Natura, negli ultimi dieci anni, è diventata una parola usata di frequente. Se però parliamo di “sentire la natura”, l’accento si sposta più su ‘sentire’, che in realtà è più importante. Una natura non percepita resta un oggetto: materia e fenomeni, tecnologia e scienza, materiali e risorse. Non è un tema che ci riguarda. Sentire la natura indica invece un vincolo affettivo tra esseri umani e mondo naturale. L’architettura che fa da intermediario non è semplicemente funzionale: acquisisce una dimensione spirituale e poetica.
Un celebre aneddoto racconta di quando Louis Kahn chiese a Luis Barragán se si dovessero piantare alberi nello spiazzo centrale del Salk Institute. Barragán si pronunciò in favore del vuoto: lasciarlo aperto, mantenere la facciata libera contro il cielo. In effetti, il risultato è bello. Oltre alla superficie pulita, c’è anche un vuoto all’estremità dell’asse: mare e cielo sono tenuti insieme e posti al centro della visione. Quando vedo una persona seduta su una panchina che guarda il cielo lontano in tranquilla e commossa contemplazio, la sento. Quando l’architettura ci permette di percepire il mondo naturale che abitiamo, acquisiamo una conoscenza più profonda, del mondo e della nostra vita interiore. E inizia un dialogo.
Per Ma Yansong l’architettura deve “sentire la natura”
Nel numero di febbraio di Domus, il guest editor 2026 riunisce progetti in cui la sostenibilità non è solo un riferimento astratto, ma una vera e propria esperienza vissuta.
La capacità di sentire la natura non è una novità. Arte e architettura tradizionali, Oriente e Occidente, hanno rappresentato a lungo un modo di mettercisi in rapporto. Questa capacità è andata persa in epoca moderna, segnata da una tecnologia sempre più veloce. In molte tradizioni filosofiche orientali, la natura è andata oltre l’utile e la funzione materiale, diventando un’estensione dell’immaginazione umana. Nella pittura di paesaggio, monti e fiumi non sono la trascrizione di uno scenario, ma proiezioni di una condizione di vita ideale. Un giardino composto da pietre e piante non permette solo alla vegetazione di crescere, ma apre anche una soglia che conduce alla poesia. Nel karesansui, il “giardino zen”, ci sono solo ghiaia e pietre, ma si manifesta un oceano – talvolta perfino un universo. Un mondo spirituale in espansione che ha sede nella mente.
Una natura non percepita resta un oggetto.
Ma Yansong
Perfino nell’urbanistica classica i progettisti hanno inseguito l’immaginario di montagne, isole, laghi e mari, così che gli abitanti della città potessero, nel quotidiano, vivere la bellezza poetica della natura. Tuttavia, un numero sempre minore di edifici contemporane è in grado di instaurare un dialogo su questo registro poetico. Abbiamo finito, come preconizzava Le Corbusier, con l’abitare dentro la ‘macchina’. La casa come “macchina per abitare” ha offerto all’architettura un riparo (funzione, efficienza, economia) dentro il quale ha gradualmente perso il suo valore centrale: essere un rifugio non solo per il corpo, ma per la mente.
Per dirla con Heidegger, dovrebbe essere un luogo dove si possa “abitare poeticamente”. Dovrebbe permettere di sentire la bellezza naturale e, attraverso di essa, percepire la vita e la propria esistenza. L’ambiente costruito realizzato dall’edilizia di massa e dall’urbanizzazione viene spesso però avvertito come freddo, perfino indifferente. Non funge più da dimora spirituale e spinge a desiderare una natura intatta e mondi virtuali. Nel film Ready Player One, ciascuno si costruisce un mondo ideale simulato mentre quello reale crolla, diventa un deserto.
Oggi l’architettura ha iniziato a parlare il linguaggio dell’ecologia e della responsabilità ambientale: legno al posto di materiali dall’alta impronta di carbonio, facciate verdi, sistemi di intelligenza artificiale che controllano e ottimizzano il consumo energetico in funzione del clima locale. L’architettura si è risvegliata? Forse, per metà. Con tutto il suo parlare di natura, però, spesso continua a seguire il vecchio cammino: la ritraduce in tecnologia, trattandola come un oggetto e una risorsa. L’architettura del futuro deve dare più peso a ricostruire un legame emotivo tra umani e mondo, in modo che il vivere, e lo stesso abitare, si riempiano di significati poetici. Anche in termini strettamente tecnici, la tecnologia è in ultima analisi responsabile del sentimento umano. In quelli che sembrano progressi puramente funzionali della robotica e dell’IA, la percezione e l’emozione restano centrali.
La casa come ‘macchina per abitare’ ha offerto un riparo al corpo, ma ha gradualmente smarrito il suo valore di rifugio per la mente.
Ma Yansong
Ho avuto una conversazione interessante con Sou Fujimoto a proposito del suo vasto parco ‘galleggiante’ per l’Expo 2025 di Osaka. Recentemente, sul progetto sono nate delle controversie: l’enorme quantità di legname impiegata potrebbe andare bruciata invece di essere riusata. Scherzando, ho detto a Fujimoto che quel legno avrebbe potuto essere trasformato in bacchette per il cibo dell’Expo, certamente una seconda vita preferibile a un falò. Il punto però, secondo me, non è il dibattito materiale, bensì l’esperienza che il progetto propone. Un anello di quella scala, sollevato nell’aria, che consente alle persone di passeggiare nel cielo, tra terra e mare, è una situazione senza precedenti, genuinamente poetico. Quando discutiamo di tecnologia non dovremmo perdere di vista il possibile frutto di questi eventi: una sommessa commozione, una risonanza intima del vivere tra monti e acque. Non è ciò a cui dovremmo tenere di più?
Questo numero si chiede se il futuro dell’architettura e del design possa contribuire a ricostruire un vincolo di sentimento tra esseri umani e mondo naturale. La natura non è una mera presenza fisica, è anche ciò che si sente e ciò con cui possiamo entrare in dialogo. Quel che ne traiamo, e lo spirito che scegliamo di articolare in questo scambio, è il banco di prova della sensibilità e della creatività del progettista. Abbiamo qui riunito una selezione di opere significative, che illustrano come professionisti differenti perseguano questi obiettivi e come la loro ispirazione prenda forma.
Immagine di apertura: Maya Lin Studio, Vietnam Veterans Memorial, Washington, D.C., US, 1982. Photo © Maya Lin Studio/courtesy of Library of Congress