Un altro modo di guardare all'arte è non solo possibile, ma più probabilmente necessario.
Questo è l'assunto, il segreto e il successo della bella mostra che per tutta l'estate occuperà gli spazi della Fondation Cartier: Histoires de voir. Nello splendido scrigno, la parola utilizzata da Alessandro Mendini, che firma l'impaginazione perfetta per 400 opere dalla fruizione molto delicata. Manufatti presentati con umiltà monacale in un bellissimo percorso espositivo in cui ha inserito alcune sue opere, per sottolineare ben oltre la sua felice e calorosa scenografia, l'interesse che da sempre porta per il contenuto di altissimo artigianato e la delicatezza dell'arte popolare, capace di parlare direttamente al cuore, senza soccombere al raffreddamento dell'organizzazione culturale del contemporaneo.
L'operazione è contenuta nella capacità evocativa dell'arte naivë e marginale, che ultimamente recupera smalto, presentandosi come un antidoto al florilegio di immagini patinate e digitali prodotte automaticamente dai rituali consumistici dell'esperienza digitale. Il mondo in cui viviamo, per riprendere le parole di Joseca uno dei due indigeni Yaomani in mostra, è sempre più ricoperto e percepito attraverso una pelle di immagini.
La mostra che Hervé Chandés ha curato, coadiuvato da un team allargato di ricercatori, propone un viaggio indimenticabile nei territori e nelle aree geografiche che sono considerati nuove miniere per l'arte emergente: dall'India, al Brasile, all'Iran e all'Africa, ma con intenti completamente diversi dall'agenda etnografica o concettuale odierna. I soli punti di confine della geografia di queste opere, con lo sguardo contiguo all'arte contemporanea, sono il Giappone urbanissimo e trasfigurato da un grande artista come Tadanori Yokoo – qui impegnato a rivisitare una sua mitologia personale in una serie che prende in prestito un naif storicizzato, il Doganiere Rousseau – e le megalopoli dalla tavolozza africane meticolosamente e ossessivamente descritte da Mamadou Cissé.
Histoires de voir
La nuova mostra della Fondation Cartier è un viaggio indimenticabile nei territori dell'arte emergente: 400 opere – da India, Brasile, Iran e Africa – presentate con umiltà monacale nel bellissimo allestimento di Alessandro Mendini.
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- Ivo Bonacorsi
- 29 maggio 2012
- Parigi
Lungo tutto il percorso espositivo, si respira una critica sotterranea alla Parigi che cavalca l'onda dell'etnografia e si celebra nel chiarissimo display documentario di Mendini, un'altra religione, che si nutre dell'eresia del genio autodidatta, santificando la capacità degli artista nel trovare soluzioni plastiche originali in una condizione di bellezza universale. È, ancora una volta, il miracolo della fruizione diretta. Ci si ripete, fortunatamente, come negli anni eroici in cui Marcel Duchamp impose Costantin Brancusi al modernismo, quando arte negra e avanguardie si fondevano nel più potente dispositivo artistico di una nuova sensibilità. Nessun bisogno di mediazione culturale perché tutte le opere esposte sono cariche di magia, nel senso antropologico della parola, e parlano e raccontano di un mondo panteista e strettamente autobiografico, dispiegandone i legami tra la ragione d'essere e il sentimento creativo e il mondo, tout-court. Difficile è il dettaglio di ogni singola pratica creativa esposta. Dalla creatività tribale che intreccia l'Amazzonia in via di disintegrazione, riletta nei disegni pennarello su carta di Taniki, che affiora e contemporaneamente si dissolve nella potenza sismografica del suo segno. Lo sciamanesimo – e il rito più in generale – opera come testimone diretto di un passaggio di esperienza dallo sguardo alla sua cristallizzazione in tecniche e immagini.
La trasfigurazione plastica avviene spostandosi per gruppi di opere e continenti, attraverso il ricamo, la ceramica o qualsiasi altra tecnica più o meno ancestrale, ibridata spesso con la modernità dei soggetti, ma in grado di restituire, nella bellezza, il sentimento orfano della violenza creatrice. La complessità delle opere non riguarda solo l'aspetto esoterico o cosmologico. La mostra raccoglie pratiche distanti: ci sono i disegni Huni kuï, che provengono dai territori di raccolta del caoutchouc e fanno sopravvivere i canti e le tradizioni locali, legate a pratiche allucinogene; i rituali del vudù haitiano con le sue bandiere in cotone grezzo ricamate per gli altari e i templi cerimoniali; e centinaia di testimonianze individuali che provengono da atelier di comunità o familiari. Bellissime le terrecotte di Isabel Menda da Cunha, che – dalla ceramica utilitaria legata all'uso quotidiano e venduta sui mercati locali – è passata a una vocazione artistica per ragioni puramente economiche. Il prodotto d'uso non funzionava più, spazzato via dal mercato industriale.
L'arte naivë e marginale ultimamente recupera smalto, presentandosi come un antidoto al florilegio di immagini patinate e digitali prodotte automaticamente dai rituali consumistici dell'esperienza digitale.
Sono presenti, in un'idea generalizzata e che percorre l'intera mostra, un enorme repertorio di figure di grande forza e segnali emblematici di resistenza di un mondo, precisamente, più autentico. Una cartografia sensibilissima uno strumento cardiografico dai colori pastello, riuscito nel disegno espositivo in grado di regalare istanti di scoperta a ogni angolo, a patto di sapere auscultare le opere, abbandonando i preconcetti su identità culturali fondamentalmente differenti, ma dalla portata estetica davvero efficace. Una bellissima selezione di materiali audiovisivi sugli aspetti comunitari e di produzione dei lavori e di tutti artisti in mostra approfondisce in modo tematico la ricerca, punteggiata da spiegazioni e didascalie veloci, ma pertinenti per ogni gruppo di opere.
Nel lavoro di scoperta di Histoires de voir, fra le tante sorprese, una vera perla è rappresentata dai film di Ariel Kuaray Poty Ortega. Indigeno guarani, Ortega si è appropriato della tecnica cinematografica e l'ha piegata a un uso collettivo, ma non strettamente documentario. E i proventi della diffusione della sua opera sono reinvestiti per la riforestazione attorno al suo villaggio. Ecco quindi che la luce, la liberta e l'epifania del suo lavoro – e non solamente l'intento concettuale – riaprono il discorso sull'efficacia dell'arte contemporanea.