Villa Nemazee di Gio Ponti a Teheran può dirci qualcosa anche sull’Iran di oggi

Poco distante dalla villa completata nel 1964 dal fondatore di Domus, la professoressa di letteratura Azar Nafisi raduna studentesse velate nel suo salotto per leggere libri proibiti. Siamo negli anni Novanta e la sua storia fa il giro del mondo. 

Questo articolo sarà presente nel numero 1109 di Domus, febbraio 2026. 

Teheran, 1964. Gio Ponti consegna Villa Nemazee a Shafi e Vida Nemazee, facoltosa coppia borghese. Linee moderniste, spazi che raccontano la gioia di vivre, ceramiche azzurre di Fausto Melotti. Un pezzo d'Italia innestato nella Persia dello Shah. Trent'anni dopo, poco distante dalla Villa, una professoressa di letteratura, Azar Nafisi raduna studentesse velate nel suo salotto per leggere Nabokov. Due storie apparentemente lontane. Invece, la villa di Ponti è già quel salotto: uno spazio dove essere altro da ciò che il potere pretende.     Ponti costruisce una macchina per vedere. Villa Nemazee funziona sulle "viste passanti": dalla punta a diamante dell'ingresso alla vetrata del soggiorno, lo sguardo attraversa l'intera pianta senza ostacoli. Palladio a Teheran, insomma, ma con una torsione: qui la trasparenza deve fare i conti con la separazione tra vita sociale e vita familiare, con il clima, con un'idea di privacy che l'Occidente non conosce.

Domus 422, gennaio 1965

La villa è doppia. Palcoscenico e rifugio. Dalla sala da pranzo di rappresentanza - il tavolo disposto frontalmente, quasi un'Ultima Cena - agli ambienti familiari del piano superiore, Ponti orchestra visioni incrociate. Fulcri planimetrici segnati da un occhio, letteralmente. Si guarda e si è guardati, ma secondo regole precise, codificate. La trasparenza è calibrata, mai ingenua. Quando Ponti disegna la villa, tra il 1957 e il 1964, la Persia vive ancora sotto lo Shah, in quella finestra storica prima della Rivoluzione che avrebbe cambiato tutto. L'architetto italiano costruisce un manifesto di modernità: linee pure, ceramiche che dialogano con la tradizione persiana reinterpretandola, una leggerezza che sfida la gravità del contesto. Non è solo una casa. È uno statement. Un'affermazione di possibilità, di apertura verso l'Occidente, di cosmopolitismo colto.

Quando il mondo fuori diventa ostile, lo spazio privato diventa politico.

Anche Nafisi, decenni dopo, costruisce una macchina per vedere il mondo anche se in scala ridotta, nel suo salotto di Teheran. Siamo negli anni Novanta, la Rivoluzione Islamica ha trasformato il paese che Ponti ha visto. Le donne devono coprirsi, i libri occidentali sono proibiti, l’infinito è entrato nel finito. Nafisi però, nel suo salotto, legge Nabokov, Fitzgerald, James. Crea insomma uno spazio – fisico e mentale - dove la letteratura diventa rifugio, dove l'immaginazione può ancora respirare, dove l’occhio può vedere in casa quello fuori dalla casa non si può guardare.

Villa Namazee nell’archivio di Domus

Domus 422, gennaio 1965

Villa Namazee nell’archivio di Domus

Domus 422, gennaio 1965

Villa Namazee nell’archivio di Domus

Domus 422, gennaio 1965

Villa Namazee nell’archivio di Domus

Domus 422, gennaio 1965

Villa Namazee nell’archivio di Domus

Domus 422, gennaio 1965


Villa Nemazee funziona esattamente così. È il salotto di Nafisi tradotto in architettura. Un interno che protegge, custodisce, permette di essere diversi da ciò che il mondo esterno impone. Le finestre, le stanze, le decorazioni fondono motivi persiani e sensibilità italiana. Sono come le pagine di Lolita lette in farsi: un ibrido impossibile, scandaloso forse, certamente necessario. Ponti non conosceva Nafisi, ovviamente. Ma entrambi hanno capito la stessa cosa: quando il mondo fuori diventa ostile, lo spazio privato diventa politico. La villa a Teheran, con i suoi interni raffinati e la sua modernità senza compromessi, era già un atto di resistenza culturale. Affermava che si poteva essere persiani e moderni, orientali e occidentali, fedeli alla tradizione e proiettati verso il futuro.

Nafisi scrive che quando le sue studentesse si toglievano il velo entrando in casa sua, non stavano solo scoprendo i capelli. Stavano rivendicando un'identità multipla, complessa, non riducibile agli slogan del regime. Villa Nemazee fa lo stesso: non rinnega l'Iran, lo amplifica, lo mette in dialogo con il mondo. Diceva che l’Iran è più di quello che appariva. E appare oggi.

Ponti e Nafisi fecero qualcosa di profondamente sovversivo. Il primo non costruisce un edificio occidentale trapiantato in Persia. Ma studia, comprende, assorbe. E poi restituisce qualcosa di nuovo, un linguaggio che è simultaneamente locale e universale. Proprio come Nafisi che cerca di insegnare alle sue ragazze che si può amare Austen e Hafez, che Nabokov, James, Fitzgerald possono parlare anche a una donna velata di Tehran.

Una donna iraniana accende una sigaretta con una foto dell'ayatollah Khamenei durante le proteste in Iran. Courtesy @iconografiexxi

Oggi Villa Nemazee esiste ancora, testimone silenzioso di una Teheran che non c'è più o che forse non è mai stata. Come i libri proibiti letti in quel salotto clandestino continua a sussurrare che esistono altri modi di essere, altri spazi possibili. Perché l'architettura, come la letteratura, può essere un atto di immaginazione radicale. E la resistenza non è sempre rumorosa. A volte è una linea perfetta, una ceramica azzurra, una pagina sottolineata. A volte è semplicemente insistere che la bellezza ha diritto di esistere, che la complessità non può essere schiacciata, che uno spazio - un salotto, una villa - può contenere mondi interi. Quegli stessi mondi che stanno esplodendo in queste ore.

Ciascuno a suo modo, Ponti e Nafisi hanno costruito due architetture della libertà. Fragili, assediate ma ostinatamente presenti, ostinatamente vive. La differenza è che una decina di anna fa il regime salvò il capolavoro di Ponti dalla speculazione, mentre costrinse Nafisi a lasciare l’Iran per il suo capolavoro. A dimostrazione che la libertà resta un simbolo, ma i mattoni fanno meno paura delle parole.

Immagine di apertura: Domus 422, gennaio 1965