L’ultimo fotografo genuino

In occasione della grande mostra alla Fondazione Fotografia di Modena, Hiroshi Sugimoto racconta a Domus il suo ruolo di artista-scienziato, mosso dall’inesauribile desiderio di sperimentare, “felice di aver lavorato al termine di quella che possiamo definire la vera era fotografica”.

Hiroshi Sugimoto Stop Time
Su Hiroshi Sugimoto vedi anche l’articolo “Studio con sala per la cerimonia del tè” pubblicato su Domus 988, febbraio 2015.

 

“Ultimamente mi sto muovendo verso l’architettura, ma prima di fare l’artista e il fotografo ero mercante d’arte; non ho un approccio statico alla mia professione. Posso realizzare allo stesso modo un palazzo o un giardino, senza pormi limiti. Non so quanto tempo mi rimanga da vivere, ma ho grandi progetti per il futuro: mi dedicherò al teatro, a comporre musica e scrivere sceneggiature”.

Hiroshi Sugimoto
In apertura: Hiroshi Sugimoto, Birds of The Alps, 2012. Stampa ai sali d’argento, 119,5 x 171,5 cm. Per gentile concessione dell’artista. Sopra: Hiroshi Sugimoto, Birds of the South Georgia, 2012. Stampa ai sali d’argento, 119,5 x 184,5 cm. Per gentile concessione dell’artista
Hiroshi Sugimoto appartiene a una categoria di artisti onnivori e poliedrici che potremmo definire “leonardiani”. A guidarlo ci sono la sete di conoscenza, l’irrefrenabile bisogno di capire e decifrare i meccanismi che muovono il mondo, attraverso una ricerca che si espande a molteplici campi del sapere. La sua investigazione cerca di comprendere l’essenza dell’essere umano, la sua origine, la nascita della sua coscienza: “L’arte è lo strumento più importante per indagare la nostra natura profonda; per questo non solo la produco, ma la studio e la colleziono. M’interessa capire da dove veniamo e cosa erano solite fare le persone 2.000 anni fa, o ancora prima, in tempi di cui non abbiamo traccia”.
Hiroshi Sugimoto
Hiroshi Sugimoto, Lightning Fields 225, 2009. Stampa ai sali d’argento, 58,4 x 47 cm. Per gentile concessione dell’artista
Ecco allora che prendono forma i suoi potenti Seascapes: infiniti orizzonti tra cielo e mare apparentemente privi di vita, che l’artista immagina come primigenia percezione del mondo da parte dei nostri antenati. “Il mare è lì da milioni di anni; queste distese d’acqua sembrano tutte uguali, ma prestando attenzione alla forma delle onde o alla qualità dell’aria, si iniziano a vedere sottili, ma profonde differenze. Per notarle, bisogna soffermarsi sulla ricchezza dei dettagli e bisogna ripetere il gesto più e più volte. Per questo da anni, lavoro attraverso serie fotografiche. I nostri occhi ci consentono di guardare il mondo in maniera frenetica, ma per prestare veramente attenzione a tutti gli elementi che lo costituiscono è necessario fermarci e ciò è possibile attraverso la fotografia e la sua capacità di cristallizzare il tempo”. Da questa riflessione parte “Stop Time” la mostra alla Fondazione Fotografia di Modena che raccoglie esempi di tutti i più importanti nuclei del lavoro fotografico del celebre artista giapponese.
Hiroshi Sugimoto
Hiroshi Sugimoto, Serpentine Pavillion, 2013. Stampa ai sali d’argento, trittico, 119 x 448 cm
Da quando esiste l’uomo, esiste il desiderio di fermare lo scorrere del tempo; questo raccontano i maestosi Theatres. Sui palchi di teatri sparsi per il mondo, Sugimoto proietta un film che riprende in un singolo fotogramma, rendendolo perciò illeggibile all’occhio umano. Lascia infatti l’obiettivo della macchina fotografica aperto per tutta la durata della proiezione immortalando grandi schermi bianchi. “Ogni immagine esposta per lungo tempo è molto luminosa e se estremamente sovraesposta scompare. È una metafora di come il tempo possa lavare via o bruciare ogni cosa. Ma è anche un modo per tornare al punto zero, all’inizio; da dove veniamo e dove inesorabilmente torneremo”.
Hiroshi Sugimoto
Hiroshi Sugimoto, Tyrrhenian Sea, Conca, 1994. Stampa ai sali d’argento, 119,5 x 149 cm. Per gentile concessione dell’artista
Il tema dell’archetipo e dell’origine si ripete anche nella serie Architectures: Sugimoto fotografa volutamente fuori fuoco opere rappresentative dell’architettura modernista. Attraverso queste immagini indefinite vuole riconnettersi con la visione dell’artista-architetto al momento della creazione dell’opera, quando per la prima volta nella sua mente si prefigura l’idea.
Lavora esclusivamente in altissima definizione. Come un moderno alchimista detiene infatti saperi e segreti di una tecnica dove la cura artigianale, dallo scatto alla stampa, porta all’eccellenza. “Ho cominciato negli anni Settanta e a livello qualitativo la fotografia analogica rappresenta il massimo, arrivando a risultati che quella digitale ancora non può ottenere”. La destrezza manuale è un tratto distintivo di Sugimoto, artista-scienziato mosso dall’inesauribile desiderio di sperimentare. Costruisce macchine e strumenti, come nella serie Lightning Fields, per la quale non utilizza nemmeno la macchina fotografica, ma impressiona la pellicola attraverso l’emissione di scariche elettriche. L’impulso prodotto da un generatore collegato ad un utensile-bacchetta di sua invenzione, scrive direttamente sul negativo, creando forme antropomorfe che sembrano organismi primordiali: “Forse un giorno scoprirò attraverso questo processo l’origine della vita”.
Hiroshi Sugimoto
Hiroshi Sugimoto, El Capitan, Hollywood, 1993. Stampa ai sali d’argento, 119,5 x 149 cm. Per gentile concessione dell’artista
Il valore cruciale che Sugimoto attribuisce alla scienza è evidente nella serie Photogenic Drawings dove fotografa i negativi mai stampati del maestro Fox Talbot (inventore della fotografia) destinati ad andare progressivamente distrutti per via dell’agire del tempo: “Con quelle immagini, il mondo sensibile e la fotografia entrarono per la prima volta in relazione tra loro, un fatto epocale e del massimo valore simbolico. Ho pagato la mia personale collezione di disegni fotogenici più di un milione di dollari; solo il Getty Museum ne ha una più importante”.
Il lavoro di Sugimoto è poi anche una riflessione sulla transitorietà della nostra esistenza. La civiltà umana è esplosa nel mezzo di due ere glaciali, ma 4.000 o 5.000 anni non sono nulla in confronto ai tempi della natura o dell’universo: “A partire dagli anni Trenta del 900 e dopo la nascita del Movimento Moderno il mondo ha cominciato a cambiare a una velocità esponenziale. Stiamo andando verso un’era finale di cui la gente non si preoccupa continuando a sognare un futuro radioso”.
Hiroshi Sugimoto
Hiroshi Sugimoto, MoMA, Bauhaus Stairway, 2013. Stampa ai sali d’argento, 149 x 119,5 cm. Per gentile concessione dell’artista
I Dioramas sono dunque scenari in cui Sugimoto immagina la vita dopo la scomparsa dell’essere umano sulla terra. Quando l’artista arriva a New York negli anni Settanta, rimane affascinato dal Museo di Storia Naturale dove vede riprodotte artificialmente grandi e dettagliate scene che documentano la vita sul nostro pianeta, i diorami appunto. Nei primi del 900 lo stesso Museo aveva inviato vari artisti a ritrarre fedelmente gli scenari di diversi parchi e sulla base dei loro disegni e dipinti, aveva poi commissionato queste puntuali ricostruzioni tridimensionali. Sugimoto intuisce che rifotografando i diorami in bianco e nero, ne cancella l’aspetto fittizio e teatrale e li rende più reali di come si presentano dal vero. Cosa dunque il nostro occhio riconosce come vero? La fotografia secondo l’autore è un’illusione, così come lo è la vita stessa. “Credo che la realtà corrisponda molto bene al mito platonico della caverna dove gli esseri umani possono vedere solo delle ombre proiettate da loro stessi. C’è una luce dietro di te, ma non sarai mai in grado di vederne la fonte, e capire da dove viene. Non posso provare o confutare il mio esistere, posso solo conoscerlo nella mia esperienza”.

Da questa consapevolezza nascono anche i Portraits un’evoluzione concettuale dei Dioramas, che continuano a rielaborare il tema della copia della copia. Si tratta di fotografie scattate a statue di cera della collezione di Madame Tussaud create sulla base di calchi dal vero fatti da lei ai suoi soggetti e di ritratti: “Le persone vive sono un materiale troppo grezzo per essere preso a soggetto, per questo non c’è la presenza umana nel mio lavoro.

Molto meglio fotografare uomini di cera, certamente più reali, in quanto corrispondono al più alto livello di aspettativa dell’immagine della persona stessa. Prendiamo Napoleone: è stato prima idealizzato quando ritratto, poi riprodotto in cera e infine fotografato da me che ho aggiunto degli ulteriori interventi di ‘chirurgia plastica’ attraverso lo sviluppo e la stampa delle mie foto”. È interessante pensare a queste icone della storia che sono esistite prima dell’invenzione della fotografia. Napoleone, è un esempio chiave.

Hiroshi Sugimoto
Hiroshi Sugimoto, Bay of Sagami, Atami, 1997. Stampa ai sali d’argento, 119,5 x 149 cm. Per gentile concessione dell’artista
La fotografia è stata inventata solo diciotto anni dopo la sua morte, cosa sarebbe stato della sua immagine se fosse stato fotografato? Il famoso ritratto aulico di David che lo immortala come un eroe in sella al suo cavallo bianco sarebbe forse stato soppianto da una realistica fotografia? “La visione pittorica è sempre stata molto più facilmente presentabile di quella fotografica, perché idealizzata. Adesso però con l’avvento del digitale, in fotografia puoi applicare tutte le modifiche che vuoi, proprio come in pittura. Ma io non sono interessato a questo cambiamento. La mia fotografia, quella tradizionale, esiste da 180 anni e io mi considero l’ultimo fotografo genuino. Sono molto felice di aver lavorato al termine di quella che possiamo definire la vera era fotografica”.
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