Le case per le vacanze degli anni Sessanta, dall’archivio di Domus

Oggi, come negli anni Sessanta, la casa di vacanza torna a esserela destinazione dei mesi estivi. Gli spazi, ottimizzati e flessibili, si ispirano alle architetture vernacolari del Mediterraneo e accolgono il paesaggio, l’ospite d’onore.

Quest’anno si privilegerà la vacanza in spazi autonomi, nelle seconde case o in quelle in affitto, dove le giornate scivolano tra asciugamani stesi e cene in terrazzo, e i granelli di sabbia si appiccicano ai piedi. Gli ambienti domestici si adattano alle giornate vissute con altri ritmi, in altri spazi: il terrazzo diventa il soggiorno, sul tavolo si lavora, si prepara, si fanno i compiti. Ci si muove negli spazi fluidi mangiando in piedi e leggendo riviste, con il caldo e il sole a bada dietro le persiane socchiuse.

La casa come destinazione della vacanza. Una tradizione consolidata negli anni Sessanta, nell’Italia del risveglio economico, quando nei cinema irrompe la Dolce Vita di Fellini, Roma accoglie le Olimpiadi, mentre dall’estero arrivano le note di Love me do dei Betales e i sogni per l’integrazione razziale – I have a dream. Il decennio vede, durante il governo Moro, l’inaugurazione dell’Autostrada del Sole, che facilita i collegamenti tra nord e sud e da un notevole impulso alla circolazione nella penisola e alla costruzione di abitazioni per le vacanze, le “seconde case”.

Negli anni Sessanta, Domus si interessa ad alcuni progetti che interpretano la modernità delle abitazioni vissute solo alcuni periodi dell’anno, “facili da mantenere e da abbandonare”, che rispondono ad esigenze di flessibilità, per accogliere famiglie numerose, e dove il paesaggio è l’ospite principale, integrato nell’abitazione. Architetti come Bruno Morassutti, Ico e Luisa Parisi, Marco Zanuso e Ignazio Gardella ristrutturano, sistemano, progettano alloggi in cui si “abita” anche il paesaggio. 

L’edilizia “vacanziera”, d’altronde, ha sempre interessato Domus e il suo direttore, Gio Ponti, che già negli anni Quaranta pubblica progetti di case al mare, soleggiate e dalle forme semplici, ispirate alle antiche case spontanee che caratterizzano i paesaggi dell’Italia del sud e delle isole, della Grecia, del Portogallo, della Spagna meridionale. Sono case “interamente abitabili”, suggerisce Ponti. Abitazioni dove si vive anche sui tetti, i muri sono spessi per mantenere il fresco e respingere l’umidità e gli interni sono in muratura, facili da mantenere. Negli anni Sessanta questa antica saggezza edilizia si traduce in moderne soluzioni abitative per le vacanze, pratiche e flessibili. Tetti abitabili, scale, terrazzi, ballatoi e sapienti accorgimenti interni contribuiscono ad ampliare e sfruttare intensamente gli spazi, come nelle navi.

Alberto Ponis, Casa a Palau, in Sardegna, da Domus 419, ottobre 1964 (pagina interna, Foto Ponis)

Alberto Ponis: "A Palau, in Sardegna, sulla costa orientale"
È il caso della villetta a Palau, progettata da Alberto Ponis, che negli anni Sessanta lavora sulla costa orientale della Sardegna (Domus 419, ottobre 1964). La casa, interamente coperta di calce bianca per respingere il calore del sole, si inserisce rispettosamente nel paesaggio, preservando la spettacolarità dell’affaccio diretto sulla Maddalena e sull’isola di Caprera. L’abitazione è interamente praticabile: grazie alle scale e le terrazze esterne si accede al tetto e gli spazi si dilatano. Gli interni, in muratura, si articolano attorno al camino, fulcro della vita domestica. I passaggi tra gli ingressi e le camere sono pensati per la vita fluida delle giornate estive: il piano del camino fa da tavolo, e il tavolo da pranzo è una muratura tra soggiorno e cucina, che consente il passaggio delle vivande. La casa è pronta per essere vissuta, con l’unica aggiunta di materassi e cuscini colorati. Le grandi vetrate nel soggiorno fanno entrare il paesaggio, mentre nelle stanze più esposte, le aperture sono strette feritoie per far circolare l’aria in modo naturale. 

Studio “La Ruota” di Ico e Luisa Parisi: "Una casa sul lago per l’inverno e per l’estate"
“Rosso e verde i colori di casa, sventolano nella bandiera sul terrazzo, insegna delle vacanze” (Domus 417, luglio 1964). Ico e Luisa Parisi puntano sui colori per ristrutturare gli interni di una casa sulla darsena al limite di un porticciolo, adattata per accogliere una famiglia numerosa e i suoi ospiti, nei fine settimana . Nessun intervento sull’esterno, per rispettare l’architettura esistente, mentre l’interno è ripensato con un impianto libero che sfrutta i tre piccoli piani giocando con scale, terrazzi e ballatoi continui, che garantiscono movimento e continuità agli spazi ristretti. A seconda della stagione, i punti di ritrovo girano intorno al camino o alla terrazza sul lago, vera e proprio soggiorno estivo. I libri sono raccolti intorno al parapetto delle scale, per essere presi e lasciati senza ingombrare, mentre il sottotetto è pensato per i figli, che vi accedono grazie a una scaletta fra i muri. Le lampade sono su disegno, come gli arredi, in muratura, semplici e funzionali; le rifiniture rosse legano gli ambienti frammentati. I Parisi si sono divertiti a installare alcune soluzioni sorprendenti, come una scultura fuori da una finestrella: l’infisso fa da cornice e il paesaggio da sfondo, sempre mutevole.

Bruno Morassutti, "Una casa senza pareti, sotto due vele", in Domus 423, febbraio 1965 (pagine interne, Foto Casali Domus)

Bruno Morassutti: "Una casa senza pareti, sotto due vele"
L’isola di Capri entra nella finestra del soggiorno, e la luce del mare di Sorrento vibra negli interni della casa senza pareti progettata da Bruno Morassutti (Domus 423, febbraio 1965). Una casa trasparente, per poter “vivere nel panorama”, strutturata su colonne in cemento e coperta da due vele. L’assenza di diaframmi interni permette la circolazione continua dell’aria: l’ambiente si rinfresca naturalmente e le piastrelle in ceramica smaltata continuano verso l’esterno, a toccare il mare. Lo spazio abitativo si distribuisce su due unità vicine, separate da una scaletta in pietra: gli ospiti trovano spazio nell’unità più piccola e indipendente, ma i momenti comuni si vivono nell’ombreggiato soggiorno all’aperto, sotto l’incontro delle coperture a vela. Nella piccola cucina, forno e fornelli sono incassati in uno zoccolo in muratura, e il piano in pietra fa da banco di lavoro, per condividere con gli ospiti la preparazione del pranzo.

Amedeo Albertini, "Soggiorno in un parco, sulla collina torinese", in Domus 383, ottobre 1961. (Pagine interne, Foto Monti)

Amedeo Albertini: "Soggiorno in un parco, sulla collina torinese"
C’è invece chi si allontana dal gusto del rustico e del vernacolare, e commissiona un rifugio di quiete per scappare dalla città, senza rinunciare al confort e alla riservatezza. È il caso del padiglione in legno e cristallo progettato da Amedeo Albertini accanto a una piscina, nella collina del torinese (Domus 383, ottobre 1961). Un vero soggiorno, dotato di ogni confort, all’interno di un parco; anche a bordo vasca, il proprietario vuole disporre delle sue collezioni di arte contemporanea e di mobili moderni. Il padiglione è un’architettura apparentemente semplice, che nasconde impianti complessi e segreti per coprire e isolare parte della piscina, che può così entrare in salotto. I servizi e la camera da letto sono nascosti in un grande mobile in legno, che comprende anche una piccola cucina da yatch, per un pasto improvvisato. Con un clic, le pareti scompaiono e la camera da letto si scoperchia: il giardino entra in casa e il cielo fa da soffitto. La piscina di acqua salata, a temperatura controllata, e le pareti retroilluminate, completano lo scrigno solitario. 

Ignazio Gardella e Marco Zanuso, "Albergo a Capo San Martino", in Domus 344, luglio 1958. (pagine interne, Foto Casali Domus)

Ignazio Gardella e Marco Zanuso: “Albergo a Capo San Martino”
Anche Marco Zanuso e Ignazio Gardella reinterpretano il linguaggio delle architetture vernacolari nel complesso vacanziero di Capo san Martino, nella pineta sul golfo di Genova, ad Arenzano (Domus 344, luglio 1958). Si tratta di una piccola città di vacanza, la cui prima parte è conclusa nel 1958. Le architetture - un albergo, un ristorante e un night – sono costruite con materiali locali, come le coperture dei parapetti in pietra di Lavagna o i pavimenti in pietra di Finale e assecondano il promontorio, distribuendosi su più livelli tramite porticati e tetti piani. Qui trovano posto anche due piscine di acqua salata, trampolini e spazi per pranzare all’aperto, che si inseriscono in quella ricerca di abitabilità che coinvolge tutte le parti della casa di vacanza. “L’architettura, movimentata, crea un paesaggio nel paesaggio: tagli di muri, scorci, aperture sono studiati per “inquadrare” e “sorprendere” le vedute e il mare, e non lasciarsene invadere”, commenta Domus, nel luglio del 1958.

Immagine di apertura: Bruno Morassutti, Una case senza pareti, sotto due vele. Didascalia: "per non dare ostacolo alla visuale, il parapetto della terrazza è bassissimo e termina con un largo piano in legno che può fare anche da sedile", in Domus  423, febbraio 1965 (pagina interna, Foto Casali Domus) 

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