Se volessimo sintetizzare il linguaggio del lavoro simbiotico di Angelo Mangiarotti e Bruno Morassutti (che furono associati per circa cinque anni), potremmo raccontare di questo tavolo.
Ora puoi comprare il tavolo che Mangiarotti e Morassutti hanno disegnato per una villa di Le Corbusier
Per la grande sala di Villa Schwob di Le Corbusier, i due architetti italiani concepiscono un tavolo la cui eleganza risiede anche nelle componenti meccaniche. Oggi Agapecasa lo riedita per la prima volta.
Courtesy Agapecasa
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- Nicola Aprile
- 22 gennaio 2026
Lo progettarono insieme nel 1959, quando venne chiesto loro di ripensare gli interni di Villa Schwob, l’ultima grande opera del periodo svizzero di Le Corbusier costruita tra il 1916 e il 1917. Lo fecero con un approccio misurato, rispettando la morfologia dell’edificio e intervenendo con soluzioni ed arredi coerenti alla sua vocazione formale.
Nell’ambiente principale - un salone a doppia altezza che ha la sacralità di un’architettura religiosa - il perimetro è disegnato da volumi sinuosi e il centro è indicato dalla presenza di una grande scultura. È per questo spazio che Mangiarotti e Morassutti concepiscono il tavolo che oggi entra in produzione per la prima volta grazie ad Agapecasa, col nome di Tavolo Schwob.
Nel dialogo tra metallo e marmo, tra praticità e carattere scultoreo, tra ingegneria e purezza della superficie, emerge con chiarezza la poetica dei due architetti.
Da anni esisteva solo nella memoria di chi lo aveva visto e nella testimonianza di fotografie e disegni; il tavolo era stato prodotto in pochi esemplari solo per la villa a La Chaux-de-Fonds, cittadina a un’ora da Berna. Con un approccio filologico e un’attenzione meticolosa, la prima riedizione del Tavolo Schwob rispetta le proporzioni, le lavorazioni e le intenzioni costruttive originali.
Una struttura in alluminio, disegnata a croce e con giunzioni meccaniche a vista, sostiene il grande piano quadrato in marmo, semplicemente appoggiato alla base per gravità. Le maniglie metalliche non cercano di nascondere o mimetizzare la loro forma, che è anche la loro funzione: facilitare lo spostamento dell’oggetto.
Nel dialogo tra metallo e marmo, tra praticità e carattere scultoreo, tra ingegneria e purezza della superficie, emerge con chiarezza la poetica dei due architetti. Una visione che incarna il senso più profondo del design italiano: la capacità di esprimere la bellezza come valore intrinseco di ogni elemento del progetto.