Milano, ultimo piano della torre Samsung. Dalle vetrate si domina una città che continua a trasformarsi: nuove torrette residenziali, gru in sequenza, un orizzonte in continuo refresh. Mauro Porcini, President e Chief Design Officer di Samsung Electronics, torreggia a sua volta nella stanza. È vestito di scuro, elegante ma lontano da qualsiasi cliché corporate. Gli occhiali appesi a una catenella sul maglione girocollo, stivali Gucci con l’arcobaleno distintivo dell’era Michele-Bizzarri, un Ring di Samsung al dito. Mi stringe la mano e si presenta per nome.
Indossa due orologi, uno per polso: al sinistro uno smartwatch Samsung di ultima generazione, al destro un orologio tradizionale meccanico. Non è un dettaglio. È un innesco.
Due orologi, una posizione
Per qualcuno potrebbe essere una contrapposizione elementare: analogico contro digitale. Per Porcini la questione è più profonda. “Questo è identità. L’altro è funzione”, dice mostrando gli orologi. Uno è un oggetto destinato a durare, forse a essere tramandato: un gioiello; l’altro è un dispositivo che monitora, aggiorna, dialoga con un ecosistema in continua evoluzione, e di cui conviene avere un modello recente.
I designer non disegnano prodotti. Disegnano significato.
Mauro Porcini
In questa convivenza si intravede la sua missione: sottrarre il design tecnologico a una certa uniformità in cui, secondo Porcini, è scivolato. “Oggi ci ritroviamo con un linguaggio molto omogeneo, i prodotti si assomigliano tutti. Dalla televisione al frigorifero, dal telefono al forno: il codice è lo stesso”. Ma la sua non è una crociata contro il minimalismo. “Se vuoi un oggetto minimalista è giusto che tu lo possa comprare”, commenta. Il problema è quando il minimalismo diventa l’unica grammatica possibile. “La mia è una reazione alla mancanza di scelta”.
Per decenni il design industriale ha fatto propria la formula modernista della forma che segue la funzione. Porcini non la nega, ma la rilegge. “La forma e la funzione seguono il significato”. Non è un invito all’ornamento. È una diversa gerarchia: prima si definisce il senso che un oggetto deve avere nella vita delle persone, poi si stabilisce come deve apparire e come deve funzionare. “La forma e la funzione possono adattarsi in base al significato che devo creare per te”.
Moda e architettura gli servono come controcampo. In quei settori il cambiamento è grammatica: collezioni, variazioni, autorialità multiple convivono dentro un DNA riconoscibile. Il design del mobile lavora per famiglie di forme, non per standard unici. Il design tecnologico, invece, si è spesso raccontato come neutro e universale, producendo serie più che differenze. Ma la neutralità, quando diventa standard globale, finisce per generare omologazione.
L’importanza del significato
Con Mauro Porcini la conversazione tende sempre ad allargarsi. Nel giro di pochi minuti si passa da Umberto Eco a Pirandello, dal Bauhaus a Memphis e poi si ritorna ad Alessandro Michele. Ricorda quando al primo anno di università lesse La struttura assente di Umberto Eco e iniziò a considerare il design come atto di comunicazione prima ancora che come esercizio formale. In quelle pagine, racconta, si imbatté anche in Roman Jakobson, “la grammatica per definire il significato”, un modello che negli anni lo ha aiutato a pensare il design come costruzione di messaggi, codici e contesti, non solo di oggetti. “I designer non disegnano prodotti. Disegnano significato”.
Il più grande progetto di design sarà disegnare come le persone vivranno e troveranno felicità in una società diversa.
Mauro Porcini
Porcini è il primo presidente non coreano nella storia di Samsung. Nominato Chief Design Officer esattamente un anno fa, prima di arrivare in Corea ha ricoperto lo stesso ruolo in 3M e in PepsiCo, guidando trasformazioni che hanno inciso sul linguaggio dei brand oltre che sui prodotti. Al CES di Las Vegas di quest’anno Samsung ha già iniziato a mostrare quella che potrebbe diventare la sua visione per il design del gruppo. Formazione al Politecnico di Milano, allievo anche di Andrea Branzi, carriera costruita tra Europa e Stati Uniti: una traiettoria che tiene insieme cultura progettuale italiana e pragmatismo industriale americano.
In Corea, invece, dice di aver trovato un’energia diversa, un Paese che in pochi decenni è passato da economia in via di sviluppo a potenza tecnologica globale. Tra Silicon Valley e Cina emergente, la Corea del Sud rappresenta un underdog da tenere d’occhio: meno narrativa, più disciplina industriale. È in questa triangolazione geopolitica che colloca oggi Samsung.
Un futuro che si riscrive nel tuo Dna
Fondata nel 1938, Samsung ha attraversato povertà postbellica, industrializzazione, globalizzazione, rivoluzione digitale e ora intelligenza artificiale. “Il problema di molti brand è che dicono: questo è il mio heritage, questo è il mio Dna, non lo posso cambiare. Il mondo però cambia attorno a te e diventi irrilevante”. La proposta di Mauro Porcini non è la rottura, ma la traduzione continua. “Devi restare fedele a te stesso, ma trovare una formula che ti proietti nel futuro”.
È qui che Porcini introduce quello che per lui è il vero terreno di lavoro del design oggi: restituire una dimensione umana alla tecnologia. “Per me Samsung deve diventare sempre più the human side of tech, il lato umano della tecnologia”. Non significa aggiungere calore emotivo a posteriori a prodotti già definiti, ma partire dall’essere umano prima ancora che dalla tecnologia o dal business. “Prima del business, prima della tecnologia, dobbiamo mettere l’essere umano”.
Un design inteso non come styling, quindi. Ma una cultura organizzativa. “I designer sono ambasciatori dell’essere umano”. Devono parlare il linguaggio della tecnologia e quello del business, ma ricordare costantemente per chi si sta progettando.
Prima del business, prima della tecnologia, dobbiamo mettere l’essere umano.
Mauro Porcini
Quando parla di futuro e scenari ad alto tasso di intelligenza artificiale, Porcini evita l’entusiasmo ingenuo o l’allarmismo. Se la tecnologia libera tempo, la questione diventa cosa fare di quel tempo. “La tecnologia può liberarti. La questione è cosa fai con quella libertà”. In uno scenario in cui il lavoro tradizionale cambia fisionomia, il progetto non è solo industriale ma sociale: come si ridefiniscono identità, relazioni, senso.
È qui che la sua visione si allontana dalla pura innovazione di prodotto e diventa riflessione antropologica. “Il più grande progetto di design sarà disegnare come le persone vivranno e troveranno felicità in una società diversa”.
Progettare Memoria
“Io ho milioni di foto dei miei figli. Non ho quasi nulla di mio nonno quando era bambino”, racconta il designer, spiegando che oggi accumuliamo milioni di tracce digitali delle nostre vite. L’intelligenza artificiale potrebbe trasformare questo archivio in memoria attiva, continuità della conoscenza. Non si parla di immortalità mistica, ma accarezziamo ipotesi di permanenza del racconto.
La tecnologia può liberarti. La questione è cosa fai con quella libertà.
Mauro Porcini
In fondo, anche l’orologio meccanico che porta al polso destro parla di questo. Non è solo un oggetto che misura il tempo: è un oggetto che attraversa il tempo. Può essere tramandato, passare di generazione in generazione, portare con sé memoria e identità.
Prima del business, prima della tecnologia, insiste, viene l’essere umano. “Il design è un atto d’amore”. Non un gesto romantico, ma un principio strutturale: progettare significa prendersi cura del modo in cui le persone vivranno dentro la tecnologia che costruiamo.
Alla fine si torna ai due orologi. Non rappresentano nostalgia né fede cieca nel digitale, ma una possibilità: scegliere, combinare, attribuire significato. La domanda, allora, non è quanto lontano portare Samsung negli anni che verranno, ma quale idea di uomo e di società si decide di accompagnare in quel percorso. I due orologi non segnano solo l’ora. Segnano una posizione.
