Jeanne Gang è tra le architette che più hanno contribuito a ridefinire il rapporto tra architettura, spazio pubblico e responsabilità ambientale nel contesto nordamericano. Cofondatrice di Studio Gang, il suo lavoro attraversa teatri, edifici civici, infrastrutture culturali e paesaggi fluviali, muovendosi lungo una linea che considera il progetto non come oggetto isolato, ma come parte di un sistema di relazioni sociali, ecologiche e politiche. L’incontro avviene a Venezia, in occasione degli Holcim Foundation Awards, per cui Gang ha ricoperto il ruolo di Jury Chair per il Nord America. È da questa posizione, tra valutazione dei progetti e confronto tra contesti diversi, che l’architetta articola una riflessione sul senso dell’architettura civica oggi, soprattutto in territori dove le regole ambientali non sono sempre date per scontate.
“A volte vale la pena assumersi il rischio”: Jeanne Gang e l’architettura come scelta collettiva
Tra teatri, waterfront e centri comunitari, i progetti di Studio Gang trasformano l’ascolto delle comunità in forma costruita.
© New York City Department of Design and Construction
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© Tom Harris
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© Steve Hall
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- Romina Totaro
- 02 febbraio 2026
Parlando dei teatri progettati dal suo studio, Gang li descrive come dispositivi complessi, capaci di concentrare dinamiche urbane e sociali: “Mi piace molto lavorare sui teatri perché sono tecnicamente impegnativi, ma soprattutto perché funzionano come una sorta di città in miniatura. Mettono insieme persone, tempi, funzioni diverse. Non è solo lo spazio della performance, ma tutto ciò che ruota attorno ad essa”. A rendere questi edifici particolarmente significativi è anche la dimensione collettiva del processo: “Le persone che lavorano a un teatro – il direttore artistico, i tecnici, chi lo gestisce – sono incredibili. È un lavoro profondamente collaborativo”.
Non abbiamo fatto qualcosa di iconico o spettacolare. Abbiamo fatto ciò che le persone avevano chiesto.
Jeanne Gang
In alcuni casi, questa natura si estende oltre il programma culturale. Il teatro realizzato a Chicago, racconta Gang, è diventato di fatto un centro civico informale: “Non c’era nessun altro posto dove la comunità potesse incontrarsi, e così il teatro ha iniziato a essere usato in quel modo. È successo quasi naturalmente”.
Da qui il discorso si sposta sui civic center, una tipologia che Gang considera centrale nella sua pratica. Negli Stati Uniti, spiega, si tratta spesso di edifici promossi da enti pubblici o organizzazioni no-profit, pensati come spazi “costruiti dalla città per le persone”. Anche interventi di scala ridotta rientrano in questa definizione: “Un boathouse può sembrare un progetto piccolo, ma è comunque un edificio civico. È pubblico, accessibile, ed è parte di un sistema più ampio”.
Tra i progetti in corso, Gang cita il Shirley Chisholm Recreation Center a New York, un centro ricreativo e comunitario intitolato alla prima donna a candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti, originaria di Brooklyn. “È un edificio che mette insieme memoria politica, funzioni quotidiane e spazi per la comunità. Non è un monumento, ma un’infrastruttura civica”.
Nel suo ruolo agli Holcim Foundation Awards, Gang sottolinea l’importanza di un premio che interviene prima della costruzione. “Succede continuamente che, andando avanti con il progetto, la sostenibilità sia la prima cosa a essere tagliata”, osserva. “Riconoscere un progetto in questa fase aiuta a mantenerne l’ambizione e a darle una legittimità che può accompagnarlo fino alla realizzazione”.
La differenza tra Europa e Nord America è, secondo Gang, anche normativa. “In Europa le regole su carbonio e sostenibilità sono più stringenti, ed è positivo, perché tutti devono rispettarle”. In Nord America, invece, quando un progetto raggiunge obiettivi elevati “significa che il cliente e l’architetto hanno dovuto lottare per arrivarci”.
In questo senso cita Mowgli Park, progetto vincitore, come esempio di intervento complesso e ambizioso, sostenuto dalla città e da una rete ampia di progettisti per affrontare temi di resilienza e innalzamento del livello del mare.
La sostenibilità, per Gang, è prima di tutto una questione sistemica. “Non si tratta di una singola specie, ma delle relazioni con l’habitat e con le altre specie”, dice, mutuando un principio dall’ecologia. Applicata all’architettura, questa visione implica che anche un intervento limitato possa innescare trasformazioni più ampie. “Un progetto può diventare un modello, oppure può cambiare il modo in cui le persone si relazionano a un luogo”.
Un progetto può diventare un modello, oppure può cambiare il modo in cui le persone si relazionano a un luogo.
Jeanne Gang
Lo dimostra il lavoro sul fiume Chicago, così come un progetto a Memphis, dove un’area arginale priva di vita pubblica è stata ripensata attraverso l’ascolto degli abitanti. “Abbiamo chiesto: cosa vi porterebbe qui? Cosa vorreste fare in questo posto?”. Le risposte erano semplici – campi sportivi, bagni, servizi di base – e il progetto ha scelto di restare fedele a quelle richieste. “Non abbiamo fatto qualcosa di iconico o spettacolare. Abbiamo fatto ciò che le persone avevano chiesto, con attenzione al disegno e alla qualità”. Il risultato, racconta Gang, è stato immediato: “Le persone hanno sentito che quello spazio era loro, perché avevano detto cosa volevano e l’avevano ottenuto”.
In chiusura, Gang torna su una questione cruciale: senza regole esterne, la sostenibilità resta fragile. Per questo, spiega, è fondamentale chiarire gli obiettivi fin dall’inizio e comprendere a fondo le intenzioni dei committenti. “A volte vale la pena assumersi il rischio e provare a portarli fin lì”, ammette. “Se funziona, può produrre un cambiamento reale”. Anche quando il processo è conflittuale, conclude, l’architettura conserva la capacità di incidere: come spazio di negoziazione, come infrastruttura civica, come pratica collettiva.