Per la copertina dell’edizione speciale del nuovo album You Seem Pretty Sad for a Girl So in Love, Olivia Rodrigo ha affidato il proprio ritratto all’artista canadese Chloe Wise. Il risultato è Carve Our Names (2026), l’opera in cui Rodrigo appare in un abito rosa, immersa in un paesaggio idilliaco, mentre stringe un coltello con la stessa naturalezza con cui potrebbe tenere in mano un fiore. Un’immagine che tiene insieme innocenza e inquietudine, romanticismo e minaccia, in un equilibrio che appartiene tanto all’universo narrativo di Rodrigo quanto alla ricerca della pittrice.
Chloe Wise dipinge ragazze, coltelli e desideri: chi è l’artista scelta da Olivia Rodrigo
Dalle finte borse di pane alle copertine pop, dai ritratti teatrali agli Ufo: l’artista canadese Chloe Wise ha costruito un immaginario in cui consumo, desiderio, ironia e inquietudine diventano una forma di critica seducente.
Courtesy Chloe Wise
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Foto: Marten Elder. Courtesy Chloe Wise
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- Giorgia Aprosio
- 12 giugno 2026
L’opera in copertina è infatti l’ultimo tassello di una ricerca che Wise porta avanti da oltre un decennio: abitare la società del consumo proprio mentre la critica, fino a rendere la critica stessa seducente tanto quanto l’universo che mette in discussione.
A renderla nota, agli inizi, erano state le Bread Bags: sculture che trasformavano baguette, bagel e pagnotte in finte borse Chanel, Louis Vuitton e Prada. Oggetti assurdi e al tempo stesso perfettamente credibili, abbastanza eleganti da sembrare veri accessori fashion e abbastanza improbabili da rivelare quanto il lusso sia, prima di tutto, una costruzione simbolica. Wise prendeva il linguaggio del trend e lo ribaltava con ironia, mostrando quanto il desiderio passasse attraverso un codice preciso fatto di scritte, loghi, oggetti e immagini.
Il personaggio non ha mai oscurato il lavoro. Semmai ne è diventato un'estensione, incarnando quello stesso modo di abitare il mondo che la sua pittura osserva, restituisce e poi mette continuamente in discussione.
Da allora è stata raccontata come fenomeno, it girl, artista della moda, nuova promessa della pittura internazionale, interprete di un nuovo barocco. E, in parte, tutte queste cose lo è davvero: negli anni Wise ha costruito una presenza magnetica, perfettamente a suo agio tra opening, sfilate, gallerie e social media, capace di prendere posizione in dibattiti colti e di reggere il peso di grandi mostre internazionali. Se camminare sul filo tra cultura pop e critica poteva sembrare inizialmente un gioco pericoloso, oggi bisogna riconoscerle che in tutti questi anni il personaggio non ha mai oscurato il lavoro. Ne è semmai diventato un’estensione, capace di amplificarne il messaggio e di incarnare quello stesso modo di abitare il mondo che la sua pittura osserva, restituisce e poi mette continuamente in discussione.
Ma facciamo un passo indietro. Nata a Montréal nel 1990, Chloe Wise oggi vive e lavora a New York. Si è formata alla Concordia University prima di affermarsi sulla scena internazionale con una pratica che attraversa da sempre con disinvoltura pittura, scultura, video e installazione. Una coerenza di fondo dentro un lavoro per definizione ambiguo, che è forse una delle sue qualità più rare.
Al centro del suo lavoro ci sono quasi sempre le persone, e in particolare i loro comportamenti. Amici, collaboratori e conoscenti diventano il punto di partenza per costruire ritratti che raccontano meno un individuo che un atteggiamento, un carattere, un tipo umano: il modo in cui ciascuno interpreta un ruolo, mette in scena sé stesso, aderisce a un’estetica o a un sistema di credenze.
Wise lavora sul confine sottile tra autorappresentazione e caricatura, senza che sia mai chiaro dove finisca una e cominci l’altra.
I personaggi vengono raramente colti in pose composte o lusinghiere. Li troviamo con la pelle lucida, gli occhi alzati al cielo, una smorfia appena accennata, il corpo sospeso tra naturalezza e artificio. Sembrano caricature delle fotografie che abitano la galleria dei nostri telefoni al termine di una serata sfuggita un po’ di mano. Immagini che tutti abbiamo già visto, forse persino scattato. Ed è proprio questa familiarità a renderli così convincenti. Il lavoro di Wise si muove da sempre sul confine sottile tra autorappresentazione e caricatura, senza che sia mai chiaro dove finisca una e cominci l’altra. Nei primi lavori comparivano figure travestite, spesso da animali, quasi fossero pronte per una festa in maschera. Poi sono arrivate le mani che stringono il cibo, facendo della natura morta un modo per riflettere sul corpo, sul piacere e sul desiderio. Negli ultimi anni il ritratto è tornato al centro. L’atmosfera si è fatta via via più teatrale, tra luci artificiali, chiaroscuri marcati e una costruzione dell’immagine che guarda tanto alla pittura barocca quanto alla fotografia editoriale. Sono tutte storie sospese, in cui non si capisce mai fino in fondo se qualcosa stia davvero accadendo.
Wise riprende l’idea classica del quadro come finestra sul mondo e la incrina con un sorriso sornione. Quello che vediamo, sulla tela come sullo schermo, è piuttosto un portale su una realtà possibile: un’immagine che, mentre afferma qualcosa, subito la mette in dubbio, dichiarando insieme il proprio messaggio e la propria natura costruita.
Wise riprende l’idea classica del quadro come finestra sul mondo e la incrina con un sorriso sornione
Carve Our Names non fa eccezione. Apparentemente il quadro sembra raccontare una storia semplicissima: una ragazza in un prato, un vestito rosa, un coltello. Poi ci si accorge che è proprio quel coltello a cambiare tutto. Sta incidendo il nome di un amore sulla corteccia di un albero, come suggerisce il titolo? Oppure si guarda nella lama, un attimo prima di compiere un gesto violento?
Lo stesso vale per PsyFi, il progetto cinematografico più ambizioso realizzato finora da Wise: un’installazione immersiva a tre canali che mette in relazione apparizioni religiose, avvistamenti UFO, intelligenze non umane e immaginario fantascientifico. L’opera debutta come fulcro di Extrasensory, la mostra a cura di Samuel Leuenberger che l’artista presenta alla Kulturstiftung Basel H. Geiger di Basilea, in programma fino al 6 settembre 2026 e inaugurata nei giorni in cui il mondo dell’arte si ritrova nella città svizzera attorno alla “fiera delle fiere”. Attorno al film prende forma un percorso tra souvenir esoterici, reliquie religiose, gadget dedicati agli extraterrestri e ambienti che ricordano insieme un luogo di culto, un camerino e l’interno di un’astronave. Se agli esordi erano le borse di pane a parlare ai ricchi che desideravano Chanel, oggi sono gli extraterrestri a parlare al mondo dell’arte riunito a Basilea. Cambiano i simboli, ma resta la stessa lucidità nel guardare i sistemi di credenze di chi osserva, compra, espone e abita un mondo convinto di essere al centro della realtà anche quando sembra esserne completamente fuori.
In copertina all'album: Chloe Wise, Carve Our Names, 2026
In copertina all'album: Chloe Wise, Carve Our Names, 2026