Dopo decenni trascorsi a inseguire la leggerezza, l’architettura sembra tornare a guardare alla massa. A partire dalla stagione High Tech, il progetto contemporaneo ha affidato a involucri sempre più sottili e tecnologicamente sofisticati il compito di smaterializzare la costruzione. Oggi, in apparente controtendenza rispetto a quella traiettoria, la pietra naturale — e il marmo in particolare — stanno riconquistando un nuovo peso nel progetto: contraltare massivo dell’evanescenza moderna, dotata di una longevità e di una ricchezza espressiva difficilmente eguagliabili, la pietra non è più solo citazione erudita o emblema del lusso ma anche materia di sperimentazione capace di rispondere a requisiti tecnici ed estetici sempre più sfidanti, dal rivestimento ai sistemi strutturali.
Per interpretare più da vicino questo fenomeno, Domus ha esplorato il distretto veronese della pietra, uno dei più antichi e strutturati d’Europa dove, attorno a Sant’Ambrogio di Valpolicella, nel corso del tempo un sistema stratificato di cave, laboratori e aziende di trasformazione si è consolidato attorno a materiali come il Rosso Verona, la Breccia Pernice e la Pietra della Lessinia. È qui che nel 1940 è nata la “Mostra del Marmo e delle Macchine”, iniziativa avviata come fiera locale e poi progressivamente evoluta, grazie alla crescita industriale e all’apertura internazionale del comparto, in Marmomac, dagli anni ’90 a Veronafiere: più che una fiera, una piattaforma multidisciplinare di osservazione sulle trasformazioni della filiera litica tra tecnologie, processi produttivi, contract globale, ricerca applicata e design.
Una nuova “età dell’oro” della pietra
Ma perché oggi la pietra torna al centro del progetto? A renderlo possibile è prima di tutto un’evoluzione delle tecnologie di lavorazione. Ne abbiamo parlato con Joseph Grima, co-curatore dell’edizione di Marmomac 2026 in programma dal 22 al 25 settembre a Veronafiere, nello scenario maestoso e vagamente amniotico della Cava di Prun, uno dei luoghi più rappresentativi del paesaggio estrattivo veronese. Qui, fino agli anni Cinquanta, si estraeva la pietra calcarea sedimentaria che Paolo Portoghesi definiva “l’unica pietra in grado di interpretare il fraseggio architettonico nella sua interezza”. Oggi il sito, con le sue geometrie oblique come scenografie di un espressionismo primordiale, resta testimonianza archeologica di una sapienza estrattiva tanto precisa quanto radicale.
“Stiamo vivendo una nuova ‘età dell’oro’ della pietra”, afferma Grima. “Attraverso l’osservatorio di Alcova (di cui è co-fondatore, NdA), vediamo un interesse crescente da parte dei progettisti per questo materiale. Ciò è reso possibile dallo sviluppo tecnologico degli ultimi anni: automazione avanzata, robotica, software parametrici e lavorazioni computazionali hanno considerevolmente ampliato le possibilità produttive e commerciali della pietra, riducendo tempi e margini di errore e rendendo economicamente accessibili soluzioni un tempo proibitive”.
La pietra tra luci e ombre, con uno sguardo a lungo termine
L’entusiasmo che circonda il ritorno della pietra non cancella però le criticità che accompagnano la sua estrazione. Versatile, durevole e sempre più performante: la pietra è dunque il materiale del futuro? La domanda apre a un dubbio difficilmente eludibile perché il suo impiego dipende da un’infrastruttura estrattiva tutt’altro che neutra: cave che modellano in modo irreversibile il territorio, consumo di suolo, frammentazione di paesaggi, trasporto e lavorazione in filiere spesso energivore e distribuite su scala globale.
“A fronte di un rinnovato entusiasmo nell’utilizzo della pietra”, conferma Grima, “esiste un rischio inequivocabile legato alle attività estrattive, che possono entrare in conflitto con la tutela ecologica e paesaggistica”.
Allo stesso tempo, in un contesto segnato dalla transizione ecologica, cresce l’attenzione verso il costo carbonico dell’edilizia, con la pietra che viene sempre più spesso considerata una possibile alternativa ai materiali ad alta intensità emissiva. Non richiede infatti processazione industriale ad alte temperature: viene estratta e lavorata più che prodotta e, per questo, mantiene generalmente un’impronta climalterante inferiore rispetto, ad esempio, a cemento e acciaio.
“Oltre alla minore emissività della pietra rispetto al cemento”, aggiunge Grima, “nuove normative stanno aprendo scenari più sostenibili, consentendo il riuso degli scarti lapidei nella produzione di agglomerati e ampliando il campo ad applicazioni un tempo non consentite”.
Permanente ma adattabile: l’architettura come dono per il futuro
Per Grima, il ritorno della pietra nel progetto contemporaneo non è però soltanto una questione di tecniche o processi più efficienti ma anche la manifestazione di una più profonda urgenza culturale. In un tempo segnato da obsolescenza programmata e mode volatili, il progetto tende sempre più a iscriversi in logiche di consumo istantaneo: edifici, materiali e sistemi tecnologici con cicli di vita brevi e concepiti per essere rapidamente sostituiti.
È ciò che Grima definisce il “fast fashion dell’architettura”, in cui la durabilità cede il passo alla sostituzione continua e accelerata e a cui la materia lapidea — per sua natura pressoché eterna — fa da controcampo critico.
“Viviamo un momento storico con la minore capacità di progettare a lungo termine”, osserva Grima. “In antichità l’architettura era pensata come un dono per le generazioni future. Oggi rischiamo di lasciare in eredità soprattutto vuoti e scarti. Recuperare l’intenzionalità del progetto significa restituirvi durata: un gesto ottimista e rivolto al futuro, non subordinato ai capricci del presente e alle logiche dell’usa e getta”.
Ma come si concilia questa aspirazione alla durata con le esigenze mutevoli di una società sempre più complessa? Per Grima non esiste una reale opposizione tra permanenza e flessibilità, perché tutto dipende dal progetto.
“Penso all’anfiteatro romano di Arles”, osserva, “preservato nel tempo attraverso aggiunte e sottrazioni senza compromettere l’impianto originario nonostante i cambi d’uso, o allo “Stone Demonstrator” del Design Museum di Londra — un’installazione sperimentale che impiega la pietra come materiale strutturale per testare un sistema architettonico modulare, smontabile e riconfigurabile — una specie di “Maison Dom-Ino” in pietra, permanente ma al tempo stesso adattabile”.
È attorno a questo interrogativo, tra l’altro, che si articola la sessantesima edizione di Marmomac. Nei 76 mila metri quadrati distribuiti tra dodici padiglioni e otto aree esterne, accanto al programma espositivo, ai talk, alle attività formative della Marmomac Academy e ai riconoscimenti — Best Communicator Award e Premio Eccellenze Sostenibili — ampio spazio sarà dedicato proprio alla riflessione sulle potenzialità e le fragilità sistemiche di questo materiale.
Ad aprire la manifestazione sarà una lectio di Carlo Ratti mentre il Padiglione 10 — ribattezzato The Bedrock — ospiterà quattro mostre e relativi spunti di confronto: “Marble Interiors” di Davide Fabio Colaci, “Carisma Materico” di Raffaello Galiotto, “C’era una volta il cielo dell’architettura” di Giuseppe Fallacara e “Sulla pietra” di Joseph Grima.
“Con questa mostra”, conclude Grima, “vogliamo esplorare il rapporto tra produzione industriale e ricerca progettuale. La questione non è tanto se la pietra sia o no sostenibile quanto in quali condizioni il suo utilizzo possa esserlo: quanta materia estrarre, per quali usi e soprattutto con quale orizzonte temporale”.
