Dentro la Sagrada Família, il cantiere più lungo dell’architettura moderna

Mauricio Cortés, architetto della Torre di Gesù Cristo, racconta a Domus come si è costruito, e tramandato, il progetto più importante di Antoni Gaudí.

“Nello spazio interno della Torre di Gesù Cristo troviamo un iperboloide, che ha rappresentato una vera sfida per la costruzione della scala interna. Ci sono voluti mesi e mesi di lavoro con un professore di geometria per studiare la formula che consentisse di adattare ogni gradino a una forma così complessa, pur mantenendo la stessa larghezza”. In un contesto quotidiano e di ordinaria progettazione architettonica, parlare di un congegno elementare e ausiliare come una scala, tanto più della sua morfologia, non susciterebbe alcuno stupore; non richiederebbe forse un team multidisciplinare, né entrerebbe a far parte di lunghi dibattiti e analisi, perché rimarrebbe legato alla sua funzione originale: un complemento fuori dall’opera. 

Tuttavia, nel lungo processo evolutivo della Sagrada Família, ogni decisione si inserisce in un sistema delicato dove anche un elemento “scontato” e basilare come una scala a chiocciola può ramificarsi in problemi interconnessi e nodi inestricabili, con conseguenze non trascurabili sul suo equilibrio complessivo.

Per molti anni, l’immagine più efficace che abbiamo custodito del Tempio è stata quella di un’architettura incompiuta, immobilizzata e incorniciata da un cantiere perpetuo. Sebbene quest’eventualità sia ormai sempre più remota, la Sagrada continua a esserne perseguitata come da una seconda ombra. Il rischio tangibile è confinarla in una dimensione di non-finito idealizzato, considerandola nella sua complessità astratta e simbolica a prescindere dalle sue componenti concrete. Eppure, se è vero che ogni grande obiettivo è composto da centinaia di piccole parti, la Sagrada Família lo è da altrettanti elementi minuti e invisibili, capaci di restituire la misura della sua ambizione tanto quanto la sua mole. 

Sagrada Família, 2026. Foto Ilaria Bonvicini

Quando abbiamo incontrato l’architetto Mauricio Cortés, che si è occupato della costruzione della torre di Gesù Cristo la cui inaugurazione avverrà il 10 giugno 2026, la sensazione è stata quella di abbandonare il perimetro sospeso della mitologia per tornare a parlare di continuità progettuale, di percorsi e indicazioni da interpretare, perché una prospettiva lontanissima non rende le aspettative meno reali. 

“La tecnologia è avanzata a tal punto da permetterci, per quanto possa sembrare controintuitivo, di essere più fedeli all’idea originale di Gaudí”, racconta l’architetto a Domus, suggerendo che le tecniche costruttive contemporanee, più che introdurre una distanza, offrono una preziosa possibilità di avvicinamento al progetto di partenza, che non viene così modificato nel linguaggio, ma reso più aderente nell’esecuzione.

Interno della Sagrada Família, 2026. Foto Ilaria Bonvicini

Un esempio emblematico è rappresentato dai pannelli in pietra precompressa della torre centrale rinforzati da tiranti interni, che hanno permesso di assottigliarne le pareti a circa 45 cm garantendole stabilità e leggerezza senza ricorrere al cemento armato o a contrafforti esterni. La stessa croce tridimensionale in vetro e ceramica smaltata a quattro bracci, conclusa il 20 febbraio 2026, ha beneficiato di innovazioni recenti e ibride, con nervature metalliche e riempimento degli spazi intermedi in calcestruzzo ultra-performante, pensato appositamente per questo progetto. L’intero sistema è calibrato in modo che, dallo strato ceramico esterno fino alla pietra traslucida interna, lo spessore totale sia di soli 20 cm, per mantenere una percezione di apertura nonostante le dimensioni ridotte.

Interno della Sagrada Família, 2026. Foto Ilaria Bonvicini

Si tratta di soluzioni pionieristiche con un notevole impatto sul risultato complessivo. Gli studi preliminari delle fondamenta risalenti al primo disegno di Francisco de Paula del Villar del 1882, racconta Cortés, avevano infatti evidenziato la loro inadeguatezza per sorreggere il peso delle sei torri più alte. Il consolidamento delle basi ha quindi richiesto contestualmente un alleggerimento degli elementi verticali dell’edificio per ridurre i carichi senza comprometterne la solidità. 

Il tema, di conseguenza, non è mai stato solo quello della conclusione, ma della trasmissione continua di saperi stratificati da riadattare con perseveranza al contesto presente. Dietro l’adozione di ciascuno di questi espedienti tecnici c’è stata la volontà di trovare un equilibrio tra le normative attuali e il progetto delineato da Gaudí, a sua volta ricostruito a partire da un’eterogeneità di fonti documentali e frammenti di modellini, schizzi e pubblicazioni sopravvissuti alla distruzione del suo laboratorio durante la Guerra civile spagnola. 

Interno della Sagrada Família, 2026. Foto Bonvicini Ilaria

Per la croce, ad esempio, le indicazioni erano sorprendentemente precise. “Ci siamo basati su piccoli modelli realizzati da Gaudí e descrizioni dettagliate pubblicate durante la sua vita. Parlano di una forma che deve funzionare come un cristallo “fulgente” e “splendente”, capace di rifrangere la luce di giorno e proiettarla sopra la città di notte come un sistema di fasci luminosi”.

Se i plastici restituiscono la forma e la geometria della Sagrada Família, le descrizioni e le lettere indirizzate ai suoi collaboratori parlano invece della materialità, della simbologia e della sua espressività. In altri termini, è in queste tracce che l’ideale incontra il materiale, in un esercizio di ricerca e scoperta metodologica che orienta il lavoro corale di architetti e gruppi interdisciplinari da ormai cinque generazioni. 

Interno della Sagrada Família, 2026. Foto Ilaria Bonvicini

La ricostruzione dell’intenzione Gaudíniana segue una lettura incrociata e critica delle fonti che non si traduce mai in una forma statica, e questa propensione alla transizione è perfettamente riflessa nello sviluppo complessivo del Tempio, fino alla croce tridimensionale. “Si parte da un quadrato che ruota in direzioni opposte verso il centro e, attraverso queste rotazioni, si arriva a una base ottagonale. È lo stesso principio delle colonne: a metà della loro altezza presentano otto lati, poi si passa a sedici, trentadue, sessantaquattro, fino ad assumere una forma circolare”. 

“Gaudí geometrizzava tutto”, ci ricorda l’architetto, evidenziando immediatamente la dimensione collettiva e mutevole della Sagrada Família, “era un modo per costruire e anche per comunicare come il progetto dovesse essere portato avanti”. In un contesto segnato da risorse economiche spesso limitate, questa chiarezza permetteva di tramandare il progetto nel tempo, rendendolo comprensibile anche a chi avrebbe dovuto portarlo avanti dopo di lui. 

La strategia politica e comunicativa che Gaudí mise in atto per assicurare un futuro alla Sagrada Família dopo la sua morte, con meticolosità, rigore e un pizzico di furbizia, resta uno dei paradossi più rivelatori e incomprensibili allo sguardo contemporaneo, soprattutto se si considera quanto sia spontaneo per i visitatori di oggi accordarle un valore architettonico indiscusso. 

Sagrada Família, 2026. Foto Ilaria Bonvicini

Non è infatti un caso che, dopo l’abside, abbia scelto di proseguire con la prima facciata della Natività: il suo carattere naturalistico e celebrativo doveva coinvolgere e motivare le future generazioni oltre ad attrarre gli investimenti dei donatori. La sua figurabilità aveva lo scopo di accaparrarsi la benevolenza del pubblico, lo stesso che si era scagliato con sarcasmo contro alcuni suoi edifici civili e si sarebbe sentito respinto da un ingresso “duro e crudo” come quello della Passione. 

Oggi, la Sagrada Família ha minato le pretese incondizionate del canone architettonico, ri-significando l’architettura religiosa in modi che hanno avuto ripercussioni indelebili sulla sua percezione. È la prova che un progetto può attraversare epoche diverse senza diventare mai un’operazione nostalgica o imitativa, mantenendo sempre una coerenza pragmatica che si costruisce progressivamente, più che conservarsi.

Sagrada Família, 2026. Foto Ilaria Bonvicini

La conclusione della torre di Gesù Cristo segna una fase cruciale nella storia del cantiere: per la prima volta una generazione di architetti si trova a completare il nucleo simbolico e strutturale dell’opera di Gaudí dopo “più di dieci anni di lavoro distribuiti su più fronti”, ammette Cortés. Eppure, quando lo salutiamo, le gru continuano a muoversi alle sue spalle, anche se ogni gradino è stato adattato, la formula trovata, il problema risolto. Perché ogni scadenza sancisce un passaggio di consegna; ogni soluzione trovata il punto di partenza per la prossima domanda.

Immagine di apertura: Sagrada Família, 2026. Foto Ilaria Bonvicini