L'opera di Peter Roehr, in mostra fino al 17 aprile alla galleria Mehdi Chouakri a Berlino, è una collezione di cose che si ripetono. Ci sono forme, sono ripetute, sono composte in motivi regolari, sono bellissime, sembrano mute. A prima vista le composizioni di Roehr – attivo all'inizio degli anni Sessanta prima di morire, a soli 24 anni, nel '68 – richiamano la serialità, il rigore geometrico e la combinatoria di chi, in quegli anni, indagava la scarnificazione estetica, o vedeva nella moltiplicazione una metafora della società dei consumi. Ma sarebbe sbagliato seguire questo richiamo.
La mostra include una serie di video. Uno di essi si apre con un'immagine tutt'altro che fredda: una donna stupenda guarda in macchina, per poi voltare la testa di scatto, inondando il pubblico in una valanga di capelli biondissimi. Dissolvenza: una donna stupenda guarda in macchina, per poi voltare la testa di scatto, inondando il pubblico in una valanga di capelli biondissimi. Dissolvenza: una donna stupenda guarda in macchina. Così cinque, dieci, dodici volte, che allo spettatore sembrano cento. Analogo trattamento è subito da immagini di ogni sorta, sempre molto potenti.
Questo trattamento mette in luce qualcosa, dei suoi altri lavori. Le sue distribuzioni precisissime non sono la base di un ragionamento politico-sociale, né l'epilogo di una sottrazione estetica – esattamente come le sue composizioni tipografiche non sono poesia concreta. Sono organizzazioni di segni, in cui il principio organizzativo è talmente predominante da annullare il valore aggiunto fornito da ogni elemento. L'austerità dell'opera di Roehr non è quella, estetica, del minimalismo. È un'austerità simbolica.
Forse Roehr voleva mettere alla prova l'ostinazione del significato di un'immagine. Quante ripetizioni sono necessarie a svuotarla completamente di senso, a renderla del tutto analoga a un rettangolo muto, a un carattere tipografico, a un'etichetta? Quanto a lungo resiste il senso nella ripetizione del segno, inalterata? Parecchio, ci verrebbe da dire, soprattutto quando questo senso ha un impatto emotivo, una misura di bellezza. Parecchio, ci verrebbe da dire, sbagliandoci. Due, tre ripetizioni e nulla resiste più.
Scriveva Roehr: "Modifico i miei materiali organizzandoli, senza alterarli. Non c'è risultato, né somma". E gli addendi?
Vincenzo Latronico
Dimmelo ancora. Peter Roehr a Berlino
Alla galleria Mehdi Chouakri, opere e video del pioniere tedesco della Pop Art e dell'arte concettuale, riscoperto oggi.
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- Vincenzo Latronico
- 16 marzo 2010
- Berlino
Carta di calcolatrice.
Cm 128 x 8.8.
Pezzo unico.
Carta su cartone.
Cm 25.1 x 25.1
Pezzo unico.