Viaggio nelle facoltà di architettura

Un'indagine sull'istruzione svolta da Agnoldomenico Pica negli anni '70, ci presenta lo stato di disordine e rivolta delle facoltà di architettura di Roma e Firenze, che al tempo dovevano gestire rispettivamente 17.000 e 8.876 iscritti.

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Pubblicato in origine su Domus 561 / agosto 1976

Primo viaggio di Agnoldomenico Pica nelle facoltà di Architettura di Roma e Firenze
"Roma, 12 febbraio 1975. Il primo giorno di elezioni dell'Ateneo romano si è svolto in un clima di incertezza e di confusione determinato anche da gravi ed ingiustificabili disfunzioni nell'organizzazione delle operazioni elettorali (...) A questi disguidi burocratici si accompagna il grave atteggiamento assunto dai gruppi extraparlamentari astensionisti e dal Comitato di boicottaggio". (L'Unità, Milano, 13 febbraio 1975).
"Roma, 31 ottobre 1975. Inaudità sopraffazione contro il prof. Fasolo alla Facoltà di Architettura". (Il Secolo d'Italia, Roma, 31 ottobre 1975). "Roma, 24 novembre 1975. Condannati per lauree irregolari 11 docenti d'architettura a Roma. Nove mesi a ciascuno per falso ideologico. Le prove d'esame erano state contestate da altri due professori d'università". (Corriere della Sera, Milano, 25 novembre 1975). "Roma, 3 maggio 1976. Università in crisi. Il Rettore si dimette. Il prof. Vaccaro annuncerà oggi la sua decisione. Documento-denuncia dei sindacati". (II Tempo, Roma, 3 maggio 1976). Ho riferito alcune disarticolate notizie, trascritte dalla stampa quotidiana, che si potrebbero assimilare alle spie di vetro risultate infrante nelle murature di un edificio in condizioni staticamente precarie. L'edificio è, se non la più illustre, certo la più massiccia Università italiana: centomila iscritti nel corrente anno accademico, un esercito, presentemente senza generale, per la massima parte non-operante e, nella sua esigua porzione operativa, ostacolato da 'inghippi' di varia e variopinta natura.

È vero che i fasti della contestazione studentesca, a ormai otto anni di distanza, sono alquanto scoloriti e che gli episodi di intolleranza e di soperchieria, un tempo quotidiani, si son fatti più rari. Tuttavia, poiché una 'dinamica progressiva' deve pur alimentarsi, i danni cui provvedeva, un po' empiricamente, la contestazione studentesca, ora sono scientificamente procurati e burocraticamente gestiti dal Ministero con le sue esitazioni, i suoi rinvii, le sue incomprensioni, la sua incompetenza, le sue mezze riforme, a cominciare da quella della Scuola media unica e finire (per ora) con lo spalancamento delle porte universitarie pressocché a chiunque ne faccia richiesta, in attesa che, con una decisione veramente 'storica', si decreti il conferimento della laurea, automaticamente abbinato con l'iscrizione nell'anagrafe, a ogni nuovo nato.

Un'indagine sulle facoltà di Architettura di Roma e Firenze, Domus 561 / agosto 1976. Vista pagine interne

Ho frequentato per alcuni giorni, quasi in veste di stagionato fuori corso, la Facoltà romana: impressionanti il disordine delle sue sedi, avviate a una sorta di pre-fatiscenza, e il sudiciume delle medesime, che, il 12 marzo - e non per la prima volta - dovettero essere temporaneamente chiuse 'per motivi di igiene'. Nonostante questo, la scuola mi è parsa, di massima, tutt'altro che inefficiente, sennonché qualche perplessità mi è poi venuta dal velato scetticismo del preside, Guglielmo De Angelis d'Ossat, illustre studioso di lunga, e forse troppo accomodante, esperienza.

La sede centrale, nell'edificio costruito oltre una quarantina d'anni or sono da Enrico Del Debbio in fregio a via Gramsci, è in condizioni di pressocché totale abbandono. Salvo la biblioteca, allestita di recente, e l'appartato, e disertato, laboratorio prove-materiali diretto dal Cestelli Guidi, tutto il resto, anche per il burrascoso e incessante affollamento, richiama la pittoresca immagine di un brulicante e alquanto sordido suk microasiatico. Perfino la veduta, incantevole, di Valle Giulia, che si coglie, anzi si coglierebbe, dalla finestra panoramica del vestibolo al primo piano, è oggi cancellata dalla compatta sporcizia della vetrata. In condizioni non più brillanti le altre due sedi, recentemente acquisite per assorbire alla meglio i marosi montanti della popolazione studentesca: in piazza Borghese n. 9 nell'edificio già della Facoltà di Economia e Commercio e nella palazzina Liberty di via Cassia n. 32 dove siè allogato l'Istituto di Urbanistica.

Il programma è dichiarato, per l'anno 1975-76, nell'opuscolo dedicato all'Ordine degli studi. Le materie, articolate in cinque 'campi di studio' (1. Storico-critico - 2. Matematico - 3. Tecnico 4. Progettistico o compositivo - 5. Urbanistico), coprono l'intero arco dei temi architettonici. Può sorprendere che siano considerate 'opzionali' materie come Geometria descrittiva e Fisica per il 2° campo, Fisica tecnica e impianti e Topografia per il 3°, Disegno e rilievo per il 4°, Materie giuridiche peril 5°, tutte materie essenziali per l'esercizio dell'architettura, e dunque non accantonabili nel limbo del facoltativo. Il programma è soltanto uno schema necesesario ma insufficiente e scarsamente significante di per sé, uno schema che può indifferentemente tradursi in gabbia inerte o in sollecitante motore a seconda dei docenti chiamati a svolgerlo. Nel caso di Roma, a questo riguardo, non sembrerebbe lecita alcuna riserva dacché il corpo accademico, quanto a numero è perfino pletorico, quanto a prestigio annovera taluni dei più propagandati architetti italiani. Eppure nemmeno questa garanzia sembra sufficiente a dissipare i dubbi. Talune proposte di rispettabilissimi docenti mi lasciano più che perplesso, allibito. Che il Sacripanti abbia pensato, qualche anno fa, di sollecitare la fantasia degli allievi con esperienze psichedeliche ha il sapore di un progressismo più snobistico che coraggioso. Ma nemmeno più utile sembra il tentativo di Ciro Cicconcelli rivolto alla progettazione utopistica assunta come mezzo per la 'liberazione dai tabù del super-io' ...

Molte le cause del dissesto, ma tre, ritengo, fondamentali: il prevalere di una talquale astrattezza nell'insegnamento, la politicizzazione monocorde, il numero
Un'indagine sulle facoltà di Architettura di Roma e Firenze, Domus 561 / agosto 1976. Vista pagine interne

Di notevole interesse, e ora di largo consumo, la proposta di Bruno Zevi circa l'esame dei progetti di laurea operato mediante una sorta di griglia costituita dalle 'Sette invarianti della architettura moderna'. Sennonché una griglia di questo genere, utile per la verifica del già fatto - storia della architettura moderna - non si vede come mai possa applicarsi a quanto è in via di farsi senza il rischio di ricadere in una sorta di accademismo deteriore in cui le sette invarianti abbiano surrogato i cinque ordini. Più importante sarebbe, se possibile fosse, stabilire le pochissime invarianti dell'architettura, dell'architettura senza aggettivi, lasciando anche la libertà di negarle dopo averle capite. Nonostante il profluviante cianciare che in questi anni si è fatto circa una scuola la cui libertà dovrebbe essere garantita dal non-nozionismo, Quaroni mi confida che imposta il suo insegnamento secondo una linea rigorosamente nozionistica, indirizzata alle conoscenze elementari, poiché è la sola capace di attrezzare intellettualmente l'allievo e di metterlo in grado di operare, poi, le sue libere scelte. Gli indirizzi ideali, stilistici, se si voglia anche sociali e politici, debbono essere indicati, non imposti; le nozioni, invece, debbono essere impartite: quest'ultimo, in fine, è il solo compito della scuola. Si è accennato a ombre, penombre e luci della Facoltà, l'aura che ne risulta, per ora, non sembra delle più felici. Molte le cause del dissesto, ma tre, ritengo, fondamentali: il prevalere di una talquale astrattezza nell'insegnamento, la politicizzazione monocorde, il numero

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Astrattezza dell'insegnamento
Il declassamento, o l'assenza, dell'insegnamento tecnico e della sperimentazione diretta, considerati di un ambito inferiore e dunque non degno di eccessive attenzioni, lascia spazio a una sorta di vaga e disancorata astrattezza, incline a forma di farneticante utopia. Nonostante la proclamata modernità, nonostante il positivismo e il pragmatismo che, in buona parte, ispirano gli attuali indirizzi didattici, la Facoltà è congegnata in modo che il neolaureato quando ne esce ha, magari, sentito parlare molto di sociologia o di psicologia delle masse, forse sa tutto circa la storia delle dottrine politiche, ma non ha mai visto un cantiere, non sospetta nemmeno che cosa possa essere un capitolato d'appalto, non conosce nulla dei labirintici meccanismi legislativi.

La Politicizzazione
Tutto quanto è tolto, oltre che al resto, a insegnamenti essenziali come quelli cui si alludeva dianzi, è dato alle quindici, e più, materie 'opzionali' che l'allievo può scegliere, fra le quali gli vengono consigliate: Matematiche per le scienze sociali, Economia politica, Psicologia sociale, Politica economica e finanziaria, Storia delle dottrine politiche, Sociologia. Rimane solo da meravigliarsi che non si consiglino anche corsi di Teologia o della Tecnica del colpo di stato. Il tutto sarebbe soltanto faceto se non rivelasse il proposito di politicizzare la scuola, come di fatto è avvenuto, cioè di tradurla in istituto confessionale. È evidente che il futuro architetto può, anzi deve, scegliersi una collocazione politica, ma lo ha da fare come libero cittadino, non già in quanto architetto.

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Il numero
IL numero, e cioè la causa non maggiore come incidenza spirituale o e culturale, ma certo maggiore come potere dirompente. La Facoltà di Roma, nell'attuale anno accademico, annovera 17.000 iscritti, i quali, ove si rendessero tutti presenti, dovrebbero accamparsi nei prati di Valle Giulia dando vita a un'originale scuola di architettura en-plein-air di impressionistico sapore. In effetti non più di 3.000 frequentano, ma tutti, ove lo desiderino, otterranno la laurea nel giro di cinque / sette anni, dopo di che, ove non restino, come disgraziatamente è probabile, disoccupati, avranno davanti aperte le molte strade di cui, con ammirevole fiducia, mi parla Bruno Zevi, molte strade delle quali la meno transitabile sarà quella della architettura. L'esito di quella dissennata invenzione che è stata la 'Università aperta' risulta, né avrebbe potuto essere altrimenti, squisitamente antisociale; questa Facoltà in particolare siè ridotta - incolpevolmente - a fabbrica di disoccupati, spostati, frustrati. La pressione del numero si rivela deleteria anche nei riguardi didattici. Le porte dell'Ateneo, ormai indiscriminatamente spalancate, hanno consentito l'intasamento della Facoltà da parte di giovani impreparati e spesso inadatti a seguire i corsi di studio. Michele Valori, parlandomi del suo Istituto di Urbanistica, deplora il basso livello culturale dei discenti (che si riflette, e più si rifletterà domani, in quello dei docenti) e il loro numero esorbitante. Ho sentito parlare, con manifesta invidia, della Scuola di Architettura di Stoccolma, dove in ogni aula sono ammessi soltanto 35 allievi in posti fissi: un paradiso in confronto a noi, e tuttavia quei 35 allievi a me sembrano già troppi.

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A ruota, dopo Roma, per numero di allievi si classifica Firenze con la bella cifra di 8,876 iscritti per l'anno in corso, di cui 1.519 stranieri provenienti, in prevalenza, da Israele e dal Vicino Oriente. Di tutti questi, quelli che frequentano, dice il preside Silvestro Bardazzi, non superano il 25 % del totale. Né, d'altra parte le strutture attuali, come spazio e attrezzature, sarebbero in grado di ospitare, al completo, la folla degli iscritti. Non sarebbero in grado, nonostante l'ampiezza e il prestigio delle tre sedi in attività: il secentesco Palazzo S. Clemente edificato da Gherardo Silvani in via Micheli, che ospita, con altri servizi, la Presidenza, la Biblioteca e, nella palazzina annessa, l'Istituto di restauro; l'edificio dell'Accademia di Belle Arti, già Ospedale di S. Matteo in via Ricasoli 66; e, in fine, l'ex Convento di S. M. degli Angeli presso l'Arcispedale di S. M. Nuova, ove, fra l'altro, è allogato il Laboratorio ufficiale Prove Materiali, che, dal '61, funziona in collegamento con il Laboratorio sperimentale del Ministero dei LL.PP. Il programma di studio è ripartito in 4 sezioni: I. Storia dell'architettura (Eugenio Battisti, Franco Borsi, Marcello Fagiolo Dell'Arco, Giovanni Klaus König, Gianfranco Spagnesi) e restauro dei monumenti (Marco Dezzi Bardeschi, Piero Sanpaolesi); II. Urbanistica (Bardazzi, Detti, Leonardo Ricci); III. Composizione, che, per uno strano pudore, qui si chiama invece Ricerca architettonica (Domenico Cardini, Italo Gamberini, Leonardo Savioli, Luigi Vagnetti); IV. Materie tecniche, e cioè Scienza delle costruzioni (Salvatore Di Pasquale), Analisi matematica, Fisica tecnica e impianti e, infine, Tecnologia affidato a Pierluigi Spadolini.

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Segue, forse pletorico, l'elenco delle materie facoltative fra le quali, ad esempio, non risulta Meccanica razionale, compaiono invece Geometria descrittiva, Disegno e rilievo, che non avrebbero a essere opzionali, ma qui lo sono e, inoltre, da quanto mi risulta, affatto disertate. Nei riguardi di Composizione ho raccolto qualche lamento, ma se una 'tradizione moderna', che risaie ad Adalberto Libera e oggi è garantita, con altri, da Gamberini, riesce ad arginare, come sembra, i rigurgiti dei vari revival che altrove irrompono, è già un risultato. Allo stato le situazioni più efficienti si riscontrano a Scienza delle Costruzioni e Storia. A quest'ultimo proposito mi è accaduto di seguire un seminario sull'Architettura dell'Ottocento italiano, nel quale Borsi ha proposto un'originale angolazione per lo studio di quell'archeologia industriale, che già si coltiva in Belgio e in Inghilterra. Non lasciamoci distrarre da questi particolari. Interessante è il fatto che il suddetto seminario (presenti, secondo i giorni, dai 10 ai 30, 40 allievi) si tenesse non già in Facoltà, ma presso il Gabinetto Vieusseux in Palazzo Strozzi, perché ivi, mi si è detto, ci si trova in luogo 'condecente' e si è almeno sicuri di non essere disturbati. In realtà le sedi, sia pure illustri, di cui dianzi, con i muri piacevolmente istoriati da fumettoni politici e gli ambienti alquanto sozzi sono certo adatte a tumultuanti assemblee o a fragorosi comizi piuttosto che a seminari o al lavoro su quel tavolo da disegno che, oggi, in Facoltà è diventato una specie di oggetto misterioso.