Che cos’è il design?

Tra vaghezze e Gillo Dorfles, Gutenberg e avanguardie, proviamo a dare una risposta al quesito più difficile del mondo della progettazione. Anche grazie all’aiuto di Jean-Luc Godard e di dieci importanti designer dei nostri giorni.

Una volta Gillo Dorfles per parlare del design ha usato un aggettivo che mi ha molto colpito.
L’ha definito scottante. “Nulla è più scottante del design”, ha detto.
Ora, questo aggettivo si presta a due accezioni possibili: quella alla lettera rinvia all’idea di arroventato, bollente, ardente; quella metaforica suggerisce invece qualcosa che si impone all’attenzione per urgenza, gravità o attualità. Entrambe le accezioni colgono un aspetto specifico e caratterizzante del design: da un lato la sua capacità di assorbire e rendere la temperatura emotiva di un’epoca, di surriscaldarsi fino a diventare rovente, dall’altro lato la sua capacità di dare risposte immediate ai problemi urgenti della vita quotidiana.

Giacomo Balla, vestiti futuristi 1930. In Domus 659, marzo 1985

Mi piace l’idea che il design sia qualcosa che scotta. Qualcosa che comunica non solo alla vista ma anche al tatto. Qualcosa che è difficile da maneggiare, incasellare, catalogare. Una cosa che scotta non riesci neppure a prenderla in mano. E il design non siamo ancora riusciti a prenderlo in mano, a definirne i contorni, a tracciarne una storia condivisa. Per questo, di fronte a una domanda solo apparentemente semplice e diretta come “Che cos’è il design?” credo che l’unica risposta plausibile e non contestabile sia quella tautologica. Il design è il design. Punto.
Un po’ come Godard diceva che il cinema è il cinema.
Il design è il design nel senso che è tutto ciò che le culture e le società umane hanno chiamato design.

Jasper Morrison “Va da sé che il design dovrebbe essere utile, anche se questa definizione viene spesso trascurata da chi lo rappresenta come uno spettacolo secondario dell’arte. Se ci atteniamo alla concezione tradizionale del design come occupazione pratica, oltre ai suoi aspetti puramente funzionali ve ne sono altri, più misteriosi, i più importanti dei quali consistono nel plasmare e costruire le cose per dar loro lunga vita, sia fisicamente che da un punto di vista visuale, e nel conferire loro il potere di creare ovunque si trovino un buon ambiente, che faccia da sfondo della vita quotidiana.” Leggi anche: Jasper Morrison: “Mi sono mancati Milano e il Salone”

Foto di Antonia Adomako

Sabine Marcelis “Che cos’è il design? Per me, personalmente, è un modo di esprimermi. Ed è creare prodotti che siano 'pensati'. Per pensati intendo nel senso più ampio possibile, ovvero riaguardo a come funzionano e cosa aggiungono esteticamente a uno scenario. Il design consiste nel fare il miglior uso possibile del materiale e del processo di produzione. Al contempo, deve rispondere a tutte queste esigenze.”

Gaetano Pesce “Il design lo definirei come un’entità dal corpo organico. Esso non si identifica con delle rappresentazioni conosciute. Semmai, si precisa con diversi linguaggi ed espressioni. La sua natura è più che mai ricca e poliglotta. Se penso al luogo che lo custodisce, esso dovrebbe essere declinato in frammenti sparsi in diversi luoghi urbani, ognuno edificato con linguaggi non coerenti.”

Foto di Olga Antipina

Gereon Wahle “Per me il design è: uno sguardo di mille metri quando penso di creare qualcosa di nuovo. Una stanchezza totalizzante che so di essermi guadagnato. Trovare un equilibrio tra pensiero e azione. Capire che anche i problemi piccoli sono importanti. Un senso di indipendenza che deriva dall’atto di creare. La consapevolezza che non smetterò mai di imparare. Trovare gioia nelle cose semplici. Una convinzione infondata che posso creare qualsiasi cosa, con il tempo.”

Philippe Nigro “Cos’è il design?
È una risposta pragmatica e sensibile tramite un’opera / un oggetto/uno spazio a una ricerca prospettica personale o a una domanda posta da un imprenditore, un artigiano, un’istituzione, un utente.
La risposta, nutrita dalla propria epoca, richiede la comprensione dell'interlocutore, sua storia e know-how tecnico e tecnologico per creare opere la cui qualità possa trasmettere benessere, legame affettivo, armonia, ingegnosità, innovazione, durevolezza e desiderio di trasmissione.”

Foto di Vincent Lappartient

Tom Dixon “'Design' è una parola oramai quasi priva di significato, che copre una vasta gamma di processi e attività possibili in molteplici settori confusi – può comprendere l’ingegneria, la decorazione o l’organizzazione dei sistemi. In linea di principio, dovrebbe essere un mezzo di miglioramento”.

Konstantin Grcic “Il design è un aspetto vitale della società progressista. Dà forma ai prodotti e ai sistemi con cui ci confrontiamo quotidianamente. Il design è un modo di pensare che si prende cura delle persone e di qualsiasi altra specie su questo pianeta e nell'universo. Richiede la volontà di assumersi dei rischi, perché fa fronte a contesti in continua evoluzione. Il design è cambiamento.”

Courtesy Hugo Boss

Elena Salmistraro “Il design oggi ha trovato la forza di superare limiti e preconcetti del passato, svincolandosi da stereotipi e manifesti, alla ricerca di se stesso nell’individualità autoriale del segno. Non più un volto definito da un’unica direzione, da una singola specificità funzionale/tecnologica, ma una fluidità poliedrica di espressioni.
Il design oggi si occupa di trasformare le tante 'cose' che ci circondano, in oggetti con un’anima, una storia, una coerenza, un sogno.”

Stefano Giovannoni “Il design è il linguaggio che ci permette di trasferire nell’oggetto la nostra identità culturale: identità dell’autore, del periodo storico in cui opera, e dell’immaginario che li contraddistingue.”

Emilio Ambasz “Le capacità umane che la natura non ci ha donato, deve fornircele il design”.

Foto di Wade Zimmerman

Perché ci sia design, insomma, ci deve essere progetto. Vero e condivisibile. Ma [...] chi stabilisce se un progetto è buono o non lo è? Con quali criteri, quali griglie, quali metri di giudizio?

Risposta troppo vasta? Troppo vaga? Troppo inclusiva e pervasiva?
Forse. Ma tutti coloro che hanno cercato con le lance acuminate dei loro raffinati sistemi concettuali di infilzare e definire univocamente tutto il design, una volta per tutte e per sempre, hanno fallito miseramente. Perché si sono trovati a dover constatare ogni volta come il design esondasse dalle loro gabbie definitorie, tracimasse oltre i loro schemi, invadesse territori inattesi e si manifestasse anche là dove loro non avevano previsto si potesse manifestare. Noi stessi abbiamo posto la domanda “Cos’è il design?” ad alcuni dei più importanti designer contemporanei e le risposte sono state eterogenee e discordanti: un mosaico di punti di vista e di convinzioni che va ad arricchire e a raccontare in modo caleidoscopico la magmaticità della disciplina. Forse allora prima di chiedersi “cos’è il design?” bisognerebbe forse chiedersi “dov’è il design?”. Dove agisce, dove interviene, dove opera.
Provare a individuare la sua presenza, la sua azione, la sua capacità di incidere e modificare lo stato delle cose. 
Non può essere circoscritto entro confini rigidi, il design. Non lo si può ingabbiare dentro mappe troppo strette. Non lo si può etichettare. Perché il design è dinamico. Genera cambiamenti e trasformazioni, e così facendo cambia e modifica anche se stesso. Il suo statuto disciplinare è mobile, perennemente in evoluzione. Quando dirigevo il Triennale Design Museum della Triennale di Milano, fondato nel 2007, ho progettato e realizzato ben 11 edizioni del Museo del design italiano, cercando di dare ogni volta una risposta diversa alla medesima domanda di partenza. Che è poi quella da cui ha preso le mosse anche questa riflessione. 

Stampa a caratteri mobili, Johannes Gutenberg. Foto di Jost Ammanl da wikimedia commons

Quando è nato il design? C’è chi lo fa risalire al secondo dopoguerra, chi alla rivoluzione industriale, chi ancora a Christopher Dresser, chi a Gutenberg, chi ai Futuristi, chi all’animismo pompeiano, chi all’epoca etrusca. E c’è perfino chi dice che il diritto romano è a suo modo, ante litteram, un capolavoro di design. Vogliamo parlare delle modalità di produzione? Qual è quella canonica e connotativa del design? La grande serie? La piccola serie? La serie limitata? Se il design implica, come vorrebbero alcune teorie, la produzione seriale, come la mettiamo con i tanti pezzi unici o con i prototipi che pure fanno parte a pieno titolo della storia del design? Un prodotto di design deve essere fatto necessariamente a macchina? E se c’è l’ausilio della mano dell’uomo? E il rapporto fra design e artigianato? Qualcuno ha provato a rispondere alla domanda individuando settori produttivi e di mercato di cui il design sarebbe il motore generativo: ma anche qui le tipologie riconducibili al gesto generativo del design sono talmente diverse ed eterogenee (dal furniture alla grafica, dall’automobile alla comunicazione, dall’illuminazione ai servizi, dal food al gioco) da rendere improduttiva o non esauriente ogni eventuale teoria basata su questa ipotesi. Dunque, il design è il design. 

Bruno Munari, Una tana leggera e trasparente (schizzo per l’Abitacolo), 1971. In Domus 677, novembre 1986.

Dorfles – che alcune riflessioni imprescindibili sul tema ce le ha regalate – sosteneva che un oggetto può essere considerato design se è tale da adempiere non solo a una funzione pratico-utilitaria ma anche a una funzione estetica. Utile e bello, insomma, secondo lui sono inscindibili negli oggetti di design. E aggiungeva che affinché si possa parlare di design è necessario che sia rinvenibile una forte componente di progettazione. Perché ci sia design, insomma, ci deve essere progetto. Vero e condivisibile. Ma bisognerebbe fare un passo ulteriore e dire che ci deve essere un progetto buono. Quanto design è frutto di un progetto che forse sarebbe meglio che non ci fosse? Ma anche qui: chi stabilisce se un progetto è buono o non lo è? Con quali criteri, quali griglie, quali metri di giudizio? 

Sedia Thonet no. 14 del 1865 ca. Foto di Jasper Morrison

In ogni caso, progetto e progettare vengono dal latino e significano “gettare avanti”, guardare oltre. Se ci atteniamo alla storia e alle sue lezioni, possiamo dunque dire che un buon progetto è quello che non solo è in grado di dare una risposta funzionale ai bisogni esistenti ma che sa anche captare e prefigurare bisogni ancora latenti ma in via di formazione nel corpo sociale. Design è cultura del progetto che sa essere visionaria, che sa vedere oltre, che è in anticipo sui tempi, che disegna scenari futuri. Nella seconda metà del ’900 il design è stato sostanzialmente questo. Ha fatto questo. Ha dato un contributo decisivo alla democratizzazione della cultura materiale e alla diffusione del benessere nella vita di tutti. Oggi – diventato una professione di massa in una società che fatica a progettare un futuro e che sembra non aver più bisogni che non siano già soddisfatti a priori – il design è diventato altro: più che progettare il futuro deve rendere sostenibile il presente. Deve veicolare processi di eticità, e responsabilità nell’uso delle risorse. Deve diffondere e far circolare idee che rendano le persone più consapevoli dell’uso che fanno degli oggetti, dei beni, delle risorse disponibili. È ancora il design del ‘900 o è diventato un’altra cosa? 

Gillo Dorfles racconta il Salone, in Domus 892, maggio 2006

Di nuovo: il design è il design. Intuitivamente capiamo tutti cos’è, razionalmente fatichiamo a trovare una formula che sintetizzi le sue molteplici funzioni e articolazioni. Ma forse è proprio questa sua ricchezza, questa sua polivalenza, questa sua congenita transdisciplinarità, questa sua capacità di dialogare con altre discipline (dall’arte all’artigianato) senza confondersi con esse, questa sua capacità di adattarsi ai tempi e di cambiare incessantemente pur restando fedele a se stesso, questo suo essere fluido e mutante ma non effimero, questo suo essere sempre lì a chiederci di dirgli e dirci che cos’è pur sapendo che una risposta univoca non c’è, a fare del design una delle forme/discipline/pratiche progettuali più contemporanee, più necessarie, più in sintonia con il difficile e complesso spirito del nostro tempo. 

Immagine di apertura: CUCULA, mobili della Proposta per un’autoprogettazione in vendita a Berlino. © Verena Bruening, image courtesy of S27 – Art and Education