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Chi è Cao Yuxi, l’artista digitale che usa la tecnologia per “percepire” la natura

In occasione di Videocittà 2026 a Roma, l'artista e coder che vive a New York ha presentato Nature’s Computility. Con le sue opere, Cao Yuxi esplora il rapporto tra natura e tecnologia: ne ha parlato con Domus.

Cao Yuxi si definiva “un idealista che cerca di mantenere la propria promessa sotto la pressione del pragmatismo sociale”. Sei anni dopo, non ha cambiato idea; semmai, il suo percorso professionale ha rafforzato questa convinzione.

Artista, programmatore e fondatore di Caoyuxi Studio e Particle Lab, Cao Yuxi, oggi residente a New York, è diventato una delle voci più autorevoli dell’arte digitale contemporanea. Oggi, attraverso algoritmi, sistemi particellari, intelligenza artificiale e ambienti immersivi, Cao esplora il punto d’incontro tra natura e tecnologia, non per sostituire il mondo reale con una sua simulazione, ma per modificare il nostro modo di percepirlo. A Videocittà 2026, a Roma, ha presentato Nature’s Computility, la sua più recente installazione: un paesaggio digitale generato in tempo reale che trasforma il movimento dell’acqua e della costa in un organismo computazionale vivente.

Cao Yuxi, 2026. Foto Courtesy collettivo visioni parallele

La tecnologia non è il soggetto ma lo strumento

Nonostante operi costantemente all’avanguardia delle tecnologie computazionali, Cao rifiuta l’idea che l’innovazione debba essere la protagonista del suo lavoro. “Ho scritto quella frase quando avevo circa 26 o 27 anni, nel momento in cui ho decisio di diventare un artista”, racconta. “Non l’ho mai cambiata. Ci credo ancora profondamente. L’idealismo è un po’ come la domanda di Shakespeare: ‘essere o non essere’. Continui a lottare oppure lasci perdere? Per me l’idealismo è come un gancio: non importa quanto forte sia la pressione del pragmatismo sociale o quante volte tu venga abbattuto, continui comunque a rialzarti.”

Cao Yuxi, Nature’s Computility a Videocittà 2026. Foto Courtesy collettivo visioni parallele

Questa filosofia è diventata il principio guida della sua pratica artistica. “Quando realizzo un mio lavoro”, spiega, “porto sempre tutto all’estremo. Cerco di offrire il meglio che posso in quel momento, dal punto di vista tecnico, creativo e metodologico. È il massimo sforzo che riesco a fare, anche quando sembra completamente irrealistico.” Una posizione sempre più rara in un’epoca dominata dall’efficienza, dall’automazione e dalla rapida commercializzazione dell’intelligenza artificiale. Mentre molti artisti adottano le nuove tecnologie come soggetto delle proprie opere, Cao le utilizza come linguaggi attraverso cui esplorare qualcosa di più sfuggente: la percezione.

Il rapporto tra arte e natura

Le opere di Cao sono state presentate in istituzioni e festival come Centre Pompidou, Ars Electronica, Mutek Montréal e Signal Festival di Praga. Nel 2022 ha ricoperto il ruolo di Visual Effects Director per la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Pechino, mentre in precedenza Apple ha presentato il suo lavoro durante la Worldwide Developers Conference.

Abbiamo bisogno dell’arte per ricordarci che cos’è la natura

Cao Yuxi

Le installazioni si muovono continuamente lungo confini instabili – tra fisico e digitale, natura e simulazione, calcolo ed emozione – senza privilegiare mai uno dei due poli. “Penso che entrambe le realtà siano importanti”, afferma. “Non voglio che le persone guardino il mio lavoro e dicano semplicemente: ‘Ah, alberi di particelle, acqua di particelle’. Quelle cose non sostituiranno mai gli alberi veri, l’acqua vera o la natura reale. Per me è come la pittura: offre una prospettiva diversa, quella dell’artista, affinché le persone possano tornare ad apprezzare la natura, la tecnologia e ciò che si nasconde dietro entrambe.”

Cao Yuxi, Nature’s Computility a Videocittà 2026. Foto Courtesy collettivo visioni parallele

Le sue opere cercano infatti di riportare l’attenzione lontano dallo schermo e nuovamente verso il mondo reale. “Quando viviamo troppo a lungo nelle città, dentro questo mondo cibernetico, a volte finiamo per perderci. Mi piacerebbe che qualcuno vedesse il mio lavoro, apprezzasse l’arte digitale, ma che poi si ricordasse della natura. Abbiamo bisogno dell’arte per ricordarci che cos’è la natura.”

Nature’s Computility, il paesaggio come organismo digitale

Questa ricerca trova una delle sue espressioni più compiute in Nature’s Computility, l’installazione immersiva presentata a Videocittà 2026, a Roma dal 10 al 12 luglio. Realizzata attraverso simulazioni particellari in tempo reale, GPU Instancing e riprese con drone della costa di Shenzhen, l’opera trasforma il movimento del mare in un organismo computazionale vivente. Le onde si dissolvono in nuvole di particelle, le coste diventano costellazioni e il paesaggio figurativo scivola progressivamente verso l’astrazione.


Paradossalmente, però, Cao spera che il pubblico non si soffermi troppo sulla sofisticazione tecnologica dell’opera. “Non ho bisogno che le persone si connettano emotivamente con la tecnologia”, spiega. “Vorrei che vedessero la natura, non l’arte digitale. Per quanto complesso possa sembrare il processo, si tratta semplicemente di usare la tecnologia come strumento, come filtro estetico, per mostrare l’oceano, l’acqua, questa incredibile bellezza della natura che ho vissuto lungo la costa. Se qualcuno prova un’emozione, ne sono felicissimo. Ma se vede semplicemente l’oceano, è già abbastanza.”

Lo stesso titolo, Nature’s Computility, suggerisce un ribaltamento della narrazione contemporanea sull’intelligenza artificiale. Invece di interpretare la natura attraverso il calcolo, Cao immagina il calcolo come qualcosa già presente nei sistemi naturali. Rimane però molto critico nei confronti dell’attuale accelerazione tecnologica.

Si tratta semplicemente di usare la tecnologia come strumento, come filtro estetico, per mostrare l’oceano, l’acqua, questa incredibile bellezza della natura che ho vissuto lungo la costa

Cao Yuxi

“Vorrei che le tecnologie emergenti imparassero una cosa dagli ecosistemi: evolversi richiede tempo”, osserva. “Invece stanno facendo l’opposto. Con questa corsa all’intelligenza artificiale tutti sono concentrati soltanto sul rendere tutto più veloce e migliore. Nessuno si chiede se dovremmo davvero andare così in fretta. L’umanità stessa fatica già a tenere il passo.”

L’indipendenza artistica nell’era delle collaborazioni

Lo stesso equilibrio tra autonomia artistica e sperimentazione tecnologica emerge anche in Seasonal Proximities, l’installazione immersiva commissionata da Burberry, nella quale Cao ha esplorato ancora una volta il rapporto tra natura e percezione digitale all’interno della struttura itinerante Imagined Landscape. Attraverso schermi interattivi e grandi proiezioni, il pubblico veniva immerso in paesaggi naturali in continua trasformazione, generati da processi computazionali, mentre scopriva le nuove collezioni del marchio britannico.

Una collaborazione con un brand del lusso solleva inevitabilmente interrogativi sull’indipendenza artistica, tema che Cao affronta con sorprendente sincerità. “Quando un marchio ti contatta, ovviamente ha un messaggio promozionale che vuole comunicare”, ammette. “L’arte può diventare un’interessante glassa che riveste quel messaggio. È semplicemente la natura di queste collaborazioni.”

Cao Yuxi, Nature’s Computility a Videocittà 2026. Foto Courtesy collettivo visioni parallele

Per lui, tuttavia, il processo creativo non può nascere dalla visione del cliente. “Quando si parla di direzione artistica, creatività, gusto, colori, tutte queste cose devono partire da me. Non realizzo mai qualcosa seguendo la loro idea creativa. Creo seguendo il mio giudizio artistico. Se pensano che un’idea sia giusta, dovrebbero realizzarla loro, non io.”

È proprio questa insistenza sull’autorialità a fare sì che anche le collaborazioni commerciali rimangano riconoscibilmente parte della sua ricerca, anziché comprometterla. Una ricerca che oggi si sviluppa in un momento storico segnato dall’esplosione dell’intelligenza artificiale generativa.

Creare in un mondo di distrazioni

Eppure, secondo Cao, la sfida principale per gli artisti non è tecnologica. “Credo che il problema più grande sia la distrazione”, dice. “Non solo per gli artisti, ma per tutti.”

Descrive un ecosistema saturo di interpretazioni di seconda mano, opinioni amplificate dagli algoritmi e un flusso infinito di informazioni che competono costantemente per la nostra attenzione. “Più distrazioni ricevi, più cresce l’incertezza. E l’incertezza genera dubbi, preoccupazioni, tutti quegli elementi che distruggono la concentrazione. Oggi dobbiamo essere estremamente attenti a selezionare le informazioni che consumiamo. Anche quando non le stiamo cercando, continuano comunque a raggiungerci.” La sua soluzione è sorprendentemente semplice. “Ho ancora bisogno di dedicare una parte enorme della mia vita a una sola cosa: creare.”

Forse è proprio questo il vero paradosso dell’opera di Cao Yuxi. Pur essendo uno degli artisti più profondamente immersi nelle tecnologie computazionali, il suo lavoro invita continuamente lo spettatore – e prima ancora se stesso – a guardare oltre di esse.

Immagine di apertura: Cao Yuxi, Nature’s Computility a Videocittà 2026. Foto Courtesy collettivo visioni parallele

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