Teorico, ricercatore, filosofo, sociologo, pensatore ed esploratore della complessità, di cui 50 anni fa aveva delineato un atlante nel suo epocale La Méthode: è impossibile contenere tutta l’immensa figura e il lascito culturale di Edgar Morin, morto il 29 maggio poco prima di compiere 105 anni, in un solo ricordo. Lasciamo allora spazio direttamente alle sue parole, che nel 2022 affidava alla Domus diretta da Jean Nouvel. David Salomon Nahoum, “Morin” dagli anni delle Resistenza francese e poi Edgar Morin per il mondo, una vita nel Cnrs, direttore negli anni ’70 e ’80 di quel Centre d'études des communications de masse che poi prenderà il suo nome, applicava alla lettura del mondo le matrici di un “pessi-ottimismo” dalla grande forza costruttiva, e di una interconnessione delle discipline, dei dibattiti e delle lotte, pur nella fede di un solido pacifismo: l’interdipendenza di città e campagna come un territorio di pratiche e convivenza tutto da ripensare era il tema del suo saggio pubblicato nel novembre 2022, sul numero 1073 di Domus, che può essere letto integralmente nel nostro Archivio Digitale.
Edgar Morin per Domus: “La città dev’essere un’istituzione amorosa”
Nel 2022, il grande pensatore della complessità, che ci ha lasciati a 104 anni, condivideva con Domus la sua visione di una relazione interdipendente, quella tra città e campagna, che ritrovava un equilibrio a partire dalla solidarietà e dalla responsabilità.
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- Edgar Morin
- 03 giugno 2026
A dinamiche di consumo, estrazione e impoverimento reciproco si contrappongono l’agroecologia, la forza della convivialità, della politica di civiltà e della “città come istituzione amorosa”.
Per una politica della città e della campagna
La riflessione sul divenire dell’umanità nel corso del XXI secolo non può fare a meno di prendere in considerazione il fenomeno generalizzato dell’urbanizzazione che, secondo le previsioni odierne, rischia di inglobare tra qualche decennio più dell’80 per cento della popolazione. L’effetto che produce è, da un lato, l’abbandono delle campagne da parte dei residenti e, dall’altro, l’industializzazione dell’agricoltura e dell’allevamento, di massa ed estensivi, che hanno conseguenze nocive anche sui consumi degli abitanti delle città.
Ciò significa che il grande problema dell’urbanesimo, che coinvolge una larghissima maggioranza dell’umanità, è inseparabile da quello delle campagne, dato che è evidente che sono queste ultime a nutrire le città. Come possiamo pensare che un mondo agricolo demograficamente depresso possa nutrire un tessuto urbano enorme, visto che la tendenza all’urbanizzazione non si limita a ingigantire un gran numero di centri − creando sobborghi, periferie, ghetti e baraccopoli −, ma crea anche nuovi tipi di città, incrementando il numero di abitanti, che finisce talvolta per superare la decina di milioni. Da un lato c’è la megalopoli come aggregato enorme e, dall’altro, tessuti urbani ininterrotti per centinaia di chilometri, come fra Tokyo e Osaka.
Il grande problema dell’urbanesimo, che coinvolge una larghissima maggioranza dell’umanità, è inseparabile da quello delle campagne, dato che è evidente che sono queste ultime a nutrire le città.
Edgar Morin
Ecco dunque la duplice tendenza della globalizzazione di oggi che, se proseguirà, amplificherà i problemi che già conosciamo. Molte megalopoli, per esempio, non possiedono una rete di trasporti pubblici non inquinante ed efficace, ma sono asfissiate dall’abuso di automobili private. La città, da cinque millenni a questa parte, ha subito molteplici cambiamenti e non c’è dubbio che se ne verificheranno altri. Progressi importanti si otterrebbero se si applicassero l’arte e il pensiero agli interessi umani centrali della città, con un nuovo rispetto per i processi cosmici ed ecologici che toccano tutti gli esseri. Dobbiamo restituire alla città tutte le funzioni materne e protettrici della vita, le attività autonome e le associazioni simbiotiche che a lungo sono state trascurate, se non eliminate.
La città dev’essere un’istituzione amorosa: la miglior economia urbana consiste nel far crescere gli esseri umani. Il problema dell’umanizzazione delle città si pone perché la tendenza attuale va verso la segregazione, l’isolamento degli individui secondo le loro categorie socio-economiche e culturali, ma anche secondo le loro origini razziali, mentre in certe città dell’antichità la diversità di popolazione residente nello stesso quartiere conservava una mescolanza sociale. La marginalizzazione e l’esclusione portano alla disintegrazione dei legami sociali e alla povertà urbana.
A ciò si aggiungono tutti gli effetti perversi legati all’alternarsi degli spostamenti del pendolarismo, oltre a quelli della competitività globalizzata che arricchisce i ricchi e impoverisce i poveri, che finiscono per essere sfavoriti non solo per la qualità della vita, ma anche per quella del nutrimento. Oggi sappiamo da fonti scientifiche che l’agricoltura industrializzata e di massa dà prodotti di bassa qualità nutritiva e gustativa, standardizzati e portatori di residui chimici pericolosi che provengono dai pesticidi e dagli antibiotici usati per coltivare milioni di ettari a cereali o per allevare milioni di capi di volatili, bovini e suini.
Se a ciò si aggiunge che i prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento industriali sono soggetti al trasporto e alla conservazione necessari alla distribuzione a milioni di persone nelle megalopoli, e i cui processi includono il trattamento con prodotti chimici e coloranti artificiali, si chiude un cerchio in cui i misfatti della produzione si riversano nel consumo alimentare urbano. Tutto ciò significa, quindi, che oggi non è possibile pensare a qualsivoglia politica urbana che non prenda in considerazione la controparte rurale: l’una è intrinsecamente legata all’altra.
La questione fondamentale, dunque, è sapere se sia possibile invertire il corso delle cose in un lasso di tempo ragionevole, per evitare la desertificazione demografica e il degrado delle campagne, oltre che l’ipertrofia delle città. Ritengo che sia possibile. Parigi testimonia già come i flussi centrifughi siano divenuti più importanti di quelli centripeti. Quali sono, quindi, le possibilità di ruralizzazione? C’è un numero sempre maggiore di giovani che, convinti delle virtù dell’agroecologia, ovvero dei benefici dell’alimentazione biologica, dell’orticoltura e dell’allevamento di fattoria, si stabiliscono in campagna, dove possono trovare alloggi meno costosi, un ritmo di vita meno stressante e la possibilità di esercitare attività di orticoltura e giardinaggio.
C’è, d’altra parte, un’evoluzione delle condizioni di lavoro nelle grandi città causata dalla diffusione del telelavoro, che permette a un gran numero di persone di vivere e lavorare in campagna. Bisognerebbe incoraggiare e favorire queste controtendenze positive. Ci sono, non di meno, considerevoli interessi che si oppongono alla regressione dell’agricoltura e dell’allevamento di massa. Prendiamo d’esempio il caso della Francia, che appare particolarmente interessante. Ciò che qui blocca un ritorno all’agricoltura e all’allevamento di fattoria, ciò che impedisce lo sviluppo dell’agroecologia e delle pratiche agroforestali − che permettono, per esempio, il ritorno alla diffusione di alberi dal forte valore alimentare (come castagni e noccioli per le zone temperate) − sono le massicce sovvenzioni alle grandi iniziative di sfruttamento industrializzato che provocano un effetto perverso: le eccedenze di frumento europeo vengono esportate in Africa a basso prezzo perché, avendo beneficiato di finanziamenti statali, sono meno costose del prodotto locale, così il frumento delle multinazionali soffoca lo sviluppo di un’agricoltura locale.
A ciò si aggiunga un recente fenomeno di perversione e abuso estremi. Grandi capitali provenienti dalla Cina, dagli Stati Uniti o dall’Europa vengono oggi investiti nell’acquisto o nell’affitto di enormi estensioni di territorio (spesso i terreni più fertili) nei Paesi del Sud globale, soprattutto in Africa, con la complicità delle amministrazioni statali più o meno corrotte di queste regioni. Questi terreni vengono usati per l’agricoltura o l’allevamento industrializzati e dedicati all’esportazione. Tale fenomeno aumenta, quindi, per gli Stati la difficoltà di praticare una politica agricola – e quindi rurale, e anche urbana – ragionata e complementare, che privilegi la diffusione locale e diversificata dei prodotti, che tenga conto delle culture e delle tradizioni di ogni Paese.
Cortesia e convivialità non sono epifenomeni psicosociali nella vita degli individui, ma implicano il riconoscimento dell’alterità, della personalità altrui.
Edgar Morin
Il che accresce l’esodo rurale verso le baraccopoli, il gigantismo urbano e la miseria. Non dimentichiamo che il mondo del Nord, attraverso lo sfruttamento economico, accresce la desertificazione rurale, il gigantismo urbano e la dipendenza alimentare del Sud globale. Si mette quindi in atto un rapporto di dipendenza della vita urbana nei confronti del mondo rurale e, reciprocamente, di dipendenza della dimensione rurale verso la vita urbana. Questa relazione si è fatta sempre più complessa arrivando a un punto critico, ovvero nocivo, reclamando la necessità di un’azione rigenerante per la vita di entrambe le sfere.
Per quanto riguarda il mondo in generale e le città in particolare, i problemi urbani sono aggravati dal capitale finanziario e dalla speculazione come suo corollario. Quale posto deve occupare la finanza in un capitalismo globalizzato? Come fare in modo che la speculazione non arrivi a provocare un’alterazione e un degrado del vivere urbano e rurale? Possiamo osservare gli effetti di questo problema nel fenomeno speculativo di vendita e di acquisto dei prodotti cerealicoli: si assiste, per esempio, a fenomeni aberranti in cui i prodotti vengono trattenuti, a detrimento della sicurezza alimentare delle popolazioni (ovviamente quelle dei Paesi più indifesi o delle regioni che hanno subito catastrofi naturali), al fine di trarre benefici supplementari dal gioco speculativo sull’offerta e sulla domanda.
La finanza si unisce alla speculazione per generare profitti in modo ignobile e minacciare costantemente il controllo e la regolazione della vita sia urbana sia rurale. Ci sono, quindi, due fronti che vanno affrontati contemporaneamente e attraverso l’articolazione di un pensiero complesso: il governo delle città e delle campagne, legati intrinsecamente, richiedono una politica d’insieme per l’umanità. È quanto occorre considerare fin da oggi per metterla a punto al più presto. La storia della maggior parte delle città moderne è legata a una dinamica di creazione anarchica molto interessante (fatta eccezione per le città fortificate). Inoltre, questa anarchia possedeva un valore estetico nella sua dimensione poetica, mentre oggi nasce dalla speculazione immobiliare che va alla ricerca del massimo profitto senza tener conto dei veri bisogni degli abitanti.
Sottolineo che questo fenomeno ha provocato la distruzione dei legami sociali e del naturale tessuto di convivialità e solidarietà urbana dei quartieri storici, in cui lo scambio sociale e la differenza erano il crogiolo creativo dei rapporti umani. La qualità degli alloggi suburbani è stata altrettanto degradata e ha portato a un’architettura uniforme e industrializzata di grandi agglomerati nelle periferie cittadine.
Cortesia e convivialità non sono epifenomeni psicosociali nella vita degli individui, ma implicano il riconoscimento dell’alterità, della personalità altrui. Il semplice gesto del saluto – “Buongiorno o buonasera, Signore o Signora” – significa riconoscere che l’altro esiste. Il bisogno di rispetto è fondamentale per l’essere umano, una pietra angolare della convivialità urbana. Siamo quindi di fronte alla necessità di umanizzare le città, un percorso che passa per molteplici vie.
Immagine di apertura: Foto Unesco Headquarters Paris via Flickr