La sede milanese della galleria Massimo De Carlo è l’opposto di un white cube. Le superfici di Casa Corbellini-Wassermann, esempio egregio di architettura milanese del preguerra firmato da Piero Portaluppi – “l’ineffabile, che si muoveva fra déco, composizione razionalista e istanza eclettica nell’ornamento”, come lo descrivevamo nell’articolo sull’apertura della galleria nel 2019 – sono composte da quindici varietà di marmo, che dialogano con legni scuri, stucchi su intonaco turchese, specchi d’epoca e persino un affresco.
L’artista Alicja Kwade trasforma in una dimora inquieta la Casa Corbellini-Wassermann di Portaluppi
Da Massimo De Carlo, “Dimora Dislocata” mette in dialogo le sculture dell’artista polacco-tedesca con l’architettura di Piero Portaluppi: sedie, televisori, sampietrini e oggetti domestici diventano strumenti per mettere in crisi la nostra idea di realtà.
Courtesy Massimodecarlo
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- Luca Avigo
- 15 giugno 2026
Non tutti gli artisti sono all’altezza di esporre in un contenitore simile senza esserne fagocitati. Alicja Kwade, artista polacco-tedesca nata nel 1979, sembra però aver costruito il proprio linguaggio scultoreo, in oltre vent’anni di carriera, proprio per confrontarsi con spazi come questo. Ed è ciò che avviene in “Dimora Dislocata”, visitabile fino al 1 agosto 2026.
Kwade prende ciò che crediamo di conoscere – arredi, oggetti comuni, automobili usate, strumenti di misura – e lo lavora, lo distorce, lo specchia, ne sostituisce i materiali, fino a rendere ambigua la nostra percezione. Se Casa Corbellini-Wassermann è diventata una galleria, ma la sua memoria domestica trasuda ancora da ogni dettaglio, per Kwade arte e memoria domestica devono aderire. Allo stesso modo, l’artista cerca instabilità nei sistemi scientifici di misurazione, usando forme astratte perfette per incrinare le teorie che abbiamo edificato per comprendere la realtà.
Talvolta i due registri si incontrano, come nelle grandi sfere in pietra – che l’artista descrive come “tempo compresso” e che sono ormai una sua firma – poggiate su generiche sedie di plastica, quelle di Bad Bunny, per capirci, come se la gravità avesse smesso di valere. Appena entro, mi tolgo una curiosità e chiedo alla mia guida di cosa siano fatte davvero le sedie. Mi risponde: “di bicicletta”. Nota la mia interdizione e mi spiega che si riferisce a un’altra sedia in mostra, Fahrrad (2019), realizzata tritando e ricompattando una bicicletta in uno stampo.
Un’altra seduta, che fronteggia quella in bicicletta, è fatta di legno; ma anche in questo caso non è semplice come suona, perché è stata scavata da un unico blocco di quercia, un po’ alla Penone. Tra le due c’è Fernseher (2021), un tavolino realizzato con la prima tv acquistata da Kwade a Berlino, polverizzata e risolidificata. Le sedie di plastica a cui mi riferivo, invece, sono in bronzo laccato: copie statuarie dell’oggetto più sacrificabile e anonimo.
Per questa mostra Kwade ha costruito un corpus che sintetizza i diversi ambiti della sua ricerca filtrandoli attraverso il tema della dimora. Sulla carta somiglia a un catalogo di arredi: oltre alle sedie, ci sono un tavolo rotondo, spezzato a spicchi e moltiplicato da specchi; un orologio che ruota in senso opposto alle lancette; un corrimano ornato in legno, ricomposto in un palo retto; uno specchio colato fino ad adagiarsi sul pavimento; persino una scopa di plastica, con il manico piegato ad arco. Mi correggo: sembra un catalogo d’arredo uscito dalle Backrooms.
Accanto agli elementi casalinghi compaiono divagazioni più astratte: documenti e testi scritti a mano, mele in bronzo con moltiplicazioni di piccioli, una radio scomposta nei suoi materiali, un abaco le cui perline in lapislazuli sono cadute sul pavimento. Chiedo alla mia paziente guida come si assicurino che la gente non scivoli sulle biglie, o che non le rubi. Ammette che non ne ha idea, anche se, a un’ispezione ravvicinata, sono incollate al pavimento.
Ancora più complicata, logisticamente, è Ton-Steine-Scherben, i resti della distruzione di sampietrini in porcellana, esposti caoticamente nell’elegantissima libreria di Portaluppi, con frammenti che si espandono in tutta la stanza. La guida racconta che evocano quelli lanciati durante le proteste, ricreati in ceramica con cura maniacale per poi essere frantumati con apparente incuranza. Aggiunge che Kwade li ha distrutti proprio in galleria, mentre i dipendenti, dagli uffici, sentivano perplessi il fracasso.
C’è un motivo se quasi tutte le interviste all’artista non vertono solo sugli oggetti, sul consumismo o sul design, ma scivolano rapidamente verso questioni esistenziali enormi. “Sto cercando di vedere che cos’è la realtà per me, e che cos’è per tutti noi”, ha detto. E ancora: “La realtà è un termine astratto che nutriamo con definizioni su cui ci accordiamo per vivere insieme.” Se si concentra così ossessivamente sulla materia è perché, “alla fine, vediamo il mondo così com’è attraverso il riflesso dei nostri sensi”.
La realtà è un termine astratto che nutriamo con definizioni su cui ci accordiamo per vivere insieme.
Alicja Kwade
“La mia arte non è apertamente politica, ma io lo sono. Profondamente. […] E cerco, a volte, di rendere visibile la realtà attraverso il mio lavoro”, ha dichiarato Kwade. Anche per questo, ingannare attraverso la materialità non è un gioco o un’illusione fine a sé stessa, ma un mezzo di comunicazione. Nel tavolino-televisione comunica la memoria del proprio vissuto; nei sampietrini, l’impotenza di una rivolta; nelle sedie di non-plastica, una fuerza invisibile capace di sostenere pianeti. Sembra voler dire che, volenti o nolenti, anche in una televisione o in una seduta ci sono storia e lotta, forze fisiche e sociali in azione, che permeano anche l’architettura e l’arredo più semplici.
Ma l’opportunità di esplorare questa tesi in un’architettura tutto tranne che semplice non le sfugge. Inoltre, “Dimora Dislocata” è un’occasione per vedere angoli della casa di Portaluppi che di solito restano nascosti, come un armadio dalle mensole di vetro che fora le pareti o il sontuoso bagno.
Persino il giardino è stato invaso da Kwade, con Stella Sella (2025), una vecchia sedia a dondolo che ospita un enorme masso, che insieme la ancora a terra e si plasma attorno agli esili braccioli come se fosse più soffice della sedia stessa. Dà un nuovo significato al rock in rocking chair.
Ma le associazioni di Kwade vanno oltre i giochi di parole, oltre il divertissement dell’arte contemporanea che stupisce con l’illusione o con il virtuosismo tecnico puro e semplice. Intrattiene occhi e sensi mentre veicola un contenuto più turbolento, che oscilla tra conflitto sociale, teoria fisica e memoria personale. In questo senso, Casa Corbellini-Wassermann e la pratica di Kwade entrano in una risonanza insolita per una mostra in galleria. Una casa che non è più casa, abitata da oggetti che smettono di rassicurarci e cominciano a rivelare l’inquietante verità: non sono mai stati semplici.