Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Domus 1110, marzo 2026.
La casa di via Ferrara, a Legnano, è il progetto più recente di Oasi Architects, che prosegue, riorienta e radicalizza la ricerca di alta qualità sul tema della casa di provincia condotta dallo studio negli ultimi 15 anni.
Francesco Enea Castellanza e Pietro Ferrario fondano Oasi Architects nel 2009 a Busto Arsizio, la loro città d’origine, annegata nell’urbanità diffusa della regione metropolitana milanese. Dopo gli studi al Politecnico di Milano e alcune collaborazioni importanti e formative – Ferrario lavora con l’artista Alberto Garutti e poi con lo studio milanese Laboratorio Permanente – il duo elegge il proprio territorio a terreno di sperimentazione privilegiato sugli spazi e le estetiche dell’abitazione contemporanea.
Le case di Oasi Architects sono atti di resistenza contro l’edilizia standardizzata e reinterpretazioni colte di due delle tipologie residenziali più diffuse nei dintorni di Milano: la villetta tardonovecentesca e la più antica casa di corte.
La prima diventa monomaterica in calcestruzzo a vista e si arricchisce di un poetico patio d’ingresso a Fagnano Olona (2017), mentre a Segrate (2020) si modella come una trascrizione ironica del regolamento edilizio locale, incurvandosi per rispettare le distanze dagli edifici vicini.
Ho posato il parquet di recupero con i miei figli.
Pietro Ferrario, Oasi Architects
La casa di corte è reinventata come un patchwork controllatissimo di spazialità e materie esistenti e contemporanee – per esempio a Sacconago (2024). Le case di provincia di Oasi Architects sono frammenti di un possibile paesaggio diffuso di qualità: per la sua continuità e sistematicità, la loro riflessione sullo spazio privato acquista un valore civico e politico.
Il progetto di via Ferrara conferisce un nuovo livello di ambizione e una connotazione più esplicitamente anti-sistemica a questa ricerca coerente – Ferrario parla di “anarchismo necessario”.
L’intervento sulla casa di corte convince per la sua intelligenza spaziale – dell’enfilade riscoperta delle stanze del piano terra, per esempio – e per la raffinatezza linguistica – con l’accostamento analogico di materiali e componenti, virtualmente privo di sintesi e memore delle sperimentazioni dell’architettura belga dell’ultimo decennio.
Sono caratteristiche comuni ai suoi antecedenti che qui, però, si accompagnano a una messa in discussione più profonda del processo.
Autocommissionato da Ferrario, il cantiere si trasforma in un momento di riflessione e sperimentazione sulle tecniche costruttive vernacolari delle cascine lombardo-piemontesi, sui materiali naturali – la terra cruda, la paglia, la canapa –, sul riuso e sull’autocostruzione.
Artigiani e amici, colleghi e collaboratori sono coinvolti in un laboratorio in cui “il progetto esecutivo è sostituito in una dimensione del fare dal vivo”, come spiega Ferrario, che racconta: “Ho posato il parquet di recupero con i miei figli”.
Anche il funzionamento quotidiano della casa è un impegno condiviso: gli interni sono scaldati con una stufa a legna, ricaricata a turno, due volte al giorno.
È una soluzione sfidante e uno statement oggi necessario, contro le illusioni domotiche e la falsa sostenibilità da superbonus.
