Ogni demolizione produce una montagna di materiali. Mattoni, travi, calcestruzzo, vetro: ciò che fino al giorno prima era architettura diventa improvvisamente un rifiuto. Catastrofi naturali, trasformazioni urbane e cicli edilizi sempre più brevi alimentano una quantità crescente di scarti destinati, nella maggior parte dei casi, a uscire dal ciclo costruttivo. Eppure, ciò che viene scartato può diventare una risorsa. Riutilizzare significa lavorare con ciò che è già disponibile, riducendo il consumo di nuove materie prime e limitando l’impatto ambientale ed economico dello smaltimento. Una scelta spesso dettata dalla necessità prima ancora che da motivazioni ideologiche, ma che negli ultimi decenni ha assunto anche un significato progettuale e culturale sempre più ampio. Nel tempo, l’architettura ha progressivamente ampliato il significato del riuso. Lo scarto ha smesso di essere soltanto una risposta a condizioni emergenziali per diventare una vera e propria materia di progetto. Il rifiuto non è più un residuo privo di valore, ma un materiale che conserva tracce di edifici, luoghi e comunità. In questa prospettiva, il riuso può assumere anche una funzione simbolica, trasformando frammenti del passato in elementi di una nuova costruzione. Ne è un esempio il Monte Stella di Piero Bottoni, realizzato con le macerie della Seconda guerra mondiale e divenuto uno dei simboli della rinascita di Milano. Più recentemente, lo sviluppo tecnologico ha aperto nuove possibilità di recupero e trasformazione dei materiali grazie a processi sempre più sofisticati di selezione, lavorazione e reimpiego. In ambito urbano, la crisi abitativa, la pressione immobiliare e l’aumento dei costi di suolo e materie prime hanno ulteriormente incentivato la sperimentazione: dai container di Keetwonen, progettati da Tempohousing ad Amsterdam per rispondere alla carenza di alloggi studenteschi, agli interventi residenziali costruiti in larga parte con materiali recuperati, come Upcycle Studios o Resource Rows di Lendager a Copenaghen.
Le macerie possono diventare architettura? Cinque edifici che dicono di sì
Carta riciclata, villaggi demoliti, detriti post-sisma e container navali dismessi: cinque progetti mostrano come lo scarto possa trasformarsi in una risorsa progettuale, economica e culturale.
Domus 922, February 2009
Domus 922, febbraio 2009
Domus 922, February 2009
Foto courtesy of Chen Chen
Foto courtesy of Arch-Exist
Foto courtesy of Qian Shen Photography
Domus 905, luglio 2007
Domus 886, novembre 2005
Foto Courtesy of BIG
Foto courtesy of Big
Foto courtesy of Big
Courtesy Stefano Boeri Architetti
Courtesy Stefano Boeri Architetti
Courtesy Stefano Boeri Architetti
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- Chiara Testoni
- 10 giugno 2026
Naturalmente, il riciclo non è sempre la soluzione più virtuosa. Recuperare, selezionare, processare e adattare materiali esistenti può comportare un bilancio ambiguo in presenza di filiere lunghe, trattamenti energivori o prestazioni inferiori rispetto a quelle ottenibili con materiali nuovi. Diventa però un’opportunità quando l’architettura riesce a trasformare lo scarto da semplice compromesso a dispositivo tecnico, espressivo e culturale. Le opere che seguono mostrano alcune delle possibili declinazioni di questo approccio. In alcuni casi il riuso nasce dall’urgenza di costruire con risorse limitate; in altri diventa una strategia per affrontare questioni ambientali, economiche o abitative. In altri ancora, i materiali recuperati conservano la memoria di eventi traumatici e processi di ricostruzione. Ciò che accomuna questi progetti è la capacità di attribuire una seconda vita a ciò che sembrava averla perduta, trasformando il vincolo in opportunità e lo scarto in architettura. Prima ancora che una questione tecnica, il riuso diventa così un modo per ripensare il valore dei materiali e la durata delle cose in un’epoca segnata dal consumo rapido e dalla sostituzione continua.
Il museo si presenta come una massa tellurica attraversata da tagli e fenditure. La sua cifra più potente è il riuso di migliaia di frammenti di mattoni, tegole e altri materiali provenienti da villaggi demoliti della regione, assemblati attraverso la tecnica tradizionale del “wa pan”. Qui il recupero non risponde soltanto a una logica di sostenibilità: incorpora letteralmente nel nuovo edificio le tracce di un paesaggio scomparso, trasformando lo scarto in memoria costruita.
West Village ridefinisce l’isolato urbano come infrastruttura sociale aperta: un grande anello costruito racchiude un paesaggio ibrido punteggiato da spazi per lo sport, il commercio, la cultura e la socialità. Tra gli elementi più significativi del progetto vi sono i cosiddetti “mattoni della rinascita”, ottenuti dalle macerie del terremoto di Wenchuan del 2008 e sviluppati attraverso un lungo lavoro di ricerca volto a migliorarne resistenza e prestazioni costruttive. Anche qui il riuso diventa parte di un più ampio processo di ricostruzione materiale e collettiva.
Pioniere nell’impiego della carta riciclata in architettura, Shigeru Ban persegue da decenni una ricerca orientata alla riduzione dell’impatto ambientale e alla resilienza, spesso sviluppata in contesti emergenziali. Paper House è la prima struttura permanente realizzata con tubi di cartone riciclato: una pianta di 10 x 10 metri con 110 colonne di tubi disposte a forma di “S” e in grado di resistere a carichi orizzontali e verticali.
Un principio chiaro e semplice guida il progetto, come spesso accade nel lavoro di Bjarke Ingels: il fabbisogno di alloggi a costi contenuti nella capitale danese può essere affrontato attraverso un prototipo economico e replicabile, ottenuto dal riuso di container navali dismessi trasformati in residenze per studenti. Oggi lungo il waterfront di Refshaleøen galleggiano cluster abitativi capaci di ospitare circa cento residenti.
Il progetto mira a ricostruire il complesso “Don Minozzi” degli anni ’20, originariamente un orfanatrofio e poi nel tempo divenuto un vivace luogo di comunità, colpito dal sisma del 2016. L’intervento mantiene il carattere civico del contesto, rielaborando gli elementi caratteristici del disegno originale e rileggendo la trama degli spazi aperti e le connessioni con la città. Il 60% del volume totale delle macerie dal terremoto è stato riutilizzato per sottofondi stradali e impasto dei pannelli di facciata, ed è stato fatto un lavoro accurato di selezione per recuperare e riutilizzare in situ il maggior numero di detriti possibili.