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Palazzo Tiglio. O la lezione silenziosa di John Werich

Nel borgo toscano di San Pancrazio, il restauro di Palazzo Tiglio firmato da John Werich diventa un atto civile e sociale: un’idea di ospitalità capace di riattivare gli spazi, le botteghe e la cultura del luogo.

Per provare a raccontare questa storia si deve partire dalla luce. Quella di certi pomeriggi di giugno, quando nella Valdambra la luce smette di essere un fattore atmosferico e diventa un fatto sentimentale. Un’emozione che scende obliqua sui colli tra Arezzo e Siena, taglia netta i lecci e i cipressi, incendia le ginestre in fiore e s’infrange sulle pietre antiche dei borghi come Duddova, Rapale, Sogna, San Pancrazio. Qui, dopo averle arroventate, la luce esplode irradiando tutto e restando immobile per alcuni istanti, infiniti.

È questo tempo senza tempo che forse spiega perché un ragazzo venuto dalla Svezia ha deciso di diventare uomo qui, fra questi boschi molto diversi dalle pianure del sud di Stoccolma. Potremmo chiamarla metafisica della luce quella che spiega quella di John Werich non come l’innamoramento di uno straniero per la Toscana. L’ennesimo amore, l’ennesima storia, l’ennesimo straniero che questa terra aspra e dolcissima colleziona da sempre trasformandoli in oleografie, stereotipi di un’Italia che non esiste se non nel marketing. E nei luoghi comuni di chi da lontano preferisce l’immaginazione alla realtà.

Un fotografo, uno scrittore, un borgo

Quella di Werich è stata la seconda strada. Magari iniziando dalla prima, la fascinazione letteraria della tradizione nordeuropea che guarda all’Italia con una devozione che ha qualcosa d’inevitabile, ma facendola presto diventare altro. Un progetto. Una responsabilità. Una comunità dove ha scelto di riconoscersi e contribuire.

Palazzo Tiglio, Via Zara 20, San Pancrazio, Bucine (AR), 2026. Courtesy Palazzo Tiglio

Arrivato a Firenze nel 2006, a nemmeno vent’anni, Werich studia al Polimoda, poi al British Institute, quindi all’Accademia Italiana. Non è il turista altoborghese amante del Grand Tour, ma uno scrittore appassionato di giardini e architetture che, finiti gli studi, decide di non tornare in Svezia, ma non perché un tramonto sull’Arno lo ha colpito. Werich è un intellettuale che sceglie di abitare la cultura che ha studiato per attraversarla con gli occhi, toccarla con le mani, respirarla con i polmoni. Non solo il cuore ma anche il cervello.

Così nel 2010 acquista una casa di campagna con i genitori nei pressi di San Pancrazio, uno dei punti cardinali della Valdambra dove avvia una produzione di olio d’oliva. Non un dettaglio folcloristico ma un atto d’appartenenza, una leva per radicarsi, per imparare il paesaggio non più come spettatore ma come coltivatore. Perché si cura la terra di qualcuno solo se si è disposti a chiamarla propria.

Nove anni dopo, nel 2019, accade qualcosa che trasforma tutto. Lo storico negozio di alimentari del paese, fondato nel 1921 come Cooperativa di Consumo, chiude per sempre. Potrebbe sembrare un fatto minore, normale nell’evoluzione negativa che ha preso la Toscana d’inizio XXI secolo, la scomparsa di un minuscolo negozio in un piccolo borgo fra i boschi, vittima di quella deriva socioeconomica che per la Banca d’Italia è un dato irreversibile. Invece non lo è. Ogni volta che un piccolo paese perde il suo emporio, la bottega, il caffè che è anche alimentari, circolo, telefono pubblico, perde un pezzo di infrastruttura sociale. Molto più difficile da ricostruire di quanto non sia stato costruirlo.

Palazzo Tiglio, Via Zara 20, San Pancrazio, Bucine (AR), 2026. Courtesy Palazzo Tiglio

Werich lo sa. Lo capisce. Lo sente. Così rileva lo spazio. E lo restituisce alla comunità sotto forma di Cantinetta di San Pancrazio. Trasformandolo in emporio, caffetteria, wine bar. Un luogo dove gli abitanti del borgo e i turisti s’incontrano sullo stesso piano, senza gerarchie sociali, senza differenze, senza quella separazione che è la malattia strutturale del turismo contemporaneo. Fra chi qui abita e vive una vita di provincia e chi qui capita in giorni liberi e ricchi.

L’architettura, o dell’atto civile

Un giorno, cercando di risolvere un problema tecnico per la Cantinetta, John entra nel palazzo retrostante in parte abbandonato. Una folgorazione. Capisce che potrebbe farci qualcosa di importante. Ne parla con il partner. Palazzo Tiglio nasce così, da un’intuizione nel cuore di San Pancrazio per risolvere un problema tecnico. Il palazzo ha una storia, che porta molto prima del 1691. 

Edificato nel XVII secolo su fondamenta medievali — stratificazione che dice come qui la storia non è ornamento ma struttura portante — presenta un pozzo medievale e depositi di grano scavati nella roccia, presumibilmente romani. Una scoperta archeologica non accessoria, ma la conferma di una continuità di questo luogo abitato, custodito, vissuto per millenni. Per questo Werich sceglie un restauro più che conservativo, mosso dall’idea di aggiungere un capitolo a un racconto che non ha mai smesso di essere scritto.

Anche in questo il progetto di Palazzo Tiglio si distingue radicalmente da quella categoria di interventi — sempre più numerosi e soporiferi, nel panorama dell’ospitalità italiana che ormai straparla di “lusso” — che usano la storia come scenografia, come pretesto, come leva di marketing. Polvere d’oro da spargere sulle superfici per dare patina a un’operazione che tradisce un fondo, ma anche una superficie, commerciale. Invece Werich fa una cosa diversa e molto più difficile: ascolta il luogo, si mette in contatto con la comunità, con quello che non si può dire ma solo vivere. Così lascia che le fondamenta romane, le volte medievali, le proporzioni seicentesche dettino le regole del gioco. Lavorando per restituire più che imporre. Limitandosi a fare il restauratore nel senso più alto e più esigente del termine.

Nei secoli il palazzo era passato attraverso molte mani nobili, tra cui la famiglia Scodellini. Ogni passaggio di proprietà aveva lasciato tracce, stratificazioni, memorie incorporate nel muro. Con un’attenzione degna di un archeologo, Werich le ha lette tutte e ha avuto il rispetto — e il coraggio — di non cancellarle per far spazio a qualcosa di nuovo. Il nuovo, in Palazzo Tiglio, convive con l’antico senza conflitto e senza reverenza eccessiva. Un dialogo tra adulti, insomma.

Il palazzo e le camere, del silenzio dei dettagli

Nel frattempo, perché i progetti di Werich avanzano per stratificazioni successive, come il palazzo stesso, viene avviato il restauro della palazzina nobiliare seicentesca. Nel 2021 nasce Palazzo Tiglio. Nel 2024 evolve in un piccolo albergo di charme con sei camere e suite. Sei. Non sessanta, non seicento. 

 Sei. Il numero non è una scelta di mercato, non potrebbe esserlo. È una scelta etica e estetica insieme. Sei camere significano ospiti che si conoscono per nome, atmosfere che non si disperdono in corridoi anonimi, una cura che non si delega a sistemi ma rimane umana e personale. Significa che John Werich e la sua famiglia sono ancora presenti, ancora riconoscibili, ancora responsabili.

Palazzo Tiglio, Via Zara 20, San Pancrazio, Bucine (AR), 2026. Courtesy Palazzo Tiglio

Le camere sono arredate con una cura maniacale per i dettagli, che raramente si incontrano nell’ospitalità anche di altissimo livello (il cerchietto per i capelli nel nécessaire, le tavole da stiro in camera, le doppie spazzole per le scarpe). I mobili sono antichi e si alternano a opere d’arte con decori sui soffitti di vaga ascendenza liberty. Ma anche qui bisogna stare attenti alle parole: mobili antichi e decori liberty possono voler dire molte cose, non tutte ugualmente nobili. Qui si tratta di un’accumulazione che ha la coerenza silenziosa di chi conosce gli oggetti, di chi ha occhio, cultura, preparazione sedimentata. Impressiona la collezione di libri anche di fotografia.

Del resto Werich resta fotografo, guarda il mondo attraverso la composizione, sa come scegliere le cose e i colori e dove metterle e perché. Le camere di Palazzo Tiglio hanno quella qualità rara che i francesi chiamano habitabilité: sembrano già vissute, già piene di una storia che precede l’arrivo dell’ospite e continuerà dopo la sua partenza. Anzi, lo aspetterà al ritorno, che inevitabilmente ci sarà. Una coppia di Firenze è tornata qui oltre centocinquanta volte, dice John. Traguardi difficili, per chiunque, ovunque.

In un momento in cui il turismo italiano oscilla tra la gentrificazione selvaggia delle città d’arte e la museificazione nostalgica dei borghi minori, Palazzo Tiglio offre una terza via [...]. Un’ospitalità che non estrae valore dal territorio ma lo produce

Accanto al palazzo, al di là della strada, un roseto recintato con area salotto, piscina, orto botanico. Un giardino tripartito come nella tradizione rinascimentale, un’area dedicata al corpo, una alla mente, una allo spirito. Alla fine, una vista assoluta sulla Valdambra che si apre con quella generosità silenziosa che solo i paesaggi non ancora colonizzati dal turismo di massa sanno offrire. Prima di risalire al ristorante, la chiesa medievale di San Rocco, ancora consacrata ma riattivata come spazio espositivo. Ogni elemento non un’aggiunta ma una continuazione.

La Cantinetta, o della democrazia dello spazio

In questo sistema etico ed estetico la Cantinetta merita una riflessione a parte, perché è forse il gesto più radicale di tutto il progetto Palazzo Tiglio. In un’epoca in cui l’ospitalità di lusso tende all’esclusione — a costruire bolle di benessere che isolano il turista dalla realtà del territorio, trasformando il paesaggio in fondale e la comunità locale in comparsa — Werich opera la scelta opposta. Apre uno spazio che non è dell’hotel, anche se vi è connesso. Uno spazio che appartiene al borgo, che serve il borgo, che il borgo frequenta per le sue proprie ragioni. Questa scelta non è romanticismo.

Palazzo Tiglio, Via Zara 20, San Pancrazio, Bucine (AR), 2026. Courtesy Palazzo Tiglio

È una posizione precisa sul rapporto tra ospitalità e territorio. È la consapevolezza che un luogo di charme che uccide il contesto in cui è inserito è un controsenso ontologico: sta distruggendo esattamente ciò che vende. Werich capisce questo prima di molti operatori molto più esperti di lui nel settore alberghiero. Lo capisce forse perché viene da una famiglia colta, perché è un intellettuale che non ha lo sguardo opacizzato dalle logiche di settore. Ma soprattutto perché è diventato uno di qui, uno di San Pancrazio.

La cucina, o del Paesaggio

Nelle cantine originali del palazzo trova spazio il ristorante gourmet. La scelta di collocare la cucina nel piano interrato non è stata una necessità logistica ma una decisione per così dire narrativa. 

Si scende sotto il livello della strada, sotto il livello del tempo ordinario, in uno spazio scavato nella roccia — ci sono voluti 47 camion per portare via i detriti — che porta ancora i segni dell’uso centenario. Mangiare qui è un atto che ha qualcosa di liturgico, ma non nel senso pomposo e autoreferenziale che il termine ha assunto nella ristorazione gourmet contemporanea. Piuttosto nel senso originario: un rito che connette chi lo compie a qualcosa di più grande di sé. 

La proposta gastronomica è guidata dall’executive chef Mattia Parlanti. È stagionale, si muove tra mare e terra, attinge a una rete di fornitori locali selezionati con cura. Il punto di partenza è l’orto di Palazzo Tiglio, coltivato dallo stesso Werich insieme allo chef. Anche qui: non un gesto di marketing — “km zero”, “sostenibilità”, tutte le parole abusate di un lessico che è diventato vuoto a forza di essere ripetuto. È invece una pratica. Werich l’orto lo coltiva davvero. E lo chef cucina quello che l’orto produce davvero. Il menu cambia perché cambia la stagione, perché cambia quello che cresce. È una catena di causa ed effetto che dà al cibo una verità difficile da simulare. 

Palazzo Tiglio, Via Zara 20, San Pancrazio, Bucine (AR), 2026. Courtesy Palazzo Tiglio

In sala, il maître e sommelier Danilo Salvi presiede con quella competenza discreta che è la cifra stilistica dell’intero progetto: mai ostentazione, mai performance, mai rappresentazione. La bravura come sfondo, non come primo piano. Il ristorante dispone di due sale interne arricchite da opere d’arte e di una terrazza aperta sulla valle, da cui il tramonto su San Pancrazio è, dicono quelli che tornano, qualcosa che si porta via nel corpo, non solo negli occhi.

La Filarmonica, o del futuro come restauro

C’è un ultimo capitolo di questa storia, forse il più emblematico. A pochi passi dall’hotel sorge il teatro di San Pancrazio, costruito nel 1916 per la locale Società Filarmonica — associazione musicale fondata quello stesso anno — e rimasta inutilizzata per quasi cinquant’anni. Un teatro piccolo, strutturalmente ancora in buone condizioni, con un nuovo tetto installato nel 2024, anche se non proprio rispettando la struttura. Un luogo che aspetta, o meglio aspettava. 

Ecco, Werich ha deciso di non lasciarlo aspettare ancora. Ha promosso la nascita di un’associazione culturale senza scopo di lucro per raccogliere i fondi necessari al restauro completo. E c’è riuscito: tutti privati. La riapertura ufficiale è prevista per l’estate 2026, segnata da un concerto inaugurale il 18 luglio con il pianista di fama internazionale, Per Tengstrand, vincitore del Cleveland International Piano Competition.

Werich fa una cosa diversa e molto più difficile: ascolta il luogo, si mette in contatto con la comunità, con quello che non si può dire ma solo vivere. Così lascia che le fondamenta romane, le volte medievali, le proporzioni seicentesche dettino le regole del gioco

Un teatro che riapre in un borgo di poche centinaia di anime nell’entroterra toscano. Se non è un atto di resistenza civile, cos’è? Se non è la dimostrazione che il lusso più autentico è quello che produce bellezza pubblica, non privata, cos’altro potrebbe esserlo?

La lezione silenziosa di Palazzo Tiglio

Palazzo Tiglio è stato accolto dalla Guida Michelin Hotel Selection. È membro di Small Luxury Hotels of the World dal 2024 — tra gli hotel più intimi in Europa dell’affiliazione, con i rating più alti in Italia. Ha ottenuto la Corona d’Oro di Residenze d’Epoca. I riconoscimenti ci sono, e sono giusti, ma il punto è un altro. Il punto è il modello. In un momento in cui il turismo italiano oscilla tra la gentrificazione selvaggia delle città d’arte e la museificazione nostalgica dei borghi minori, Palazzo Tiglio offre una terza via che non è una via di mezzo ma qualcosa di qualitativamente diverso. Un’ospitalità che è anche presidio, che è anche cura, che è anche progetto culturale. Un’ospitalità che non estrae valore dal territorio ma lo produce. Che non consuma il luogo ma lo alimenta. Che non separa le classi sociali ma le unisce.

La lezione è semplice, in fondo. John Werich non è un albergatore. È un abitatore, per usare le parole di Gio Ponti. Un giovane uomo che ha deciso di condividere il luogo che ha scelto come proprio prima con la sua famiglia d’origine, poi con il suo partner, che è anche suo socio, quindi con la comunità a cui ha voluto appartenere. E lo ha fatto secondo regole millenarie che ha trovato e accolto e altre recenti che ha stabilito con lentezza e chiarezza. Regole che hanno a che fare con la bellezza — del paesaggio, degli interni, del cibo, delle persone che a San Pancrazio vivono e a San Pancrazio vengono a passare giorni di vacanza — ma anche con la responsabilità. 

Palazzo Tiglio, Via Zara 20, San Pancrazio, Bucine (AR), 2026. Courtesy Palazzo Tiglio

Con l’idea che chi arriva in un luogo e lo trasforma ha un debito verso quel luogo che non si salda con il restauro delle facciate o con la creazione di un posto di lavoro. Si salda con la creazione di un giardino tripartito sull’idea rinascimentale. Si salda con la riapertura della bottega che serve il caffè agli operai del paese e il vino ai ricchi ospiti del Nord Europa, che magari arrivano per caso ma scelgono di tornare. Si salda con il teatro che riapre per chiunque. Si salda con l’orto che si coltiva personalmente. Si salda con la continuità della vita, che è una faccenda complicata ma bellissima.

Bisogna avere il coraggio di dirlo. C’è qualcosa di profondamente scandinavo in tutto questo, non nel senso del design nordico o del minimalismo di maniera, ma nell’etica sottostante, nell’idea che il bene comune non sia una concessione volontaristica ma una condizione necessaria alla vita degna. Quello che Werich ha portato in questo lembo di Toscana non è uno stile ma una postura. E la Valdambra, che di stili ne ha visti tanti sorridendo di tutti, a una postura diversa ma rispettosa non era abituata.

Prima di partire

Di mattina presto, quando la luce di giugno inizia a scendere obliqua su San Pancrazio, Palazzo Tiglio è già lì ad aspettarla. Del resto aspetta da secoli, sia la luce che i viaggiatori. Aspetta donando la saggezza di non sprecare ciò che abbiamo ereditato e la generosità di restituirlo migliore di come lo abbiamo trovato. John Werich quella saggezza l’ha avuta. E quella generosità anche. Non è né poco, è tantissimo. Non è comune, è rarissimo. Soprattutto, è una lezione da tener presente, soprattutto tornando a casa.

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