Molte volte Firenze si è trovata a essere crocevia di storie tra di loro diverse e dalle radici profonde. È successo anche negli anni della maturità dell'architettura moderna, nel secondo dopoguerra. All'angolo di uno dei viali che cingono il centro città, sul fare degli anni Settanta, Olivetti incontra la storia urbana fiorentina tra medioevo, rinascimento e Ottocento, e quella della cultura costruttiva italiana, nel pieno di una stagione di ricerca ingegneristica e sperimentazione che percorre tutta Europa, ma avrà nella penisola uno dei suoi epicentri più distinguibili.
Olivetti, all’epoca, è nel pieno della sua espansione internazionale con filiali e showroom in ogni angolo del pianeta realizzati da firme come Carlo Scarpa, Bbpr, Massimo Vignelli, Czostantino Nivola; La filiale di Firenze, completata nel 1972, contiene tutto questo: la struttura concepita da Alberto Galardi con l'ingegnere Silvano Zorzi è un'antologia di soluzioni e concept costruttivi che si traducono in altrettante esperienze.
Al piano terra, una parete completamente vetrata, capace di scomparire a pavimento, dissolve ogni separazione tra interno ed esterno; sul lato del giardino, vetrate a bilico verticale aprono l'edificio al verde. Una soglia quasi immateriale, coerente con la vocazione molteplice dell'opera, tra showroom e filiale, luogo di rappresentanza dell’identità Olivetti nel cuore di Firenze.
La sfida strutturale è precisa: liberare il sottosuolo per un parcheggio meccanizzato, e liberare gli spazi di lavoro da elementi intermedi. Galardi e Zorzi allora ribaltano la logica convenzionale: una copertura scatolare si appoggia sulle due torri laterali contenenti scale e ascensori, e da essa partono i tiranti prefabbricati in cemento armato precompresso che corrono esternamente alle facciate, tenendo sospesi gli impalcati dei piani intermedi. Un edificio-ponte in cui i carichi salgono anziché scendere, e la struttura non si nasconde ma diventa prospetto.
I tiranti sono snelli, raddoppiati nel senso della profondità non ispessiscono le partiture di facciata, e scandiscono il prospetto con precisione tipografica. La loro presenza determina quello che si scopre una volta dentro, cioè il vuoto, quella pianta libera che per anni il Movimento Moderno aveva inseguito, e che le ricerche sull'organizzazione del lavoro degli anni Sessanta traducevano nel principio del landscape office, con le sue grandi superfici continue e flessibili, senza interruzioni strutturali.
C’è poi un discorso sulla materia che completa l’identità del progetto: il calcestruzzo faccia a vista con cemento bianco e aggregati di marmo di Zandobbio è la cifra dell’edificio – bocciardato sui fascioni, sabbiato altrove – e inizialmente si era persino pensato al bianco di Carrara. È un dialogo con la città raffinato e non mimetico, una poesia nella tecnica, potrebbe evocare il ruolo ricoperto dal bronzo in opere della maturità di Mies van der Rohe, come il Seagram Building di New York: enfatizzare l’elemento tecnologico, affermare l’edificio come oggetto caratterizzato nell’ecosistema della città.
Un dialogo col luogo, e con un’epoca, che si ritrova negli interni: ci lavora Ettore Sottsass, sperimentando con un altro progetto Olivetti destinato a restare simbolo di una storia, la Serie Synthesis 45, gli arredi sviluppati con Bruno Scagliola che hanno la stessa data di nascita dell’edificio fiorentino, il 1972. Peraltro anche la data di quella mostra che oltreoceano, al MoMA, consacra la straordinarietà dell’approccio italiano al design, “Italy: a new domestic landscape”.
A restituire una visibilità a questo progetto e alla collettività di storie che lo percorre, c’è una monografia curata da Giuseppe Galbiati, Franz Graf e Giulia Marino che oltre ai documenti d’archivio articola la narrazione su fotografie d’eccezione come quelle di Gabriele Basilico, Gianni Berengo Gardin, Pino Abbrescia e Roberto Conte.
