Sembra di entrare in un film degli anni Settanta. Oppure in un futuro che non è mai arrivato. È questa la sensazione che restituiscono molte delle architetture raccolte in Brutalist London, il nuovo volume pubblicato da Blue Crow Media e dedicato a oltre cinquanta edifici post-bellici della capitale britannica.
Dai complessi più iconici, come il Barbican Estate, ai casi meno noti, il libro costruisce un percorso che attraversa una Londra diversa da quella contemporanea: una città segnata dal welfare state, dalle grandi istituzioni pubbliche e da un’idea di architettura intesa come strumento per organizzare la vita collettiva.
Attraverso le fotografie in bianco e nero di Nigel Green — attente a superficie, materia e ritmo — e i testi di Owen Hopkins, il volume restituisce un’immagine meno rigida del brutalismo londinese. Non un linguaggio uniforme, ma un insieme di tentativi, anche molto diversi tra loro, di dare forma a una città nuova — e, soprattutto, a un’idea diversa di convivenza.
L’housing sociale prima degli anni Ottanta
Non si può parlare di brutalismo senza passare dall’housing sociale, il grande laboratorio con cui Londra prova a rispondere alla crisi abitativa del dopoguerra. Il cemento diventa il materiale di una promessa: costruire in fretta, ma anche immaginare nuovi modi di vivere insieme.
All’inizio, negli anni Cinquanta, questa promessa prende forma in progetti come l’Alton Estate, una serie di edifici lineari immersi nel verde, influenzati direttamente dagli esperimenti di Le Corbusier. Ma nel giro di pochi anni tutto cambia scala e si centralizza.
Dal Barbican Estate, la grande città autonoma costruita per riportare i cittadini nel centro finanziario, alla Trellick e alla Balfron Tower — entrambe progettate da Ernő Goldfinger — emerge una stagione in cui l’architettura si configura come macchina urbana: edifici autonomi, città dentro la città, che nel tempo sono diventati oggetti di culto e, al contempo, luoghi segnati da tensioni sociali.
La Trellick Tower, progettata tra il 1966 e il 1972, è forse l’esempio più emblematico: 31 piani, più di 200 appartamenti e un design inconfondibile, che separa il corpo principale dalla torre di servizio attraverso passerelle sospese. Situata in un’area allora fragile e periferica, è diventata negli anni un simbolo tanto dell’utopia modernista quanto delle sue contraddizioni.
Accanto a questi esempi, esistono anche casi di housing sociale più “riuscito”, pensati come alternativa all’anonimato delle grandi torri. L’Alexandra Road Estate, progettato da Neave Brown tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta, o Dawson’s Heights, firmato da Kate Macintosh, mostrano approcci più articolati, spesso ispirati a modelli urbani informali e a una maggiore attenzione per la dimensione comunitaria.
Infrastrutture e architetture minori
Se il Barbican e la Trellick Tower sono le immagini più riconoscibili del brutalismo londinese, Brutalist London insiste anche su una famiglia di edifici meno celebrata ma altrettanto significativa: le infrastrutture.
Il cemento diventa il materiale di una promessa: costruire in fretta, ma anche immaginare nuovi modi di vivere insieme
Tra queste, il Minories Car Park è uno degli esempi più interessanti. Costruito alla fine degli anni Sessanta, a pochi minuti dalla Torre di Londra, nasce in un momento in cui le grandi città inglesi guardano all’automobile come a un futuro inevitabile. La struttura è apparentemente semplice — una griglia modulare, piani aperti — ma rivela, osservata da vicino, una precisione quasi ossessiva nel disegno degli elementi, negli angoli smussati, nel rapporto tra pieni e vuoti.
È un brutalismo meno iconico, e proprio per questo spesso più fragile. Il caso del Welbeck Street Car Park, demolito nel 2018 nonostante proteste internazionali, racconta bene il destino ambiguo di queste architetture: a lungo trascurate, oggi oggetto di una riscoperta tardiva.
Una scala domestica
Nel libro trovano spazio anche oggetti più inattesi, deviazioni rispetto alla visione comune del brutalismo. La Housden House, nel nord di Londra, è uno di questi.
Progettata dall’architetto Brian Housden per sé stesso, si presenta come un volume compatto e discreto, quasi invisibile dalla strada. Ma è negli interni stratificati — non solo in cemento, ma anche in legno, micro-piastrelle e mattoni — che si rivela la sua qualità spaziale.
Sembra di entrare in un film degli anni Settanta. Oppure in un futuro che non è mai arrivato
Lontana dalla monumentalità degli interventi pubblici, la casa suggerisce una lettura più sfumata del brutalismo: non un’estetica unica, ma un insieme di pratiche e sperimentazioni che attraversano scale, programmi e intenzioni diverse.
Oggi, mentre le città europee tornano a confrontarsi con la crisi abitativa e con il ruolo dello spazio pubblico, questo patrimonio appare sotto una luce diversa: non solo come testimonianza di un’epoca, ma come traccia di un momento in cui l’architettura ambiva a essere strumento attivo di trasformazione sociale.
