Come ha fatto l’architettura a diventare un linguaggio di libertà e modernità in un mondo postcoloniale? Architects of Liberation: Modernism in Western Africa, in mostra al MoMA nelle Robert B. Menschel Galleries dal 5 luglio 2026 al 2 gennaio 2027, è la prima grande esposizione a esplorare il rapporto tra architettura moderna e i progetti di autodeterminazione che hanno segnato l’epoca dell’indipendenza nella regione.
In Africa occidentale, il modernismo è diventato un linguaggio di liberazione
Architects of Liberation del MoMA indaga come l’architettura moderna sia diventata uno strumento di libertà, costruzione nazionale e autodeterminazione nell’Africa occidentale post-indipendenza.
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- Louis Soulard
- 03 luglio 2026
Tra il 1957 e il 1960, Benin, Camerun, Costa d’Avorio, Ghana, Nigeria, Senegal e Togo ottennero l’indipendenza. Questa nuova sovranità, unita a una rapida crescita demografica, innescò vasti progetti infrastrutturali, dalla costruzione di città interamente nuove alla riorganizzazione delle aree rurali.
Nuove strade, aeroporti e stazioni ferroviarie sorsero accanto ad alberghi, quartieri direzionali, edifici civici e skyline completamente nuovi, sinonimo di prosperità economica e pensati per rispecchiare le capitali finanziarie globali. Parallelamente, architetture effimere legate a festival e fiere commerciali emersero come dichiarazioni audaci rivolte al resto del mondo, progettate per favorire commercio, diplomazia e scambi culturali.
Costruire l'immagine dell'indipendenza
Nel periodo postbellico, i leader africani si trovarono presto di fronte a una domanda cruciale: che aspetto avrebbe dovuto avere questa nuova infrastruttura? I principi del modernismo internazionale in architettura – con la loro monumentalità, le linee essenziali, la relativa economicità e i progressi tecnologici – risultavano particolarmente attraenti ed erano considerati uno strumento potente per promuovere ideali di costruzione nazionale e modernità. In una prima fase furono soprattutto architetti europei, nati e formati all’estero, tra i primi a ricevere incarichi per opere architettoniche in Africa occidentale.
La Pyramide di Abidjan, progettata da Rinaldo Olivieri e completata nel 1973, ne è un esempio emblematico. Un tempo simbolo del “miracolo ivoriano” degli anni Sessanta, l’edificio mirava a catturare l’energia di un mercato africano attraverso un linguaggio brutalista. Tra i primi grattacieli della città, la sua funzione mista faceva convivere uffici, spazi commerciali e ristoranti con aree residenziali nel corpo principale della torre. La Pyramide è ampiamente documentata nelle prime sezioni della mostra attraverso fotografie d’archivio, piante, sezioni, prospetti e un modello 3D realizzato nel 2025.
Il Centre International du Commerce Extérieur du Sénégal (Cices) di Dakar, in Senegal, progettato da Jean-François Lamoureux e Jean Louis Marin e completato nel 1974, è un altro grande incarico affidato ad architetti nati in Europa. Il progetto si basa su un motivo triangolare ripetuto a ogni scala possibile, dal disegno generale alla sezione dei corrimano. Le pareti triangolari inclinate riducono drasticamente la superficie direttamente esposta al sole di mezzogiorno, mentre gli schermi geometrici ombreggiano le finestre vetrate sottostanti, riecheggiando la logica di raffrescamento delle capanne saheliane ancestrali.
Fare proprio il modernismo
Il principale punto di forza della mostra sta nel raccontare questo graduale processo di appropriazione: il modo in cui gli architetti africani hanno assorbito e trasformato il modernismo internazionale, radicandolo nei contesti locali e mettendolo in dialogo con tradizioni costruttive preesistenti. “Gli architetti africani dell’epoca post-indipendenza hanno fatto proprio il modernismo adattandolo alle loro esigenze.
La nostra mostra sostiene che il modernismo globale debba essere valorizzato per la sua capacità di adattarsi a diversi contesti culturali, econômici e politici”, afferma il curatore Martino Stierli. Considerata un motore fondamentale della decolonizzazione, la formazione spinse i leader politici ad accelerare la creazione di nuove scuole di architettura, dove vennero pubblicate ricerche rigorose sulle tradizioni costruttive e sulle tipologie locali. Incoraggiando, e spesso imponendo, l’impiego di architetti africani e formati in Africa, uffici statali di progettazione come il Gncc in Ghana e il Bnetd in Costa d’Avorio rivendicarono attivamente il controllo sull’ambiente costruito, trasformando il modernismo in un potente linguaggio visivo di liberazione e speranza.
Lo sforzo di recuperare e istituzionalizzare il patrimonio culturale africano emerge con particolare chiarezza nel lavoro di alcune figure chiave dell’architettura, messe in evidenza in diverse sezioni della mostra.
L’architetto senegalese Cheikh Ngom, che ottenne numerose commissioni pubbliche e private superando architetti europei, mostrò in generale un forte legame con gli elementi classici del modernismo, integrando al tempo stesso componenti progettuali locali in diversi suoi progetti – in particolare negli schizzi realizzati per il Musée National Léopold Sédar Senghor, databili intorno al 1970-1980.
Jean Léon, originario della Costa d’Avorio, studiò architettura in Francia prima di tornare nel suo Paese nel 1968 per prendere parte alla straordinaria fase di costruzione dell’epoca dell’indipendenza. L’auditorium simile a un’astronave che progettò per un liceo a Yamoussoukro, intorno al 1978, esemplifica il suo uso radicale del cemento e il suo approccio sperimentale al progetto, capace di incorporare elementi biomorfici e futuristici.
Architects of Liberation è organizzata attorno a diversi nuclei tematici – paesaggi urbani, formazione e abitare – ciascuno dei quali rivela come l’architettura sia stata utilizzata per express le aspirazioni delle nazioni appena indipendenti. La mostra riunisce circa 450 oggetti, molti dei quali mai esposti prima o mostrati solo raramente, testimoniando l’eccezionale versatilità della produzione architettonica nella regione durante quel periodo. Disegni architettonici, modelli, fotografie d’archivio e film provenienti da oltre 50 prestatori in 17 Paesi trasformano l’esposizione in un ricco panorama documentario, che trova il suo completamento più efficace in una pubblicazione accompagnata da ricerche specialistiche e materiali d’archivio inediti.
La sostanziale mancanza di infrastrutture di ricerca regionali, insieme ad archivi assenti e catalogazioni incomplete, ha richiesto oltre quattro anni di preparazione per il libro e la mostra. Stierli spiega che “anziché basarsi su studi già esistenti, è stato spesso necessario condurre una ricerca di base, fondativa: identificare un elenco completo di architetti, cercare sistematicamente nei loro archivi, rintracciare e contattare le famiglie”. Muoversi in questo vuoto archivistico rende il risultato ancora più notevole: una cronaca potente e attesa da tempo dell’ingegno progettuale africano, destinata a diventare uno strumento di ricerca indispensabile e ad aprire la strada a future indagini.
Immagine di apertura: La Pyramide di Abidjan, progettata da Rinaldo Olivieri, 1973
- Architects of Liberation: Modernism in Western Africa
- Il Museo d'Arte Moderna di New York
- Dal 5 luglio 2026 al 2 gennaio 2027