Umberto Eco e il design: tra Ufo, rivestimenti, Triennale e sindrome Disney

Dopo i 10 anni di silenzio richiesti alla morte, si torna a parlare dell'autore de Il nome della Rosa e della Fenomenologia di Mike Bongiorno: l’archivio Domus ci racconta tutte le volte che l’architettura lo ha chiamato in gioco, in tutti i contesti possibili.

Col decennale della morte di Umberto Eco il 19 febbraio, cade nel 2026 l’embargo-anatema che il profeta italiano della semiotica aveva imposto sulla sua stessa memoria, come volontà testamentaria: per dieci anni non si sarebbero dovuti dedicare eventi pubblici dedicati al suo lavoro o alla sua persona. Comprensibile, visto che si parla di uno degli autori più citati tra secondo ‘900 e successivo millennio.

E mentre con la fatidica data arriva anche una maratona YouTube con tutte le dediche che per anni sono state represse, non potevamo fare a meno di chiederci se un tuffo nell’archivio digitale Domus avrebbe potuto aggiungere qualche tessera al racconto.

Domus 787, novembre 1996

Ne aggiunge altroché, sul racconto di una fama come su quello del continuo tiramolla di progettisti e filosofi: Eco è parte di quei pensatori, loro sì più citati, che hanno incrociato i loro cammini più di una volta con architettura, design, spazio, basta pensare a Michel Foucault e al panopticon carcerario come materializzazione del controllo, o a Jacques Derrida e a un termine che è tanto corrente di pensiero quanto di architettura: decostruttivismo.

Domus 787, novembre 1996

Eco è tra loro, ma più che “quote generator” si trova ad avere quello del padre legittimatore, che lo si voglia elogiare o uccidere, come ad esempio faranno i designer radicali del gruppo Ufo, metaforicamente e freudianamente (è una storia davvero novecentesca).

Eco, più che “quote generator”, si trova ad avere il ruolo del padre legittimatore.

Opera Aperta è il lavoro in assoluto più citato negli anni recenti su Domus, la usa Anne Holtrop, la usa Farshid Moussavi per commentare il progettare strutturalista di Renée Gailhoustet, ma era Apocalittici e integrati del 1964 la vera mot de passe dei tardi ’60 e di tutti gli anni del lungo postmoderno italiano.

Domus 466, settembre 1968

Poi, lo spettacolo, la pubblicità, i confini tra realtà e fantasia totalmente vaporizzati dal linguaggio dei consumi: “Disneyland mette in chiaro che nel suo recinto magico si riproduce assolutamente la fantasia, in un mondo più vero del vero”. Eccolo Eco, citato dove più ce lo si aspetterebbe, in un numero del novembre 1996, il 787, che la Domus di François Burkhardt dedica alla “sindrome Disney”, alla galassia linguistica Disney come vero attore che sta trasformando il nostro spazio vitale, anche con l’architettura di cui lo riempiamo, e a raccontarlo ci sono gli edifici di Gehry, Isozaki, Stern, Venturi e Scott Brown.

Domus 417, agosto 1964

D’altronde parliamo di chi la società dello spettacolo l’ha percorsa dall’interno e le ha dato forma, giovane “corsaro” entrato in Rai per portare cambiamenti di senso nei primi ’50 quando dalla sede di Milano partivano le prime trasmissioni televisive nel 1954 – e anche nel palazzo Rai di Corso Sempione firmato Gio Ponti Domus è tornata per celebrare 70 anni di tv italiana – ma anche autore per le domande del leggendario quiz Lascia o raddoppia?

Domus 453, agosto 1967

E parliamo di chi quella stessa società l’ha poi decostruita, ricostruita e spesso passata a filo d’ironia, tra Diari minimi Fenomenologie di Mike Bongiorno. Ma soprattutto di chi ne ha partecipato le tensioni e le domande, in un dopoguerra industriale che sembrava tutto certezze ma già annunciava il più totale smarrimento.

Disneyland mette in chiaro che nel suo recinto magico si riproduce assolutamente la fantasia, in un mondo più vero del vero.

Umberto Eco

L’Umberto Eco che presenta Enzo Mari per il suo lavoro del 1967 alla Biennale di San Marino è anche il solo Umberto Eco che vedremo parlare direttamente sulle pagine di Domus: e si tratta di un sondaggio, perché “l’Autore, che era partito ritenendo che la sua comunicazione potesse aspirare a una certa univocità, ha dovuto convincersi, via via che sottoponeva amici e conoscenti a esperimenti, (…) che la risposta di fronte alla esperienza in questione poteva essere di vario tipo, e i tipi di risposta potevano essere addirittura catalogati riferendosi a correnti critiche attualmente in voga (non trascurando le risposte anomale, innovatrici, illuminanti o risibili)”.


Al pubblico la parola, con domande del tipo: “Cosa significa (quest’opera)? (…) 8) ripropone il mito di Narciso. 9) ripropone il motto del tempio di Delfi: ‘conosci te stesso’ 10) vuole provocare il visitatore riconducendolo a se stesso, dopo la ‘distrazione’ in cui si è trovato di fronte alle altre opere. 11) è un atto di protesta contro le mostre d'arte. 12} vuole mettere a disagio lo spettatore. 13) è il ‘divertissement’ di chi accetta le mostre d'arte così come sono. 14) altra risposta a scelta: …”

Domus 418, settembre 1964

C’è un’Italia che è grande provincia di sé stessa, Eco la percorre e Domus lo segue, in tutti i pop up anche contestatari dove il filosofo avrà un ruolo centrale, come nelle provocazioni del gruppo radicale fiorentino Ufo che nel 1967 hackera il premio Masaccio a San Giovanni in Valdarno e “scatena” – ospita – dibattiti che proprio Eco coordinerà. C’è un evolvere anche in separazioni, come quella dagli stessi Ufo pochi anni dopo, con la recensione di Segno firmata da Lapo Binazzi che nell’”allontanarsi” da Eco più che freudianamente padre lo chiama “zio”.

D’altronde parliamo di chi la società dello spettacolo l’ha percorsa dall’interno e le ha dato forma.
Domus 1084, novembre 2023

E c’è quel nodo di tutti i percorsi che sta a Milano, in Parco Sempione, poco distante da quella casa che conteneva la biblioteca di Eco, ordinata per affinità: è il Palazzo dell’Arte, dove Eco e Vittorio Gregotti curano l’introduzione alla XIII Triennale nel 1964, l’ultimo episodio di un ciclo destinato a chiudersi coll’episodio successivo, quello del 1968 preso d’assalto dalla contestazione alla sua apertura. In questo canto del cigno moderno, il tema è il tempo libero, Gae Aulenti accoglie il pubblico con le figure del suo “Arrivo al mare”, troviamo poi il dream team del design italiano al completo, tra Albini e Helg, Joe Colombo, Zanuso e Sapper. E troviamo i corti sperimentali di un Tinto Brass appena trentenne.

Domus 530, gennaio 1974

Il pensatore che ha dato forma alla stessa società che poi scrutava, cosa potrebbe dire di tanto parlare che lo ha chiamato in causa, specie dopo esserne stato fine e inizio col suo editto del silenzio decennale? Come anche dell’essere chiamato a battesimo, nella storia dell’architettura recente, di interpretazioni profonde del progetto e della spazialità come anche di riflessioni sul ruolo dei rivestimenti d’interni? Non può che essere, questo sì, un divertissement speculativo. Ma finalmente prendendoci anche noi la briga di citare Umberto Eco, quello del Diario Minimo, vien da dire che “tale è la ventura della parodia: non deve mai temere di esagerare. Se colpisce nel segno, non farà altro che prefigurare qualcosa che poi altri faranno senza ridere – e senza arrossire – con ferma e virile serietà”.

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