La poesia degli algoritmi

Incontrato a Milano, il media artist e designer Joachim Sauter fondatore di Art+Com, racconta come usa gli algoritmi per farci scoprire in modo poetico lati inediti e imprevedibili della realtà.

Proclamare di voler fare poesia con gli algoritmi può sembrare un progetto tanto ambizioso quanto irrealistico. Ma le opere di Joachim Sauter, media artist, fondatore dello studio berlinese Art+Com, dimostrano che è una strada percorribile, con risultati di straordinario interesse artistico. All’Istituto Europeo di Design di Milano, per un evento organizzato in collaborazione con Swarm Hybrid Design Lab, Sauter ha illustrato le principali opere che hanno costellato la sua lunga carriera, iniziata nel 1988 con la nascita di Art+Com, proprio in contemporanea con la diffusione dei primi personal computer sul mercato. E non è certo un caso.

Joachim Sauter, Pendulum, Mexico, 2015

“Perché è nata Art+Com? – esordisce Joachim Sauter, mentre sullo schermo scorre la foto del primo Macintosh, uscito nel 1984 – “Abbiamo iniziato a usare il PC come un semplice strumento, ma ben presto ci siamo resi conto di avere per le mani un nuovo mezzo di comunicazione, a tutti gli effetti”. In quegli anni non è ancora ben chiaro come il computer si possa usare per comunicare e produrre arte. Ma s’intuisce che le potenzialità potrebbero essere enormi. Così un gruppo d’informatici, professori universitari, designer e hacker del celebre Chaos Computer Club di Berlino si riuniscono per dare vita a un’esperienza a tutt’oggi in ottima salute (sono più di 70 attualmente i membri di Art+Com), che si propone di esplorare con grande serietà e rigore le nuove prospettive aperte dalla combinazione fra arte, comunicazione e informatica. Il motto cui s’ispirano, riportato in un volume uscito qualche anno fa per celebrare i 25 anni di Art+Com è quello di Alan Kay, pioniere dell’informatica personale che negli anni Settanta sosteneva: “Il miglior modo per prevedere il futuro è inventarlo”.

Joachim Sauter, <i>RGBCMYKinetic</i>, 2015
Joachim Sauter, <i>RGBCMYKinetic</i>, 2015
Joachim Sauter, <i>RGBCMYKinetic</i>, 2015
Joachim Sauter, <i>BMW Kinetic</i>, 2008
Joachim Sauter, <i>BMW Kinetic</i>, 2008
Joachim Sauter, <i>Four Rivers</i>, 2012
Joachim Sauter, <i>Kinetic Rain</i>, 2012
Joachim Sauter, <i>Kinetic Rain</i>, 2012
Joachim Sauter, <i>Symphonie Kinetique</i>, 2013
Joachim Sauter, <i>Symphonie Kinetique</i>, 2013
Joachim Sauter, <i>Anamorphic Mirror</i>, 2011

  La prima fase di vita dello studio berlinese si concentra sull’interattività, con alcune incursioni nel campo della realtà virtuale, che proprio alla fine degli anni Ottanta si affaccia per la prima volta sulla scena. “Se guardiamo le qualità del mezzo digitale abbiamo tre aspetti” – spiega Sauter – “Il primo è certamente l’interattività, ovvero il dialogo tra noi e gli oggetti, le installazioni; il secondo è Internet, la connettività, l’infrastruttura che collega le cose fra loro; e il terzo è il calcolo, cioè la possibilità di generare forme ed esperienze con gli algoritmi. Sono i tre pilastri del nostro lavoro. Se l’interattività resta importante per noi, da vari anni stiamo concentrando la nostra ricerca sul calcolo e in particolare su come gli algoritmi possano governare le forme e i comportamenti degli oggetti fisici: è qui che vediamo le migliori potenzialità. È un ambito in gran parte ancora sconosciuto”.

Così quando, nel 2008, la BMW chiede ad Art+Com un progetto per il suo museo di Monaco, la proposta è una scultura cinetica programmata al computer. Kinetic Sculpture BMW vuole raccontare il processo del design di un’auto secondo una modalità del tutto inedita. Sfere di metallo fluttuano nello spazio obbedendo alle istruzioni di un software. Inizialmente il loro movimento sembra casuale, nessuna forma emerge. Ma lentamente, con una sorta di danza che risulta ipnotica per il visitatore, dal caos iniziale prendono forma i modelli di quattro auto tra le più rappresentative della storia della BMW. Si percepisce una totale armonia fra reale e virtuale: come se i pixel di un’immagine al computer fossero usciti dallo schermo per ricomporsi nell’ambiente fisico.

“Con questo lavoro abbiamo iniziato a pensare a una coreografia, per raccontare una storia” – continua l’artista e designer tedesco – “Quando l’abbiamo proposto per la prima volta ci hanno dato dei pazzi. Ma i risultati sono stati ottimi e abbiamo ritrovato questa stessa idea in molte installazioni successive in giro per il mondo”. Su un concetto analogo si basa il lavoro Kinetic Rain per l’aeroporto di Shanghai, con una pioggia di gocce metalliche che si muovono a ritmo di musica. Le qualità del virtuale si trasferiscono nel mondo fisico, al di fuori degli schermi ormai onnipresenti catalizzatori della nostra attenzione. E il risultato sono opere che incantano e si starebbero a contemplare per ore. Non si sente certo la mancanza di una qualche forma d’interattività.

Il passo successivo del percorso di Art+Com torna a coinvolgere il fruitore, che non è chiamato semplicemente a interagire con dispositivi tecnici ma a osservare attentamente per scoprire cosa si nasconde sotto la superficie dell’opera. “Stiamo lavorando su quelle che chiamiamo social narrative surfaces” – spiega Sauter, che insegna Media art a Berlino e alla UCLA di Los Angeles – “Si tratta di un campo completamente nuovo. Non usiamo più gli algoritmi per generare movimenti, ma per codificare informazioni negli oggetti, e creare così una sorta di narrazione che può essere decifrata da chi esplora l’opera”.

L’ispirazione è alla tecnica dell’anamorfosi, la prospettiva distorta per cui una figura indecifrabile si rivela all’improvviso nel momento in cui il visitatore si colloca nella giusta posizione. Così nasce Anamorphic Mirror, realizzato per la sede centrale della Deutsche Bank a Francoforte, dove una superficie sfaccettata e all’apparenza caotica lascia apparire il logo aziendale quando il visitatore si trova in un certo punto nello spazio. Il lavoro della programmazione diventa in questo modo lo strumento per iscrivere qualcosa proprio nel cuore di un’opera, al di sotto delle apparenze.

River is…, realizzata in Corea del Sud, ad esempio, ci porta sulla superficie di un fiume, con una lastra cromata che riproduce le increspature dell’acqua di un fiume. Con l’aiuto di una torcia si vedono apparire – proprio come i riflessi del sole sull’acqua – parole tratte da poemi coreani. “Mi sono ispirato alla mia esperienza del contemplare l’acqua di un fiume come se, con i suoi riflessi, volesse comunicarmi qualcosa”, racconta Sauter. Così gli algoritmi, da astratte formule seppellite nella memoria di un computer, diventano lo strumento per farci scoprire lati inediti e imprevedibili della realtà. “Dovete invogliare il vostro pubblico a decifrare quello che l’opera contiene” – conclude Sauter – Siate più poetici”. Come? Guardando meglio. Con più attenzione. Che ci volessero proprio gli algoritmi, primi indiziati del nostro perderci nel virtuale, a ricordarcelo?

© riproduzione riservata