“All’interno di un labirinto c’è una doppia ragione per perdersi: fisicamente e a livello sonoro”. Quando me lo racconta Donato Dozzy, Dj e producer in questi giorni nella speciale veste di insegnante di Terraforma Radical School, poche ore prima della restituzione finale, il labirinto di Villa Arconati è già disseminato delle sfere progettate come sound system da Daniele Fabris. Emergono appena dal verde, mimetizzate tra le siepi restaurate da Fosbury Architecture nell’ambito della collaborazione tra Terraforma e Fondazione Augusto Rancilio.
E se l’architettura si potesse ascoltare? A Villa Arconati, Terraforma ci ha provato
Nella prima edizione di Terraforma Radical School, quindici partecipanti hanno abitato per quattro giorni Villa Arconati tra field recording, paesaggio e suono. Un esperimento per capire se anche un giardino, un labirinto o il silenzio possano diventare architettura sonora.
Foto Edoardo Comba x Threes Productions
Foto Edoardo Comba x Threes Productions
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Foto Edoardo Comba x Threes Productions
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- Francesca Chiacchio
- 18 giugno 2026
Poche ore dopo hanno ospitato le quattro composizioni realizzate dai partecipanti durante quattro giorni di convivenza, ascolto e registrazione. Ma la frase di Dozzy suggerisce anche altro: perdersi, qui, non riguarda soltanto l’orientamento. Riguarda il modo in cui si impara a leggere un luogo.
Una villa che non è mai neutrale
Villa Arconati non rappresenta una cornice neutrale per questa prima edizione della scuola ideata da Terraforma. La cosiddetta Petite Versailles Italienne, esempio settecentesco di villa di delizia, nasce come spazio di rappresentazione e di svago, costruita per ospitare feste, incontri e forme di socialità. Il suo giardino alla francese, il teatro dove Goldoni preparava le sue opere prima di portarle in scena, i giochi prospettici e il labirinto compongono ancora oggi un paesaggio progettato con estrema precisione. Quelle simmetrie originarie restano leggibili, anche se negli ultimi giorni sono state attraversate da tende bianche circolari, registratori portatili, laptop e passeggiate notturne alla ricerca di suoni.
Dal 2014 al 2022 Villa Arconati ha ospitato il festival Terraforma, nato proprio qui per contribuire alla riqualificazione di uno spazio in forte stato di abbandono, per poi espandersi in altre geografie attraverso il progetto Terraforma Exo. Il ritorno al Castellazzo avviene oggi in una forma diversa e, per l’appunto, radicale. Al posto delle migliaia di persone che popolavano il festival, quindici partecipanti riuniti per quattro giorni. Al posto del programma di concerti, un percorso fatto di ascolto, immersione, field recording, manipolazione e restituzione spaziale.
La domanda che attraversa l’intera experiência riguarda tanto il suono quanto l’architettura: cosa significa produrre musica in un luogo che produce già una moltitudine di suoni?
Il paesaggio come struttura compositiva
Ruggero Pietromarchi, fondatore di Threes e Terraforma, descrive Radical School come un’evoluzione naturale del rapporto che lega il progetto a Villa Arconati. L’idea era mantenere alcuni elementi fondativi di Terraforma — la comunità temporanea, il rapporto con il paesaggio, l’attenzione al luogo — spostandoli verso una dimension formativa. “Lavorare sullo spazio, sul paesaggio, su un’architettura verde”, racconta, “con il suono come elemento catalizzatore”.
L’espressione non potrebbe essere più appropriata. Nel parco di Villa Arconati il paesaggio agisce come una struttura compositiva. Gli alberi filtrano il vento, la vegetazione assorbe frequenze, le fontane generano rumore bianco, gli insetti scandiscono ritmi, le distanze costruiscono profondità. L’atto stesso del vagare diventa parte del processo produttivo. I partecipanti hanno registrato di giorno e di notte, all’interno della villa, nel campeggio, lungo i percorsi del parco e nei pressi del ruscello dove si concentravano le rane. “Ogni rumore che percepiamo è suono”, osserva Dozzy.
Tra i partecipanti c’è Ilaria, che arriva da una formazione in architettura e legge questa esperienza come una forma inedita di mappatura. Abituata a osservare e rappresentare lo spazio, ha trovato nel suono un ulteriore livello di lettura del paesaggio. “Lavorare su qualcosa di site-specific che esiste qui e unicamente qui” è stato uno degli aspetti più significativi dell’esperienza. Un altro è arrivato durante il soundcheck finale nel labirinto, osservando come il suono potesse abitare una forma costruita e modificarne la percezione.
Altri partecipanti arrivano dalla musica classica, dalla produzione elettronica più legata al dancefloor o da percorsi ancora differenti. A colpirli è stata soprattutto la libertà del metodo, lontano da un insegnamento frontale e più vicino a una pratica di esplorazione. “Questa esperienza ha aiutato ad ascoltare diversamente i suoni che ci circondano”, mi racconta uno di loro. “Anche lo stesso silenzio diventa pieno di vibrazioni”.
Un’infrastruttura collettiva per l’ascolto
Se nel Settecento Villa Arconati era anche una macchina scenografica destinata alla rappresentazione del potere, oggi viene temporaneamente riconfigurata come infrastruttura collettiva per l’ascolto. Il contrasto tra la monumentalità della villa e il carattere quasi nomade del campeggio è evidente, ma non genera attrito. Tutto contribuisce alla formazione di una comunità temporanea che trova proprio nell’attenzione al paesaggio il suo terreno comune.
Le quattro tracce presentate durante un evento che restituisce al pubblico il percorso sviluppato con Dozzy nascono da registrazioni ambientali successivamente elaborate e manipolate. Il gracchiare delle rane, per esempio, viene distribuito nello spazio attraverso un sistema circolare di diffusione che restituisce all’ascoltatore una presenza quasi fisica dell’animale. In altri caso porte, superfici e rumori apparentemente marginali vengono dilatati fino a generare nuove armonie. Dozzy parla apertamente di un “processo architettonico del suono”, fatto di stratificazioni, espansioni e relazioni tra elementi differenti. “Questa è la bellezza di lavorare con i suoni registrati della natura”, spiega.
Quando le composizioni vengono finalmente diffuse tra le siepi del labirinto, il confine tra registrazione e ambiente si fa incerto. “Arconati ha un suo suono”, dice Dozzy. Ai materiali prodotti durante la residenza si sommano tutti quei segnali che continuano a provenire dal parco. Per qualche istante diventa difficile distinguere ciò che appartiene alla composizione da ciò che le preesisteva.
È probabilmente questo il risultato più interessante della prima edizione di Terraforma Radical School. Considerare la natura come uno strumento, ma anche come un’architettura. Riconoscere che un paesaggio possiede già una propria forma sonora e che imparare ad ascoltarla può diventare, a sua volta, una forma di progetto.