Sou Fujimoto: “L’architettura deve tornare a essere natura”

Per l’architetto giapponese costruire significa creare un ecosistema armonico in cui artificiale e naturale si intrecciano: l’ha raccontato a Domus.

Ma Yansong: Il tuo Grand Ring per l’Expo 2025 di Osaka sembra una sperimentazione diretta del tuo concetto di “futuro primitivo”, oltre che il tema di questo numero di Domus: “architettura è sentire la natura”. Vorrei iniziare questa intervista da quel progetto. Quando sono stato all’Expo, ciò che mi ha colpito è stata la coreografia del movimento: il Ring è tanto grande che lo si vive tra aria e acqua, sotto e sopra la sua estensione. Diventa una specie di parco sospeso. Mi ricorda la Tour Eiffel. Si parla della sua altezza, del suo acciaio e della sua tecnologia, ma il desiderio è scalarla, voltandosi a guardare il paesaggio mano a mano che si sale. Credo che in questo gesto ci sia qualcosa di emotivo. Che tipo di sensazione volevi dare ai visitatori?
Sou Fujimoto: “Sentire la natura” è un tema molto stimolante. Il Grand Ring nasce come parte del piano generale dell’Expo ed era inizialmente pensato come un’infrastruttura per la circolazione delle persone. A un certo punto, ho capito che non poteva funzionare come una semplice strada sopraelevata. La forma circolare, invece, è un messaggio forte, soprattutto nel contesto globale attuale, così frammentato. Volevo esprimere l’idea che diversità e unità possono coesistere: persone, culture e nazioni differenti riunite in un unico luogo.

Sou Fujimoto Foto MI+SFA Courtesy of Sou Fujimoto Architects

Unite?
Sì, stare insieme. In modo che diversità e accordo possano manifestarsi nello stesso spazio. È questo il senso dell’Expo. La semplicità del cerchio porta con sé significati universali – unità, armonia, continuità – validi in Asia come nel resto del mondo. I padiglioni nazionali sono inseriti all’interno di questa forma primaria. Fin dall’inizio ho deciso di utilizzare una struttura di legno: da un lato per ragioni di sostenibilità, dall’altro perché in Giappone costruire con il legno ha una lunga tradizione, storicamente influenzata dalla Cina. Abbiamo importato tecniche e tecnologie e poi sviluppato un metodo tradizionale nostro. Nel Grand Ring questa pratica si unisce alle tecnologie più avanzate, raggiungendo una scala senza precedenti. Ed è proprio la scala a generare un’emozione intensa. 

Quando sei sul tetto, le persone sull’altro lato appaiono minuscole, quasi come se avessi davanti l’orizzonte terrestre. Eppure percepisci chiaramente che sono connesse con te, nello stesso luogo, sulla stessa struttura. È una sensazione simile a quella che si prova in natura. L’anello crea anche un ampio ritaglio circolare di cielo, una sorta di ‘cornice’ architettonica sul fronte dell’annello. Sono nato e cresciuto a Hokkaido, circondato dalla natura, che per me era qualcosa di protettivo, un ambiente da scoprire camminando. Il Grand Ring va oltre questa esperienza: è enorme, ma allo stesso tempo ti avvolge e crea un senso del luogo. Non è natura pura, ma mediata dall’architettura. Sotto di esso, la scala diventa più umana grazie al legno e all’interasse delle colonne, circa 3,6 metri. È una dimensione quasi domestica, anche se il corridoio è potenzialmente infinito, come accade in una cattedrale o una foresta. Possiamo dire che quella sezione sia una reinterpretazione della foresta. Con l’enorme afflusso di visitatori, soprattutto nella seconda metà dell’Expo, a volte lo spazio architettonico sembrava quasi dissolversi: rimaneva solo il moto delle persone, mentre l’immagine complessiva era creata dai corpi in movimento. L’architettura diventava una piattaforma, una struttura di base per mettere in relazione diretta persone e natura.

Resonant City 2025, visione urbana ideata con Miyata Hiroaki e basata su mobilità aerea. Foto MI+SFA Courtesy of Sou Fujimoto Architects

Affascinante.
Sì, quasi 3,6 metri. Queste distanze creano una scala umana relativamente domestica, ma contemporaneamente il corridoio è come un edificio infinito, come una cattedrale. E perciò questa parte è una specie di reinterpretazione del bosco. Forse un altro aspetto è la gran quantità di gente. Specialmente nella seconda metà del periodo d’apertura dell’Expo c’erano tanti visitatori e, con quella folla, lo spazio d’architettura in senso stretto quasi scompariva. Si vedeva solo un fiume di gente e tutta la veduta era fatta di gente. L’architettura è quasi soltanto la creazione di uno spazio, di una piattaforma, cioè della struttura di base per il collegamento diretto di persone e natura.

Credo che riguardi ovviamente le persone. La scala ha due capi. Sotto è molto fitta, quasi come un bosco, ed è vicina al corpo: comoda, leggibile, umana. È importante, perché molti dei padiglioni intorno sono strutture enormi. Sopra c’è il parco del Ring. È grande, ma lassù si prova un senso di libertà. A quell’altezza, il Grand Ring inizia a ‘parlare’ con l’oceano: una scala anche più grande che va oltre l’architettura. Per cui non è solo un oggetto, dialoga anche con il suo ambiente. Con le tue spiegazioni suona molto logico.
Però la mia prima impressione del progetto complessivo è qualcosa che va oltre la logica: appare ambizioso, quasi come il tentativo di costruire un sogno. Questo mi ricorda alcune delle tue opere meno recenti, come quelle di Taichung e di Shenzhen. Spesso tu parti da un’immagine pregnante, o da un’esperienza specifica, talvolta molto ambiziosa. Poi costruisci una logica abbastanza solida da renderla reale. Quel che alla fine arriva alla gente è però qualcosa che va oltre la logica: diventa fantasia, come abitare un sogno. Nel mio primo numero di Domus il tema era “l’architettura è fantasia”, ne ho parlato con Norman Foster. In passato parecchi progettisti facevano anche architetture audaci. Io credo però che l’architettura e il clima culturale in generale oggi siano più conservatori. Quale pensi sia la situazione odierna dell’architettura visionaria?
Ci ho pensato molto preparando l’Expo, perché si tratta di una manifestazione che rappresenta quel tipo di fantasia. Per l’Expo di Osaka del 1970, Kenzo Tange realizzò un’enorme copertura. Oggi, invece, la mentalità degli architetti e delle persone sta diventando sempre più conservatrice. L’anno scorso, il Mori Art Museum ha allestito una mia mostra personale, che ripercorreva i miei lavori dagli inizi a oggi. Nell’ultima sezione, ho presentato una proposta per una città del futuro: non un semplice esercizio di fantasia, ma un’analisi di ciò che sta accadendo ora. Il Modernismo è nato circa 120 anni fa. Architetti come Le Corbusier o Mies van der Rohe hanno creato un’architettura semplice, pulita e funzionale. 

In un certo senso, oggi abbiamo bisogno di praticare la fantasia proprio perché la realtà sta cambiando in modo drastico. È necessario pensare a qualcosa di completamente diverso rispetto all’età moderna.

Sou Fujimoto

Anche se gli stili sono cambiati, questo tipo di pensiero continua a dominare: semplificare e standardizzare la complessità del mondo, prendendo un’unità di base e ripetendola. Nei grattacieli, per esempio, tutti i piani sono quasi identici. Questo sistema ha funzionato per adattarsi in modo efficiente alla maggioranza delle persone, ma ha escluso una parte della società. Oggi viviamo nell’era della diversità, in cui le differenze sono più importanti delle ripetizioni. Da qui nasce la mia proposta [mostra un’immagine della sua città del futuro]: non ripetere moduli identici, ma collegare spazi con scale, funzioni e programmi diversi in modi complessi e inaspettati. A volte, un piccolo spazio si accosta a uno più ampio; poi, all’improvviso, una grande sfera, di circa 200 metri di diametro. È l’esatto opposto della città modernista. Nell’epoca della diversità siamo connessi a molteplici dimensioni, quasi simultaneamente, sia sul piano fisico sia su quello digitale. Per rispondere alla tua domanda, le mie visioni non hanno a che fare solo con la fantasia: riguardano la trasformazione del pensiero profondo delle persone e della società, il passaggio dalla standardizzazione e dalla ripetizione a una filosofia della diversità.

Vista aerea del Grand Ring, noto anche come Roof: una grande struttura ad anello realizzata da Sou Fujimoto sull’isola di Yumeshima, nella baia di Osaka, per Expo 2025. Foto Iwan Baan, Daici Ano

Credo che questi cambiamenti siano già in atto. In un certo senso, oggi abbiamo bisogno di praticare la fantasia proprio perché la realtà sta cambiando in modo drastico. È necessario pensare a qualcosa di completamente diverso rispetto all’età moderna, e non si tratta soltanto di forme o di stili. Non so quale orizzonte temporale sarà necessario. Dopo aver sviluppato questo progetto “a bolle”, abbiamo pensato che potesse appartenere al XXII o addirittura al XXIII secolo. Nel Novecento, l’ascensore ha reso possibile la mobilità verticale; qui, invece, l’ascensore non funziona più. Abbiamo quindi immaginato droni capaci di trasportare le persone da un luogo all’altro; un’ipotesi che ridefinirebbe radicalmente le basi stesse del progetto architettonico e del design in generale. Dal punto di vista tecnologico, trasformazioni di questo tipo sono già in corso. Per questo credo che noi architetti abbiamo bisogno di una dose maggiore di fantasia e immaginazione: non per fuggire dalla realtà, ma per riuscire a raggiungerla e a pensare davvero il futuro.

È molto importante, perché vediamo che la realtà chiede questo cambiamento. La vita delle persone è già mutata, allora perché l’architettura resta sempre la stessa?
È vero. L’evoluzione dell’architettura è sempre lenta. Servono decenni, perché i sistemi costruttivi e l’economia del settore sono ancora legati a modelli tradizionali. Nel nostro progetto abbiamo persino ipotizzato l’uso di droni con stampanti 3D per costruire le sfere come se crescessero in modo naturale. Posso farti una domanda specifica? In questo modello non vedo alberi. In molti dei tuoi progetti, invece ci sono elementi naturali.
In realtà, ci sono molti alberi: alcune sfere, del diametro di 50 metri, possono ospitare veri e propri boschetti, oppure il verde può crescere sopra le strutture, ma non credo che il verde reale sia sempre indispensabile. Possiamo creare un’architettura che funzioni come una foresta, come un ambiente naturale. Quando però si combina la natura reale con un’architettura ispirata alla natura, la sinergia diventa più forte. Cerco sempre di introdurre il verde non come elemento decorativo o simbolo di sostenibilità, ma come esperienza sensoriale reale. Mi interessa ridurre il confine tra architettura e natura, fino quasi a fonderle. Nell’era moderna, l’architettura era vista come una macchina e la natura come un nemico. Oggi sappiamo che dobbiamo armonizzare gli ecosistemi. Per noi asiatici è naturale comprendere come sia possibile costruire un ecosistema armonico, in cui artefatti ed elementi naturali coesistono e si intrecciano.

Il progetto di concorso vincitore della New City Center Landmark Tower, 2020. Foto Courtesy Sou Fujimoto Architects

Insomma, la tua è una specie di espansione della definizione di natura in termini di architettura. Troppo spesso, quando si parla di natura, la si riduce a verde o a misura della sostenibilità, invece può anche essere aria e luce, pietre e acqua, fiori e alberi: le situazioni intorno a noi, che danno forma alla percezione. Pensi che sia qualcosa da cui si possa trarre ispirazione? Quando dici che questo viene più naturale agli architetti asiatici parli di una questione culturale o di modi tradizionali di convivere con la natura?
Probabilmente, il clima ha contribuito a creare le nostre culture tradizionali. In Asia, generalmente, abbiamo condizioni climatiche comuni. Le tendenze culturali si sono sviluppate attraverso di esse. In questo tipo di situazione ambientale e di tradizioni convivere con la natura per noi è decisamente fondamentale. Abbiamo bisogno di occuparci di essa, non di combatterla. Abbiamo elaborato questa cultura che è una specie di armonia tra la natura, la Terra, la nostra cultura e la nostra vita che oggi, poi, si adatta bene al pensiero sostenibile come componente fondamentale.

Se si guarda ai giardini tradizionali giapponesi e cinesi, l’architettura opera insieme con l’ambiente, ma è anche portatrice di qualità spirituali, artistiche e culturali. Perché l’esperienza della bellezza – spesso della poesia – diventa una base per la musica, per la pittura e per altre forme di cultura. In molte grandi città di oggi, l’architettura moderna ha perso questa qualità e si guarda con nostalgia alla tradizione e alla natura. A Pechino, per esempio, una volta si viveva tra giardini e cortili. Oggi abbiamo edifici migliori e tecnologie più aggiornate. Tutti vivono nei palazzi, ma se chiedessi alle persone se vorrebbero ritornare indietro, non necessariamente ad abitare i vecchi edifici così com’erano, ma a recuperare quella bellezza e quel modo di instaurare un rapporto con lo spazio, molti direbbero di sì. Che cosa pensi di questa aspirazione?
Forse stiamo attraversando una fase di transizione. In passato, esisteva una vita tradizionale molto armoniosa. Poi, con la crescita della popolazione, è nata la costruzione verticale. Il grattacielo è purtoppo ancora in una fase iniziale della sua evoluzione e spesso manca di bellezza o della capacità di integrare vita umana e natura. Credo, però, che anche con una forte densità urbana possiamo cristallizzare la filosofia tradizionale in nuove forme architettoniche o paesaggistiche, creando un modo diverso di vivere in armonia con la natura. Non si tratta solo di esperienza fisica, ma anche di una filosofia astratta e positiva, e della loro combinazione per costruire una comprensione più ampia del mondo.

Vista della struttura di legno a griglia ispirata ai tradizionali giunti giapponesi, detti nuki. Foto Photos Iwan Baan Courtesy of Sou Fujimoto Architects

Credo che parlare di tecnologia in epoca modernista fosse decisamente astratto, ma oggi le nuove tecnologie stanno davvero cambiando la vita quotidiana e perfino dando nuova forma al modo di vivere i sentimenti. Il passaggio all’intelligenza artificiale sta creando macchine con cui ci sembra di poter comunicare, e perciò si attribuiscono sentimenti a ciò che non è umano. Intanto l’architettura appare ancora molto fredda. Chi cerca una connessione emotiva spesso si rivolge altrove. Certo, l’architettura ha a che fare con tecnologia, materiali, spazio e funzioni: tutto tranne che sentimento, no? Le giurie dei concorsi paiono giudicarla in modi molto astratti, attraverso numeri e dati, ma l’attrattività è più difficile da misurare. La mia preoccupazione è che si rischi di perdere del tutto la capacità di sentire l’architettura, che diventa solo uno spazio funzionale da usare. Le persone non si affidano più allo spazio fisico, che rimane però molto potente. Noi dovremmo essere in sintonia con i bisogni emotivi degli esseri umani.
È vero. Per ragioni di efficienza e velocità, l’architettura si è progressivamente ridotta e minimalizzata. Il postmodernismo ha cercato di reagire a questa freddezza aggiungendo decorazioni e linguaggi inusuali, nel tentativo di recuperare una dimensione emotiva. In parte ha funzionato, ma non completamente. Credo che l’architettura cambi ciclicamente: a momenti di freddezza seguono tentativi di recuperare l’emozione, e poi di nuovo si arriva a qualcosa di minimale. Penso sia il momento giusto per tornare a una dimensione più emotiva, magari attraverso la materialità o un diverso modo di concepire lo spazio. Credo che i materiali e lo spazio fisico contino perché, anche se tutti parlano di intelligenza artificiale, dobbiamo fare i conti con l’ambiente vero e proprio. D’altra parte, se si parla di emozione, sentimenti, di qualità poetica dell’architettura, pare che diventiamo più degli artisti, dei poeti o degli scrittori. Questa possibilità è precisamente ciò che oggi attira molti giovani. Se tutto viene riscritto dall’IA, che cosa ne sarà della responsabilità degli architetti? Si passa un sacco di tempo a fare disegni, ma tutto cambierà rapidamente.
Non so di preciso che cosa stia accadendo con l’intelligenza artificiale, ma questo cambiamento drastico potrebbe verificarsi. Però, come hai detto, abbiamo ancora bisogno di spazio, di esperienze e di comunicazione fisica tra le persone. È bello creare luoghi dove la gente può riunirsi o vivere la natura e l’ambiente. I materiali e la scala sono importanti anche per l’esperienza reale. In questo senso, per tornare al Grand Ring dell’Expo, anche se la struttura di per sé è molto semplice, la sfida della scala e dei materiali ha creato qualcosa di speciale sul piano emotivo. Tanto tempo fa hai costruito la Final Wooden House, una struttura cubica di legno.
Sì, è minuscola, 4,2 metri di lato, era una sovrapposizione di elementi di legno.

La Final Wooden House (2008), sviluppata per la Kumamura Forestry Association nella prefettura di Kumamoto. Foto Daici Ano Courtesy of Sou Fujimoto Architects

È una specie di enigma. È poetica, ma contemporaneamente riguarda il corpo. Le persone percepiscono il materiale, lo spazio, il limite e i comportamenti che lo spazio richiede.
Era frutto di un concorso che risale a 20 anni fa e venne costruita nel 2008. Usa travi massicce di 35 per 35 centimetri. Ogni proporzione dei vuoti è alla scala fisica umana. È una specie di caverna architettonica, in cui ci si muove non solo con le gambe ma anche con le mani, cosicché l’esperienza è fisica, simile a quella animale. Era uno dei miei primi tentativi di reinventare materiali e competenze. È un progetto potente perché mostra come l’architettura non è solo un servizio per il benessere. È più interattiva e mette in atto perfino una sfida al comportamento. Volendo tornare a ciò che hai detto della diversità e dell’individualità, forse l’architettura dovrebbe impegnarsi in modo più diretto e personale, invece che rivolgersi a un ‘utente’ astratto.
Quel progetto è collegato ai miei ricordi d’infanzia, quando giocavo nel bosco. I miei primi lavori erano per mio padre, che era psichiatra. In ospedale, i pazienti vivono spesso in modo isolato, ma a volte si incontrano in spazi comuni. Le distanze e le relazioni sono molto delicate e progettare significa rispettare ogni individuo e la sua personalità, definendo relazioni mentali e fisiche. Questi principi sono diventati fondamentali per il mio modo di pensare la società e la diversità. La Final Wooden House nasce dall’unione di questi concetti con la materialità e la scala. Il Grand Ring lavora in modo simile: pensa alla diversità degli individui, ma anche alla collettività. Anche la proposta futuristica si basa su una visione profondamente umanistica, non su una fantasia astratta, ma su possibili visioni per la società futura. Sembra un ruolo futuro destinato agli architetti. Entrare nella mente delle persone.
Sì, penso sia così.

Vista interna della Final Wooden House. È un ambiente privo di centro, di piani e di orientamento stabile. Foto Daici Ano Courtesy of Sou Fujimoto Architects

E tradurre questa vita interiore nell’ambiente fisico. Un’ultima domanda. La nostra generazione parla più della natura rispetto alle generazioni precedenti. Sta diventando un tema più importante. Stiamo anche cercando di rinnovare il significato di natura, e ciò che introduciamo nell’architettura quando ne parliamo. Che cosa pensi di questo cambiamento?
Sono d’accordo. La nostra generazione considera la natura una parte fondamentale del progetto architettonico. Dalla fine del XX secolo, il concetto di sostenibilità si è evoluto, ma progettare oggi non significa solo disegnare edifici, quanto definire l’ambiente, il luogo e il paesaggio, insieme all’architettura. La nozione stessa di architettura si sta ampliando e sfumando, includendo sempre più aspetti della vita quotidiana. Per molto tempo, la natura è stata considerata esterna all’architettura. Oggi è interessante combinarle o fonderle con essa. 

Forse la nostra è la prima generazione, a livello globale, a interrogarsi davvero su cosa accade quando lo facciamo. Questo cambiamento riflette una trasformazione lenta ma profonda del pensiero umano. Come architetti, siamo parte integrante di questo processo. Ognuno lo interpreta in modo diverso: io vengo dal Giappone, tu dalla Cina, abbiamo retroterra culturali diversi. In Europa, ogni Paese ha la propria storia e il proprio rapporto con la natura. Stiamo assistendo a una straordinaria diversità di approcci e anche i risultati sono molto diversi. Per questo credo che stiamo vivendo un periodo davvero emozionante.

Immagine di apertura: Sou Fujimoto Architects, Miyata Hiroaki, Resonant City 2025, 2020–2021., Foto SFA Courtesy Sou Fujimoto Architects