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Frank Gehry non è stato solo un architetto: una mostra a Porto spiega perché

Al Museo Serralves di Porto, la prima grande mostra dedicata a Frank Gehry dopo la sua scomparsa attraversa modelli, schizzi, fotografie e video per raccontare non solo delle opere, ma il modo in cui l’architetto ha trasformato il progetto in un gesto libero, fisico e profondamente umano.

Il titolo “Il Secolo di Gehry” preannuncia la volontà di raccontare una vita fuori dal comune, durata quasi un secolo. Gehry è morto il 5 dicembre 2025 e questa è la prima mostra dedicata a lui dopo la sua scomparsa. Nella sua lunga vita ha mostrato soprattutto una straordinaria libertà nel guardare il mondo, per 96 anni, con occhi sempre nuovi.

Frank Gehry, modello della Fondation Louis Vuitton a Parigi, 2014. Foto Gabriele Masera

L’idea della mostra nasce qualche anno fa. Il Serralves, importante istituzione culturale internazionale con sede progettata da Álvaro Siza – altro grande maestro che a sua volta sta per compiere 93 anni ed è stato presente per tutta la sera all’inaugurazione – ha potuto contare anche sul suo coinvolgimento.

Siza, amico di lunga data di Gehry, con cui lavorò anche al piano regolatore dell’ArtCenter College of Design di Pasadena, fece da tramite con António Choupina, direttore del Serralves.

Frank Gehry e Álvaro Siza insieme durante il progetto per l’ArtCenter College of Design di Pasadena, 2001. Foto © Dana Hutt

Anche Gehry seguì personalmente il progetto della retrospettiva finché gli fu possibile. L’obiettivo era costruire un’esposizione capace di trasmettere al grande pubblico la gioia e la forza innovatrice dei lavori di una vita, mostrando come l’architettura riguardi tutte le persone e sia intimamente legata alla qualità del vivere.

La particolarità della mostra

L’elemento che colpisce maggiormente è la presenza di modelli a grande scala: molti in 1:50, alcuni addirittura in 1:20. Sembra quasi di poterci entrare dentro. La mostra mette in evidenza come lo studio di Gehry si sia trasformato rapidamente da atelier tradizionale a grande laboratorio in cui i modelli fisici sono diventati il principale strumento progettuale.

Lo studio Gehry Partners con i grandi modelli fisici. Foto Gabriele Masera

Carta, forbici e colla, piegando e curvando fogli sottili per dare vita a edifici che hanno superato i confini tra scultura e architettura. Non a caso, il percorso si chiude con una grande fotografia che compare a sorpresa, nascosta dietro l’ultima parete: uno studio che non sembra uno studio, ma un alto e vasto capannone dominato dai modelli dei progetti in corso, sui quali si lavora incessantemente.

I modelli di Gehry, come le sue opere, hanno saputo comunicare anche a chi non si occupa di architettura. Sono esempi di arte popolare, nel senso più autentico del termine, e questa particolarità a Gehry piaceva molto.

L’umanità del progettare

Qui emerge uno degli insegnamenti più interessanti lasciati da Gehry. È noto per essere stato il primo a introdurre in studio software avanzati per la progettazione tridimensionale di forme complesse. Una scelta che all’epoca gli costò anche qualche critica, non diversamente da quanto accade oggi con l’intelligenza artificiale.

 

Gehry dimostrò invece come, nonostante il computer, la sua progettazione rimanesse profondamente umana: fatta con le mani, attraverso modelli fisici, tentativi e correzioni continue. Oggi come ieri, la tecnologia è uno strumento di supporto all’architettura, non un sostituto del progettista.

Per questo Choupina, curatore della mostra insieme a Gehry Partners e in collaborazione con il Getty Museum, ha scelto di esporre non solo dei modelli finali, ma anche quelli intermedi, grezzi e “imperfetti”. Scelta che rende evidente come il progetto nasca da prove, ripensamenti ed errori. Anche i grandi capolavori passano attraverso queste fasi.

Il percorso espositivo e Bilbao

I modelli sono il cuore della mostra. Collocati al centro delle sale, suscitano curiosità e invitano a proseguire nel percorso. Attorno a essi, alle pareti, trovano posto schizzi originali, disegni, fotografie e video che permettono di approfondire.

Frank Gehry, modello della torre del campus Luma ad Arles, 2021. Foto Gabriele Masera

Tra le decine di opere esposte, dagli esordi ai lavori più celebri, il ruolo centrale spetta naturalmente al Guggenheim Museum di Bilbao. Inaugurato nel 1997, fu l’opera di cui si parlò di più, anche al di fuori degli addetti ai lavori

Rese evidente l’impatto che una costruzione può avere sulla società e su una città. Oltre a inaugurare la stagione dell’“architettura spettacolo”, il Guggenheim rese evidente quello che da allora è definito in tutto il mondo “effetto Bilbao”: la capacità di una sola architettura di innescare processi di transformação e rinascita urbana.

Una vita non sempre semplice, raccontata senza filtri

Gehry è stato questo e molto altro. Non solo il vincitore del Premio Pritzker nel 1989, ma anche una persona che ha dovuto affrontare diverse difficoltà.

Per prepararsi alla visita della mostra consiglio il documentario del 2005 diretto dall’amico Sydney Pollack, Frank Gehry – Creatore di sogni (Sketches of Frank Gehry). È un racconto intimo in cui emergono episodi poco noti della sua vita: le discriminazioni subite per nazionalità e religione che lo portarono al cambio di nome nel 1954, l’emigrazione, il lavoro iniziale da camionista per mantenere la famiglia e le critiche ricevute agli esordi per la sua architettura.

Frank Gehry, modello dell’elemento scultoreo centrale della DZ Bank a Berlino (2001). “Il Secolo di Gehry”, Museo Serralves, Porto, Portogallo. Foto Gabriele Masera

È questo un altro messaggio che la mostra lascia ai visitatori: non esistono vite prive di difficoltà e anche chi ha raggiunto risultati straordinari ha dovuto affrontare ostacoli. Gehry ha voluto ricordare che, soprattutto quando si cerca di realizzare qualcosa di nuovo, le difficoltà ci sono, ma per questo non si deve rinunciare a lavorare e a credere nelle proprie idee e sogni.

Immagine di apertura: Frank Gehry davanti alla sua casa a Santa Monica. Foto © Frank O. Gehry. Courtesy Getty Research Institute, Los Angeles

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