Sono i primi giorni del mese di dicembre 2025 quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dichiara di voler intervenire sulla situazione dell’aeroporto Dulles perché “dovrebbe essere eccellente, invece non lo è per niente”.
Non si tratta di uno scalo qualunque, ma dell’aeroporto di riferimento per la capitale federale, Washington. Intervenire su Dulles significa quindi agire su un’infrastruttura strategica, ma anche sulla simbolica porta della Casa Bianca verso il mondo.
Come se non bastasse, l’edificio principale dell’aeroporto è un importante tassello del Modernismo americano, progettato da Eero Saarinen e inaugurato nel 1962, un anno dopo la sua morte. Nello stesso anno è stata completata anche una delle opere più rilevanti del maestro americano-finlandese, il terminal della TWA (Trans World Airline) all’aeroporto John F. Kennedy di New York, riconvertito poco più di dieci anni fa in un boutique hotel.
Ma se il terminal newyorkese, pur rifunzionalizzato e adattato alle nuove esigenze, ha mantenuto nel tempo i caratteri dell’opera di Saarinen, non possiamo essere sicuri che accadrà lo stesso al Washington Dulles, che si sta preparando a scenari ben diversi. All’appello della Casa Bianca, infatti, hanno risposto rapidamente alcuni dei nomi più influenti dell’architettura contemporanea, da Zaha Hadid Architects ad Adjaye Associates, fino al colosso delle infrastrutture Aecom.
“Making Dulles Great Again”
I motivi per cui sarebbe necessario riprogettare l’aeroporto “meno fortunato” di Saarinen sono stati pubblicati dal Dipartimento dei Trasporti nella RFI (Request for Information, che equivale più o meno a un bando per un concorso di idee). C’è stato un tempo in cui Washington Dulles era rinomato per il suo design innovativo, attribuibile a un maestro dell’architettura moderna, ma oggi “l’aeroporto è più famoso per il suo sistema inefficiente di nastri trasportatori che portano i passeggeri a mezzo miglio o più di distanza dai loro gate” e ancora, per “l’odore di carburante per aerei nei terminal e il numero esiguo di gate nel terminal principale.”
Insomma, secondo l’amministrazione non è più adeguato alle esigenze funzionali di un aeroporto internazionale, e prima che ce ne accorgessimo l’iniziativa era già stata ribattezzata “Making Dulles Great Again”. Non è difficile supporre che l’aspettativa sia quella di un progetto in linea con l’anacronistico ordine esecutivo firmato da Trump nell’agosto 2025, che prevede un ritorno al Neoclassicismo e alle correnti precedenti al Novecento per rendere l’architettura degli Stati Uniti “beautiful again”.
Proprio per questo, osservando l’elenco degli studi che hanno manifestato interesse, viene spontaneo chiedersi in che modo l’architettura contemporanea possa conciliarsi con tali aspettative.
Da Saarinen a ZHA: le proposte per la riqualificazione dell’aeroporto
Sarebbe particolarmente bizzarro se la proposta di Zaha Hadid Architects fosse un’architettura alla Thomas Jefferson. Invece, in partnership con lo studio newyorkese Bermello Ajamil & Partners, ZHA punta dritto all’ego del presidente e già nei primi render di progetto, a caratteri cubitali, compare l’insegna “Donald J. Trump Terminal” sul nuovo imponente edificio, “The Grand Arch”.
Presentato in tre differenti declinazioni, il progetto immagina un ampliamento che non imita Saarinen ma ne rilegge lo slancio strutturale attraverso nuove forme fluide, contrapponendo alla copertura concava degli anni ’60 una più grande (il doppio?) convessa. È questo il punto focale del progetto: il nuovo aeroporto dovrebbe trasmettere una “tranquilla autorità”, come specificato nella proposta, in cui si parla anche di simmetria e proporzioni. Tutti temi particolarmente legati al classicismo e cari al presidente, che nel frattempo, all’inizio del 2026, ha condiviso sui suoi social il progetto per un nuovo Arco di Trionfo.
La proposta di Adjaye Associates, in collaborazione con Rcga+Dm, si muove invece in una dimensione più misurata e senza render perché “non necessari per trasmettere in modo significativo l’intento progettuale”. Secondo le anticipazioni, il concept si basa su un’implementazione graduale dell’innovazione, mantenendo il terminal storico come un “punto di riferimento civico”.
Ci sono anche Aecom, che promette attenzione alla sostenibilità e resilienza infrastrutturale, e Grimshaw, che ha proposto di riconvertire il terminal Saarinen in una “destinazione commerciale e sociale”.
In tutti i casi, il nodo centrale resta il rapporto con l’opera di Saarinen: conservarne lo spirito modernista o superarlo apertamente, assumendosi il rischio di una rottura storica. D’altronde, la RFI richiede idee “audaci, creative e senza compromessi”.
La ridenominazione degli edifici di Washington e il caso del Kennedy Center
Nel dicembre 2025, il Kennedy Center è stato rinominato Trump-Kennedy Memorial Center for the Performing Arts. Questa operazione è parte di una vera e propria campagna di rinominazione degli edifici simbolici di Washington DC, che ha coinvolto anche lo U.S. Institute of Peace (oggi Donald J. Trump Institute of Peace) e il futuro stadio dei Washington Commanders.
La reazione politica non si è fatta aspettare, e il 13 gennaio, un gruppo di senatori guidato da Bernie Sanders ha presentato il Serve Act, una proposta di legge che mira a bloccare la ridenominazione degli edifici federali e a rendere retroattivo il divieto.
Se approvata, la legge imporrebbe la rimozione del nome di Trump dal Kennedy Center e dall’Institute of Peace, ristabilendo le denominazioni originali, e questo varrebbe anche per il Dulles.
Non sappiamo ancora quando sarà realizzato il progetto, né cosa ne sarà dell’edificio di Saarinen, che oggi porta ancora il nome di John Foster Dulles, segretario di stato sotto il presidente Eisenhower negli anni ’50, ma che presto potrebbe essere un altro capitolo di una strategia che usa gli edifici pubblici come strumento di autocelebrazione del potere.
