Il titolo dell’esposizione, “Le singe et l’argile” (“La scimmia e l’argilla”), suona come una favola perduta di Esopo o di La Fontaine: una di quelle storie che nessuno dei due ha mai scritto, eppure avrebbero potuto — forse persino dovuto — inventare. Una parabola in cui un animale e un minerale intrecciano i propri destini, rivelando una morale quanto mai urgente: non soltanto l’ineludibile interdipendenza che lega ogni forma di vita sulla Terra, ma anche la necessità, ormai non più rimandabile, di una cooperazione attiva tra mondi, specie e materie.
È questo il cuore della mostra, inaugurata in questi giorni alla Fondazione Martell, nel centro della Francia. Un tema radicalmente contemporaneo che trova a Cognac la sua cornice ideale: immersa nel paesaggio ordinato delle vigne e ospitata in un ex sito produttivo dalla lunga storia industriale, la Fondazione — che si avvicina al suo decimo anniversario — è nata dalla volontà di un’impresa di coltivare le zone più fertili della sperimentazione.
Mentre la maggior parte delle fondazioni private tende oggi a costituire collezioni per rivaleggiare con i musei nella loro vocazione patrimoniale, la Fondazione Martell è un luogo raro dove ricerca sui materiali, savoir-faire artigianali e pratiche contemporanee si contaminano reciprocamente, facendo del design non una disciplina chiusa, ma un laboratorio aperto. Più che un centro espositivo, la Fondazione si concepisce come un ecosistema di residenze, produzione e ricerca: uno spazio in cui le idee vengono messe alla prova della materia e la materia, a sua volta, genera nuove idee.
Curata da Emilie Villez, già direttrice della collezione Kadist di Parigi, l’esposizione esplora le possibilità di una cooperazione tra specie, andando alla ricerca di situazioni in cui l’ordine gerarchico e piramidale che ha governato il loro rapporto nel corso della modernità si incrina, lasciando emergere forme alternative di convivenza e di produzione.
Un laboratorio fuori dalla gerarchia
Allestita in un vasto open space, la mostra si sviluppa all’interno della scenografia concepita dall’Atelier Kraft: immense “pelli d’albero”, sottili fogli di laminato dalle venature lignee, disegnano un percorso sinuoso che attraversa lo spazio come un sentiero nel sottobosco. In questo paesaggio artificiale e organico al tempo stesso, nove artisti internazionali affrontano il tema da prospettive differenti.
Si tratta di combinare l’approccio visivo e sensibile dell’arte con un’expertise del non umano
Emilie Villez, curatrice e critica d'arte
Una prima linea di ricerca affronta la questione del linguaggio, tradizionale discrimine tra umano e non umano. L’artista messicana Tania Candiani presenta una serie di opere sonore concepite per gli animali che abitano il deserto dell’Arizona, mentre il giapponese Shimabuku firma uno dei lavori più sorprendenti della mostra: un video in cui mostra della neve a una comunità di macachi che, pur essendo conosciuti come “scimmie delle nevi”, non ne hanno mai fatto esperienza.
Co-creare con animali, fiumi e piante
Un secondo nucleo esplora l’idea di co-creazione tra specie. Aki Inomata invita alcuni insetti a occupare minuscole architetture tessili da lei realizzate, dando vita a forme ibride in cui il corpo dell’animale e il suo “abito” finiscono per fondersi. Jessica Warboys, al crocevia tra pittura e performance, realizza grandi tele stampate con l’aiuto delle acque della Charente, il fiume che attraversa Cognac, trasformando la forza imprevedibile della corrente in uno strumento creativo.
Trevor Yeung presenta invece una serie di tegole in argilla cruda collocate sia all’interno sia all’esterno dell’edificio, lasciandole all’azione del tempo e degli agenti atmosferici: un lavoro processuale, affidato all’erosione, al caso e alla trasformazione della materia.
La mostra si apre infine a immaginari alternativi. Roberto Zhao Renhui documenta i processi attraverso cui gli animali riconquistano spazi e habitat profondamente trasformati dall’intervento umano in diverse aree del pianeta, mentre Bagues Pandega mette in scena una monumentale macchina tentacolare capace di generare ossigeno a partire dal biofeedback di una pianta.
Lin May Saeed, artista iracheno-tedesca scomparsa nel 2023 e tra le rivelazioni più significative dell’esposizione, presenta delicate sculture in polistirene in cui animali, esseri umani, vegetali e divinità convivono in una dimensiona pacificata, sottratta a ogni gerarchia. Nel film Agnieszka Polska prende invece forma il racconto di un’antica osmosi tra uomini e fiori, una relazione simbiotica ormai perduta che l’artista riattiva come racconto visionario.
La Fondazione si concepisce come un ecosistema di residenze, produzione e ricerca: uno spazio in cui le idee vengono messe alla prova della materia e la materia, a sua volta, genera nuove idee.
A differenza di molte mostre che trasformano le opere in semplici illustrazioni di una tesi curatoriale, “Le singe et l’argile” evita la trappola del didascalismo. Pur affondando le sue radici in un terreno teorico oggi ampiamente condiviso da artisti e designer — dalle Specie compagne di Donna Haraway alle riflessioni di Anna Tsing, Vinciane Despret, Baptiste Morizot e Bruno Latour sul superamento dell’eccezionalismo umano — la mostra sfrutta fino in fondo il carattere aperto, polifonico e talvolta contraddittorio del dispositivo espositivo.
Come annota la curatrice Emilie Villez: “Si tratta di combinare l’approccio visivo e sensibile dell’arte con un’expertise del non umano”. Si tratta, in altre parole, di pensare l’arte come uno spazio insieme critico e utopico di sperimentazione di nuovi modelli di società, in cui il principio della convivenza e della cooperazione si estende all’intero orizzonte del vivente. Una prospettiva che non fa solo pensare, ma anche sperare.
