Il 17 aprile 2026 The Trump Organization ha annunciato la nuova Trump Tower Tbilisi: un grattacielo mixed-use di circa 70 piani, progettato da Gensler e destinato a diventare l’edificio più alto non solo della Georgia, ma dell’intero Caucaso.
L’annuncio arriva poco dopo l’annullamento dei piani per un Trump International Hotel a Belgrado e rilancia il franchise Trump con una delle sue aggiunte più rilevanti. Una costellazione globale riconoscibile come un brand di fast food o fast fashion: cinque lettere dorate, in maiuscolo, il più in alto possibile. Ma invece che prodotti di massa, The Trump Organization – “nota per definire il benchmark dell’ultra-luxury living e dell’eccellenza architettonica”, dichiara il suo stesso annuncio – esporta “residenze di lusso, retail di alta gamma, ristorazione di livello mondiale e servizi lifestyle”, insieme a una promessa di internazionalizzazione, profitto e legittimazione.
La prima Trump Tower, quella di New York del 1983, apparteneva a un momento preciso della città, in cui la Manhattan finanziaria investiva nella verticalità del grattacielo come icona della nuova economia postindustriale. Domus, raccontandola allora, citava il motto dei nuovi imprenditori edili: “una buona architettura è un solido investimento”. Quarant’anni dopo, la formula sembra essersi semplificata: non serve che l’architettura sia “buona”, basta che sia riconoscibile, vendibile, replicabile.
La Trump Tower Tbilisi, più che un’architettura, è il ritorno di un vecchio copione georgiano e insieme l’aggiornamento di una formula globale di diplomazia immobiliare.
Così il marchio Trump ha colonizzato Turchia, Filippine, Uruguay e India, mentre Romania, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono nel mirino. Più che concentrarsi sull’edificio in sé, allora, interessa chiedersi perché questa nuova “filiale” venga annunciata proprio oggi e proprio in Georgia.
Ovvero perché presentare Tbilisi come il “nuovo hub commerciale tra Europa orientale e Asia” in un momento così teso nei rapporti tra Georgia e Stati Uniti. A fine 2024 l’amministrazione Biden ha sospeso la partnership strategica con la Georgia e sanzionato Bidzina Ivanishvili, fondatore di Georgian Dream, accusato di sostenere la deriva autoritaria e filorussa del Paese. Trump non ha revocato quelle misure e ha finora ignorato Tbilisi sul piano diplomatico.
La torre può quindi essere letta come un tentativo di aprire una via simbolica ed economica verso Washington: sia per riaccreditarsi dopo le sanzioni, sia per evitare di essere marginalizzati dalla Trump Route for International Peace and Prosperity, il collegamento tra Armenia e Azerbaigian immaginato come nodo del Middle Corridor tra Asia Centrale ed Europa.
Un precedente chiamato Batumi
A rendere questa lettura più plausibile c’è un precedente. Nel 2012 Trump si era già recato in Georgia per annunciare con l’allora presidente Mikheil Saakashvili una Trump Tower da 47 piani e 250 milioni di dollari a Batumi. Secondo l’inchiesta di Adam Davidson sul New Yorker, quella visita serviva a promuovere Saakashvili come leader riformista e business-friendly. La televisione georgiana celebrò l’evento promettendo una seconda torre a Tbilisi; sotto uno striscione che proclamava “Trump investe in Georgia”, Saakashvili ringraziò il magnate, che parlò a sua volta del “grande miracolo” georgiano
Quarant’anni dopo, la formula sembra essersi semplificata: non serve che l’architettura sia “buona”, basta che sia riconoscibile, vendibile, replicabile.
Ma già allora la promessa immobiliare precedeva il mercato reale. Giorgi Rtskhiladze, mediatore del rapporto con Trump, confermò che nel 2012 il mercato immobiliare di lusso a Batumi era praticamente inesistente, ma che gli investitori erano convinti che un grattacielo a marchio Trump avrebbe attirato acquirenti. Invece di seguire domanda e offerta, Trump prometteva di imporle: vendeva un nome, la Georgia comprava una narrazione, la torre faceva da intermediario. Dopo anni di stallo, il progetto fu cancellato nel 2017 con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca.
Se durante il primo mandato la Trump Organization aveva fatto un passo indietro dagli accordi esteri per “evitare l’apparenza di potenziali conflitti di interesse”, oggi quella cautela sembra venuta meno. Secondo Forbes, nel 2024 i ricavi di Trump da licensing estero sono cresciuti del 650%; l’ex capo dell’Office of Government Ethics Walter Shaub ha definito questa nuova stagione “l’esatto opposto dell’etica di governo”, aggiungendo: “suppongo che la chiameremmo corruzione”.
Secondo la stampa georgiana, la nuova torre dovrebbe sorgere nell’area dell’ex ippodromo di Tbilisi, su terreni riconducibili a Ivanishvili. Lo stesso Ivanishvili che Biden ha sanzionato, e lo stesso che aveva liquidato il progetto di Batumi: “Trump non ha investito in Georgia”, disse allora. “Era più simile a un trucco. Gli hanno dato dei soldi, e hanno recitato entrambi la loro parte.” Oggi è a lui che vengono rivolte accuse simili: Roman Gotsiridze, ex capo della Banca Nazionale e parlamentare, ha definito il progetto “il tentativo di Bidzina Ivanishvili di corrompere Trump”.
A rendere il progetto ancora più leggibile politicamente è anche la composizione dei partner locali, tra cui figura Archi Group, uno dei maggiori sviluppatori georgiani, con oltre il 18% di quota di mercato, co-fondato da Ilia Tsulaia, parlamentare di Georgian Dream dal 2016 al 2020.
Non che l’opposizione sembri avere molte alternative, come dimostra la proposta del partito Lelo/Strong Georgia di intitolare a Trump il controverso porto di Anaklia, trasformandolo idealmente nella “porta d’accesso” occidentale della Trump Route.
Il doppio volto di Trump
A complicare il quadro c’è Gensler, presentato dalla Trump Organization come “il più grande studio di architettura al mondo”. Autore di progetti come Shanghai Tower e CityCenter Las Vegas, lo studio trasforma – o quantomeno ammanta – quello che potrebbe apparire come puro licensing immobiliare in un’operazione dotata della grammatica consolidata della global architecture: mixed-use, podi commerciali, amenities, verde integrato, landmark per lo skyline.
Si conferma così the dualismo tra il Trump politico, che promuove il ritorno a un’architettura pubblica classica e pre-modernista attraverso il programma estetico del Making Federal Architecture Beautiful Again, e il Trump immobiliare, che continua invece a edificare il mondo con vetro e acciaio, volumi razionali e forme contemporanee.
Del progetto di Tbilisi abbiamo per ora formule promozionali e un rendering, che mostra – oltre alla scritta multipiano “Trump” – archi gotici alla base e alberi sul tetto e all’interno di un atrio nella metà superiore. Dietro al grattacielo protagonista se ne stagliano altri cinque – non marchiati e quindi più bassi e anonimi – a comporre il complesso di The Tbilisi Downtown, sviluppo da 2 miliardi di dollari. Più che la prima torre newyorkese, il progetto richiama Television City, il mega sviluppo proposto da Trump nel 1974 sul West Side di Manhattan: un superisolato di torri altissime, tra cui un edificio da 150 piani allora immaginato come il più alto del mondo. Scriveva il critico d’architettura Michael Sorkin sul Village Voice: “il terzo tentativo di Trump con l’edificio più alto del mondo… c’è mai stato un uomo più ossessionato dal tirarlo su in pubblico?”
Per ora Trump dovrà accontentarsi dell’edificio più alto del Caucaso. La Trump Tower Tbilisi, più che un’architettura, è il ritorno di un vecchio copione georgiano e insieme l’aggiornamento di una formula globale di diplomazia immobiliare: il grattacielo come franchising, il licensing come urbanistica, l’architettura come interfaccia rispettabile tra capitale, reputazione e potere. Un monumento al proprio cognome resta forse il modo più appariscente di mescolare politica estera e affari.
Immagine di apertura: Ingresso della Trump Tower sulla Fifth Avenue, New York. Foto: Ajay Suresh. Via Wikimedia Commons
