Durante la settimana del Salone del Mobile, mentre Milano si offre al confronto tra idee e mercato, alcuni autori hanno mostrato di saper impiegare le tecniche di produzione industriale per realizzare oggetti animati da una speciale personalità, forme dotate di un forte carattere. Una libertà espressiva che nasce dall'affermarsi di una visione personale, e non dalla ricerca di un consenso senza rischi. A cura di Francesca Picchi Fotografia di Ramak Fazel.
Kazuyo Sejima + Ryue Nishizawa / SANAA Rabbit chair per nextmaruni, Maruni Wood Industry, Hiroshima
"Il concetto è molto semplice: si tratta di tagliare un foglio di compensato curvato lungo le linee del disegno – realizzato a mano libera – di un coniglio. Abbiamo pensato che fosse un'idea interessante trasferire leggerezza, disinvoltura e humour alla vita quotidiana grazie a un semplice processo di 'taglio'. Abbiamo studiato nel dettaglio la dimensione della sedia in modo da assicurare comunque il comfort dell'utente". Con la sua sedia in compensato a forma di coniglio, Sejima ridisegna con garbo e ironia un archetipo del moderno: la sedia in compensato curvato. Dopo la sedia-formica di Jacobsen – la Ant Chair del 1952 fu la prima sedia 'industriale' danese – il disegno di Sejima spinge con misurata disinvoltura l'ispirazione organica sul terreno della figurazione.
Konstantin Grcic: Miura stool, per Plank, Ora (Bolzano)
"Se devo raccontare la storia dello sgabello Miura non posso che riferirmi a un progetto precedente: la chair_ONE. Non è così insolito che un progetto ne generi un altro, che ne sia l'ideale continuazione oppure una reazione contraria, e così via. La storia dello sgabello Miura va messa in relazione con la sedia in pressofusione di alluminio che ho disegnato per Magis tre anni fa. Sia in termini di tecnologia che di espressione, il progetto della chair_ONE ha segnato un passo avanti; è stato un lavoro che ha incominciato a mostrare le potenzialità d'uso del computer quando entra nel processo formale. La richiesta da parte di Plank di lavorare sull'idea di sgabello in un unico pezzo ha offerto l'opportunità per spingermi oltre. Mentre la chair_ONE è semplicemente una struttura esplicita, puro scheletro, Miura invece, oltre alla struttura, mostra di avere una pelle modellata al computer: l'approccio è stato meno pragmatico, più scultoreo. Come per la sedia, Miura ha avuto origine da un approccio di natura strutturale. Il principio di costruzione non è stato generato al computer, ha seguito piuttosto una logica intuitiva e la mia personale esperienza nel costruire mobili. Il computer è entrato nel progetto nel momento in cui si rendeva necessario modellare liberamente le superfici complesse, ma solo dopo aver definito la geometria generale dello sgabello. È durante questa fase che abbiamo fatto grande uso dei processi di prototipazione rapida. Alimentando con i dati generati dal nostro CAD la macchina per la sinterizzazione laser (una specie di stampante tridimensionale), ci è stato possibile produrre una lunga serie di modelli a misura naturale del nostro sgabello (o parti di esso) con il risultato di trasformare la realtà digitale in realtà fisica. Per quanto qualsiasi cosa appaia sullo schermo di un computer possa apparire corretta, per me è diventato uno strumento cruciale per verificare la forma di un oggetto guardandolo nella sua apparenza tridimensionale. Durante la messa a punto del disegno abbiamo incominciato a inviare i nostri file digitali agli ingegneri strutturali di Area_3, che, in parallelo, hanno avviato i test di simulazione dinamica sul comportamento strutturale dello sgabello. In questo modo siamo stati in grado di seguire la fattibilità tecnica e statica dell'intera struttura. Non sono in grado di dire se lo sgabello Miura segua una certa estetica legata al computer, né mi sarebbe facile valutare quanto sarebbe stato diverso se non l'avessimo guardato al CAD. Il dato positivo è che alla fine è venuto fuori quello che doveva essere: uno sgabello". Konstantin Grcic 24.05.2005
Ronan & Erwan Bouroullec: Facett collection per Ligne Roset, Briord (France)
"In un certo senso il nostro lavoro è stato guidato da due idee base: da un lato spingere al limite le possibilità delle macchine a controllo numerico di cui dispone l'azienda, dall'altro considerare il divano come una sorta di monolite, un volume che nasce da una forma compatta... L'azienda dispone di tecnologie automatizzate per la produzione in serie dei divani. Per prima cosa ci interessava mettere alla prova le macchine a controllo numerico utilizzate per cucire il rivestimento dei materassi – un insieme fatto di tessuto e schiuma. In effetti, il punto di partenza è stato l'interesse a indagare le potenzialità del controllo numerico. Poiché queste macchine sono utilizzate per realizzare sandwich di tessuto, di conseguenza abbiamo cucito il tessuto su un strato di schiuma sottile (lo spessore che si ottiene alla fine è di circa 1 cm). Mentre il normale tessuto rimane piuttosto floscio, nel nostro caso invece siamo riusciti ad ottenere una specie di materiale composito che si comporta come un pezzo di carta. Usando le cuciture per irrigidire il tessuto, lo si è trasformato in materiale con un comportamento strutturale. La cucitura, oltre a unire i diversi materiali e irrigidire l'insieme, funziona anche da linea di piega, comportandosi come un giunto… Per noi è stata importante l'idea di trasformare il tessuto. In questo senso la cucitura svolge un doppio ruolo: non solo permette di ottenere un sandwich combinando tessuto e imbottitura, ma trasforma anche quest'insieme in un materiale capace di piegarsi come un pezzo di carta... Si potrebbe dire che alla fine il nostro è stato un lavoro da sarti. Durante la fase di prototipazione abbiamo infatti dovuto definire nei più minimi dettagli il disegno delle cuciture e, poiché queste funzionano da linee di piega, ogni minima variazione ci induceva a riconsiderare tutto il disegno dell'insieme... È piuttosto insolito fare così tanti disegni con il computer, usare il CAD o sistemi 3D per disegnare un divano. In genere non si fa; si lavora direttamente sul modello. Così il computer è stato una parte consistente dell'intero processo creativo. Se mi chiedi se c'era un'intenzione dietro la forma a diamante, non posso che rispondere che è stata il naturale risultato del fatto che volevamo piegare il tessuto lungo delle linee di piega costituite dalle cuciture. È la forma verso la quale ci ha condotto il processo tecnico che volevamo indagare... In realtà non abbiamo un preciso punto di vista sulle ragioni della forma a diamante. Ma è chiaro che il design ha sempre più a che fare con l'uso del computer, che permette di indagare nuove forme. In effetti il lavoro del designer assomiglia sempre di più ad un lavoro di computer graphics, non saprei dire però cosa questo significa. Forse che il computer sta aprendo nuove porte, ma nello stesso tempo ne sta chiudendo molte altre". Ronan & Erwan Bouroullec 18.05.2005
Ettore Sottsass, Christopher Redfern con/with Zoran Jedrejcic sedia Trono per Segis, Poggibonsi (Siena)
"Questa sedia forse è un po' diversa dalle altre perché è una sedia di legno fatta di plastica. In realtà è una sedia da contadino, non una sedia parigina... È una sedia 'di legno' perché il disegno ripercorre una struttura antica... Gli spessori sono notevoli... avrei voluto farli anche più grossi... E poi è una sedia con un cappello. Questa è un'idea nuova: mettere il cappuccio ad una sedia. La sedia si trasforma in poltroncina. E poi con questi cappelli puoi anche cambiare colore e fare molte combinazioni... Non mi è mai passato per la testa di dire che il design è morto: che l'ha ucciso l'industria. Ho soltanto detto che non mi piace avere a che fare con i signori del marketing, perché pensano soltanto al profitto. Sono soltanto businessmen e non capiscono niente di design. Non sono così ingenuo da rifiutare l'industria... Però c'è anche industria e industria... Ci sono le piccole industrie e le grandissime industrie, le industrie assassine, le industrie carine... Sono convinto che il destino del design sia anche il destino dell'industria, perché il 'disegno' serve agli industriali. Non serve ai musei. ... Io proprio non so come faranno a fare un museo del design. Se io metto un oggetto su un piedistallo – per esempio una sedia – questo gesto non ha alcun senso, non vuol dire niente. Quando in un museo c'è una sedia, tutti cercano di usarla, cercano di sedersi sopra al punto che c'è un cartello con scritto 'vietato sedersi'... Dico sempre che c'è differenza tra 'disegno' e 'disegno industriale'. Il disegno è antico come l'uomo. Quando ha coscienza di esistere nell'universo, l'uomo disegna, disegna sulle rocce, incide, fa buchi su un osso... Il disegno industriale è un'altra cosa. Si esprime nel fare prodotti e i prodotti si usano. Non rappresentano uno sfogo religioso e neppure esprimono una tensione verso l'ignoto. Semplicemente si usano. Del resto, c'è una grande differenza tra quando mi vesto per essere più bello e quando uso un oggetto perché mi serve. Ho fatto molte cose sul filo del rasoio, però ho anche lavorato trent'anni con un'industria vera e propria... Oggi continuo a lavorare, ma soltanto con le persone con cui mi trovo bene. Per esempio con questi industriali della sedia. Hanno un direttore artistico che è architetto... col quale parliamo… gli facciamo vedere le prove, si fa, si disfa...: questo è lavorare con un'industria. Quello che non sopporto è che dopo aver lavorato a un disegno, arrivino i signori del marketing a imporre le loro regole sostenendo, che so: 'il verde non si vende'. Nessuno oggi fa più discorsi su che cosa sia il disegno, cioè il progetto. Si sente un gran parlare del fatto che oggi il design italiano vende nel mondo, che è conosciuto... un discorso politico-economico al quale certamente non penso quando disegno. Della retorica del made in Italy ne ho le scatole piene... ... Devo anche dire che quando guardo le riviste, compresa la Domus, e si apre, che so, la pagina delle sedie; si trovano 50 sedie tutte uguali, solo un po' diverse – e tutte sono design...: ma è un catalogo di prodotti... ... Oggi tutti hanno paura della Cina. Io sto lavorando con cinesi. Bene: se oggi, giovedì, per fare un esempio, mandassimo questo modello in Cina, giovedì prossimo avremmo indietro un prototipo in acciaio inossidabile. È inutile parlare male della Cina. Sarebbe meglio guardarsi addosso". Tratto da una conversazione con Ettore Sottsass Milano, 12.05.2005
Milan furniture set
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- 15 giugno 2005