“Come espressione del mondo del progetto, il Compasso d’Oro non può limitarsi agli auspici: deve invece operare concretamente attraverso visioni e proposte, senza cadere in un confortevole relativismo”. Le parole di luciano Galimberti, presidente dell’Adi, tracciano al meglio il ritratto di un’edizione, la ventinovesima, in cui il premio ideato da Gio Ponti con Alberto Rosselli e Albe Steiner oltre 70 anni fa riporta al centro il valore del design come motore capace di unire, in un presente di tensioni, instabilità e cambiamenti.
Design come strumento critico di interpretazione del reale: è su questa chiave che si è articolata la selezione della giuria composta da Giovanna Carnevali, Lorenza Baroncelli, Giovanni Brugnoli, Luciano Galimberti e Jasper Morrison.
E soprattutto, design come un campo che si allarga molto al di là del prodotto. A confermarlo ci sono stati i 20 progetti premiati, assieme a 38 menzioni d’onore, che sono tutti interpretazione e soprattutto esplorazione di bisogni nuovi, o di nuove necessarie letture di bisogni senza tempo, al momento del loro confrontarsi con la contemporaneità. L’arredo come relazione ma anche il servizio, l’integrazione delle funzioni ma anche la risposta a urgenze sociali e globali, l’economia di componenti ma anche un evergreen come la modularità, l’architettura.
Sono stati anche assegnati 3 premi Compasso d’Oro Young e 10 attestati a progetti di studenti universitari, a ribadire la connessione tra design industry e chi ci si affaccia per la prima volta, le targhe memorabili a figure che ci hanno lasciati (Claudio de Albertis, Rodolfo Dordoni e Francesco Trabucco) e poi i riconoscimenti alla carriera: 9 persone dai percorsi più diversi – come Alberto Meda e Paola Lenti dal progetto, Patrizia Moroso dal prodotto, Aldo Colonetti dalla ricerca – e 3 prodotti long-selling confermatisi come icone italiane nei decenni, pensiamo alla Sedia ’64 di AG Fronzoni per Cappellini, il tavolo Eros di Angelo Mangiarotti per Agape, e il Tavolo con ruote di Gae Aulenti per FontanaArte.
“La responsabilità della progettazione nel contribuire a scenari di maggiore equilibrio e coesione”: questo è ciò che la giuria ha premiato, “privilegiando quei progetti che superano una funzione meramente ancillare rispetto alla produzione per assumere un ruolo culturale più ampio, generatore di senso condiviso e di una visione inclusiva delle differenze”. Una pratica culturale, produttiva e civile, come è stata definita, sulla cui responsabilità sociale l’espressione corretta non è “ancora” ma “più che mai”.
Immagine d'apertura: Trespolo, di Giulio Iacchetti per Orografie di Giorgia Bartolini . Foto Irene Tranchina.
