Nouvelles Vagues

Al Palais de Tokyo di Parigi, 20 mostre collettive rovesciano sul visitatore un informe tsunami curatoriale: una scelta che genera confusione e distanza dall’idea di contemporaneo.

Nouvelle vagues
Titolo e comunicazione della stagione estiva del Palais de Tokyo ammiccano in modo plurale e leggermente comico alla Nouvelle Vague.
Quella stagione gloriosa fu un episodio planetario d’impegno nel rinnovo delle grammatiche dell’immagine che, purtroppo, non fa rima con questa mega mostra “tappa-buchi”.
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In apertura: Henrique Oliveira Baitogogo , in "Nouvelles vagues", Palais de Tokyo, Parigi, 2013. Courtesy l'artista, la Galeria Millan, São Paulo, e la Galerie GP&N Vallois, Paris
. Photo André Morin. Sopra: vista della mostra "Champs Elysées", in "Nouvelles vagues" Palais de Tokyo, Paris. Fotografia André Morin
“È un periodo morto nel quale non succede granché”, lo dice addirittura Jean de Loisy, che del luogo è presidente. Dunque, quale migliore escamotage se non attingere al bacino in crescita esponenziale dei curatori? A disposizione di ciascun progetto ci sono 20.000 euro e anche questa volta si è finito per riempire i tre livelli del Palais de Tokyo. Il risultato è una ventina di mostre collettive con nomi, titoli e concetti leggermente sbiaditi: “Il metodo Jakobsen”, “File not found”, “La fine della notte (parte I)”, “Champs Elysée”, “The floating admiral”, “Un escalier d’eau…”.
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Vista della mostra "The Black Moon", in "Nouvelles vagues", Palais de Tokyo, Parigi. 
Fotografia Aurélien Mole

Potrebbero essere – a scelta – i capitoli di un libro, i titoli di una playlist o anche soltanto la traccia visibile del disastro narcisistico che ci circonda. La stessa origine patologica dei proliferanti “ego-museum” privati, di cui qui si mimano le forme nella versione di servizio pubblico. Una scelta perfetta per rigenerare confusione e distanza dall’idea di contemporaneo, rovesciando sul visitatore un informe tsunami curatoriale.

Dopo il disastro dell’intero concept, occorrerà comunque occuparsi di questi splendidi relitti. Ci sono bellissime opere in mostra: tanti straordinari giovani, a fianco di vecchi artisti con le loro intuizioni che sicuramente sarebbero arrivate al pubblico con tempi, logiche e criteri differenti da quelli della selezione di questo progetto.

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Vista della mostra "File not found", in "Nouvelles vagues" Palais de Tokyo, Parigi. Fotografia André Morin

 Certo vedere qualche lavoro di Amirita Sher-Gil, scoprire la maquette di Adolf Loos per la casa di Josephine Baker o vedere un bel video di Otolith Group fa sempre piacere. Purtroppo, però, anche per i curatori indipendenti esiste un gotha curatoriale planetario, che suggerisce mode e detta regole e liturgie.

Si sono infrante però la meraviglia e l’ideologia degli anni Settanta, nati dalla semplicità del fare arte. Ora si fanno avanti i nuovi numi tutelari Hans Ulrich Obrist, il nostro Massimilano Gioni, Jens Hoffmans che hanno supervisionato la splendida offerta parigina di moduli espositivi.

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Vista della mostra "This House", in "Nouvelles vagues", Palais de Tokyo, Parigi. 
Magnhild Øen Nordal. Courtesy l'artist
a. Fotografia André Morin
Certo “L’antigrazioso”, mostra curata da Luca lo Pinto è un piccolo gioiello. È un’oasi di freschezza e intelligenza, ma credo che al pubblico le ceramiche di Cameron Jamie piacerebbero lo stesso senza la superba mediazione della sequenza di foto della Portinaia di Medardo Rosso. È in questa risibile forzatura dell’accostamento, tra le forme di curatela contemporanea e la nouvelle vague cinematografica che risiede l’equivoco. Tupac Shakur non sta ai Roxy Music della mostra “Trasformer”, nella coscienza della disciplina. Nella logica dell’intrattenimento sì.
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Vista della mostra "The Real Thing", in "Nouvelles vagues", Palais de Tokyo, Parigi. Fotografia Aurélien Mole
Il curatore contemporaneo è un poco come Orlan quando, in nome dell’autentico, querela Lady Gaga e risulta disarmante. Meglio, allora, la mossa di Francesco Vezzoli che fa suonare pianoforti personalizzati da Damien Hirst all’opening gala del Moca. Nella comunicazione ufficiale di questa mostra, i curatori sono presentati come i veri eroi e non solo di questo show. Figure che si muovono al di fuori dell’accademia, che sfuggono alle regole del mercato e ai codici dell’istituzione.
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Vista della mostra "Martí Anson, Catalan Pavilion. Anonymous architect", in "Nouvelles vagues", Palais de Tokyo, Parigi. 
Courtesy l'artista e la galleria Estrany de la Mota, Barcellona. Fotografia André Morin

Un nuovo ristorante di livello ha aperto al Palais de Tokyo, le vetrate portano la firma di Cattelan e Toilet Paper almeno per qualche mese e l’opera più bella esposta fuori da ogni sguardo curatoriale è quella di Estefanía Peñafiel Loaiza

Dal 2009, raccoglie – come fosse un médicinale – il residuo delle gomme da cancellare che utilizza nel suo lavoro. Non è certo Rauschenberg che cancella De Koonig, ma gli artisti restano i più bravi a creare antidoti a uso e consumo dei curatori.

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