burattinaio, visibile nel video, segna le sorti di tutti i personaggi, controllandone i movimenti; “È il grande manipolatore: potrebbe essere la politica o la finanza, con i loro protagonisti, le loro logiche, i loro interessi”.
Carlo Amorales, Padiglione Messico, Biennale Arte 2017, Venezia. Photo © Venice Documentation Project
Carlo Amorales, Padiglione Messico, Biennale Arte 2017, Venezia. Photo © Venice Documentation Project

Le immagini della violenza non sono mostrate. Nel momento del linciaggio prendono il sopravvento la figura del burattinaio e la musica. Nel padiglione durante la proiezione un ensemble interpreta dal vivo la colonna sonora e gli eventi della storia suonando le ocarine.

Si tratta di Ensemble Liminare, un gruppo indipendente di musica contemporanea con sede a Città del Messico e dedicato alla musica sperimentale. Intanto due attori distribuiscono il giornale creato dall’artista e scritto con l’alfabeto criptato, che contiene un saggio critico su alcune questioni politiche messicane.

Carlo Amorales, Padiglione Messico, Biennale Arte 2017, Venezia. Photo © Lorenza Cini
Carlo Amorales, Padiglione Messico, Biennale Arte 2017, Venezia. Photo © Lorenza Cini
Con “Life in the folds” l’artista introduce il riguardante a un evento tragico assicurandogli, grazie al linguaggio dell’arte, una distanza che consente una più chiara visione; ma che dà anche forma sensibile ai tanti filtri che sempre si frappongono tra noi e la realtà che ci circonda. Quella distanza e quei filtri sono uno dei temi centrali del lavoro di Amorales, che non a caso in molte opere introduce il dispositivo della maschera. La stessa distanza è però contraddetta dai suoni che, accompagnando l’andamento del video, si alzano di tono e di tensione fino a generare una situazione di grande coinvolgimento.
La storia di “Life in the folds” è riferita al Messico, un paese di squilibri e di violenza estrema, in cui la presenza delle armi è pervasiva e i casi di linciaggio frequenti. Ma è anche associabile a una situazione geopolitica più generale che induce da un lato la necessità di migrare sotto la pressione della povertà e della guerra, dall’altro le reazioni di chiusura e di rifiuto rispetto ai migranti. “Le immagini di migrazione e linciaggio sono metafore di una crisi generalizzata che potrebbe riguardare qualunque paese e qualsiasi persona considerata a qualsiasi titolo straniera o intrusa” dice Amorales. “Credo che ci troviamo in un momento in cui discutere della libertà di pensiero sia di vitale importanza, se vogliamo vivere in una società in cui i diversi punti di vista possano mescolarsi tra loro, contribuendo a rafforzare la nostra nozione di uguaglianza e giustizia. Dal punto di vista artistico, ho studiato il modo in cui la scrittura è crittografata, inventando una forma di tipografia astratta: una strategia che preserva i contenuti dei testi, altrimenti messi a tacere se fossero resi leggibili. Per il Padiglione del Messico alla Biennale Arte 2017 ho codificato un alfabeto secondo le leggi delle lingue formali, partendo dall’astrazione fino a raggiungere il livello della figurazione, in cui la comunicazione può avvenire apertamente.
Carlo Amorales, Padiglione Messico, Biennale Arte 2017, Venezia. Photo © Lorenza Cini
Carlo Amorales, Padiglione Messico, Biennale Arte 2017, Venezia. Photo © Lorenza Cini
Il suo stesso processo di continua traduzione del significato da un linguaggio all’altro e da un formato all’altro – arti visive, animazione, cinema, musica, letteratura, poesia, performance – fino all’invenzione di nuovi alfabeti, è significativo di questo tentativo di abbattere barriere, linguistiche, disciplinari e, per estensione, di ogni genere, in nome di un messaggio: l’individuo si deve rendere conto dei filtri attraverso i quali guardia l’altro. Le modalità di questo sguardo vanno riconsiderate affinché si possa interrompere il circolo vizioso delle paure, delle conflittualità e della violenza che attanaglia il mondo.
L’installazione è accompagnata da un libro che comprende disegni preparatori come una sorta di storyboard, immagini del video, delle partiture, e testi in diverse lingue, tra le quali quella inventata da Amorales.
© riproduzione riservata


fino al 26 novembre 2017
Carlos Amorales – Life in the Folds
Padiglione del Messico
57. Esposizione Internazionale d’Arte
Arsenale, Sala d’Armi, Tesa B
Curatore
: Pablo León de la Barra
Commissario
: Gabriela Gil Verenzuela

 

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