L’orizzonte normativo europeo, tra cui l’Ecodesign for Sustainable Products Regulation (Regolamento UE 2024/1781, in vigore dal 2024), sta ridefinendo il concetto stesso di materiale da costruzione che, da semplice componente tecnico o estetico, diviene nodo di una filiera da valutare lungo l’intero ciclo di vita del prodotto finito. Lca (Life Cycle Assessment), tracciabilità, durabilità, riparabilità e provenienza delle risorse diventano parametri progettuali imprescindibili.
La suddetta normativa, insieme ai regolamenti sulla sicurezza (Regolamento Europeo Generale sulla Sicurezza dei Prodotti, UE 2023/988) e sulla responsabilità ambientale – di cui fa parte il recente Regolamento Imballaggi (UE 2025/40) che attribuisce alle aziende l’intera responsabilità dell’impatto del proprio packaging – impone un sostanziale cambio di paradigma: non conta solo ciò che si produce, ma ciò che esso comporta nel tempo.
Carlo Tirelli, direttore di Catas, laboratorio internazionale di prove, analisi e certificazione per il settore legno-arredo, sottolinea come lo scenario normativo europeo debba essere letto come un ecosistema di disposizioni interconnesse: “Sostenibilità e progettazione del prodotto e, quindi, sicurezza dello stesso devono ragionare assieme. Ciò non è però scontato. Faccio l’esempio del settore degli adesivi, che vive un paradosso: siamo passati dal dogma della resistenza assoluta all’esigenza del disassemblaggio.
Tuttavia, la sostenibilità passa anche dalla durata: non possiamo creare incollaggi ‘a tempo’, che sacrifichino la sicurezza. La soluzione non è indebolire il collante, ma ripensare il design dell’oggetto distinguendo le parti strutturali, che devono restare integre e durature, da quelle modulari, progettate per essere riparate o sostituite. Pertanto, per essere conformi a regolamenti talvolta discordanti, è necessario che le aziende costruiscano una visione integrata della sostenibilita attraverso strumenti comuni di analisi, in particolare l’Lca, realizzando prima di tutto una fotografia completa dei propri prodotti, materiali e processi per capire dove intervenire e quali siano le urgenze reali”.
La questione è particolarmente rilevante per il comparto dell’arredo e dei materiali per gli interni, oggi stretto tra normative differenti: da un lato, il nuovo regolamento sui prodotti da costruzione (Regolamento UE 2024/3110, ovvero Cpr – Construction Products Regulation), dall’altro l’Ecodesign destinato ai prodotti finiti. “Due mondi che”, come ricorda Matilde Ceschia, ingegnera del Catas specializzata in Lca, “sono caratterizzati da logiche e requisiti differenti. Nel caso dei materiali da costruzione, l’Lca è il metodo indicato per dimostrare la sostenibilità del materiale; mentre per l’Ecodesign si parla di ‘ottica di ciclo di vita’, senza che tale metodo sia formalmente imposto.
Sostenibilità e progettazione del prodotto e, quindi, sicurezza dello stesso devono ragionare assieme.
Carlo Tirelli, direttore di Catas
Tuttavia, esso è il principale strumento operativo per rispondere alle nuove richieste normative su durabilità, contenuto riciclato, consumo energetico, riparabilità e riciclabilità. Perché non esiste un materiale ‘più sostenibile’ in assoluto: dipende dalla provenienza, dalla filiera, dai trasporti, dalla durata utile, dalla possibilità di riciclo e dal fine vita. Anche all’interno della stessa categoria di materiale, per esempio un polimero riciclato rispetto a uno vergine, il risultato cambia in funzione delle prestazioni e della vita utile del prodotto. È soltanto l’azienda produttrice può realmente valutare la sostenibilità della propria merce, perché è l’unica a conoscerne fornitori, processi, logistica e destinazione finale dei materiali”.
Tirelli ribadisce: “Il punto chiave e stabilire priorità e tempi di adeguamento, perché le normative – dall’Ecodesign alla sicurezza dei prodotti, dal Reach (Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of Chemicals) all’Eudr (European Union Deforestation Regulation – Regolamento UE 2023/1115), al regolamento sugli imballaggi – stanno entrando in vigore quasi contemporaneamente e richiedono investimenti diversi. Le imprese devono accelerare e rallentare in base alle scadenze, scegliendo di volta in volta le priorità in funzione dei rischi e delle deadline. Per questo, è importante dotarsi di un sistema unico di raccolta dati, come l’Lca, capace di concentrare informazioni ambientali, tecniche e di filiera”.
Un approccio condiviso da Carlo Proserpio, docente e ricercatore al Politecnico di Milano, che considera questo strumento decisivo anche per superare i pregiudizi sui materiali. “Non bisogna tanto valutare l’impatto del singolo”, osserva, “ma le caratteristiche che quel materiale conferisce al ciclo di vita del prodotto. L’errore più comune e confrontare materiali sulla base del loro impatto per chilogrammo, senza considerare la funzione che svolgono. Per esempio, un chilo di cartone ha un impatto molto più basso rispetto a un chilo di acciaio o di polimeri, ma se con quel cartone realizzi una seduta che dovrai sostituire molte volte, il bilancio della sostenibilità cambia completamente”. Qui entra in gioco il concetto di ‘unità funzionale’ (UF), fondamento metodologico del Life Cycle Assessment. L’oggetto della valutazione non è il prodotto in sé, ma la funzione che garantisce nel tempo. Durabilità, longevità e riparabilità diventano quindi elementi ambientali prima ancora che tecnici.
La vetroresina e i materiali compositi sono forse l’esempio più emblematico: materiali spesso percepiti come ‘insostenibili’, soprattutto per le difficolta di riciclo, possono in determinati contesti applicativi produrre benefici significativi. “Non esistono materiali buoni o cattivi”, afferma Proserpio, “ma buone o cattive applicazioni. Nei settori della mobilità o delle strutture leggere, la vetroresina consente riduzioni di peso che comportano minori consumi energetici durante l’utilizzo. La criticità resta il fine vita, perché questi materiali difficilmente possono essere riciclati. Tuttavia, la crescente responsabilità estesa al produttore dalle recenti normative potrebbe incentivare nuove filiere di recupero e valorizzazione”.
La filiera del legno rappresenta invece un caso avanzato sul fronte della tracciabilità. “Si sono mossi con largo anticipo”, osserva Proserpio, riferendosi alle certificazioni Fsc e Pefc, “ma anche in questo caso la questione non è lineare: la velocità di crescita delle essenze, la disponibilità locale delle materie prime, i trasporti e le abitudini culturali, ovvero la rapidità di consumo, incidono sulla sostenibilità reale del materiale”. Alluminio e vetro mostrano invece il potenziale delle filiere mature del riciclo: la materia riciclata mantiene prestazioni molto simili alla vergine ma con costi energetici enormemente inferiori; ma, se il vetro beneficia di una forte riciclabilità, sconta il problema del peso nei trasporti.
“Il punto decisivo della sostenibilità del nostro modello produttivo”, conclude Proserpio, “riguarda più che altro il modello economico sottostante. Molti requisiti dell’Ecodesign risultano incompatibili con logiche di mercato fondate esclusivamente sull’aumento delle vendite. Per questo, il passaggio cruciale sarà l’evoluzione verso sistemi di servizio e modelli circolari, per esempio non vendere più la seduta, ma noleggiare una prestazione: lo ‘stare seduto comodamente’. Lo stesso vale per l’illuminazione, che può trasformarsi in un servizio pay per lux. In questi modelli alternativi l’interesse economico dell’azienda coincide finalmente con la riduzione degli impatti: maggiore durata, minori consumi, sostituzioni efficienti, recupero dei materiali e manutenzione continua diventano vantaggi competitivi anziché costi aggiuntivi”.
