La mostra che Hervé Chandés ha curato, coadiuvato da un team allargato di ricercatori, propone un viaggio indimenticabile nei territori e nelle aree geografiche che sono considerati nuove miniere per l'arte emergente: dall'India, al Brasile, all'Iran e all'Africa, ma con intenti completamente diversi dall'agenda etnografica o concettuale odierna. I soli punti di confine della geografia di queste opere, con lo sguardo contiguo all'arte contemporanea, sono il Giappone urbanissimo e trasfigurato da un grande artista come Tadanori Yokoo – qui impegnato a rivisitare una sua mitologia personale in una serie che prende in prestito un naif storicizzato, il Doganiere Rousseau – e le megalopoli dalla tavolozza africane meticolosamente e ossessivamente descritte da Mamadou Cissé.
L'arte naivë e marginale ultimamente recupera smalto, presentandosi come un antidoto al florilegio di immagini patinate e digitali prodotte automaticamente dai rituali consumistici dell'esperienza digitale.
