Ma Yansong: la mia Domus 2026 affronterà la crisi dell’archiettura

Eclettico protagonista della nuova stagione dell’architettura cinese, il guest editor 2026 e fondatore di Mad si racconta, anticipando i temi che porterà con il nuovo anno della rivista.

Fondatore di MAD, nato a Pechino nel 1975, Ma Yansong è una delle voci più significative della nuova generazione di architetti globali e il primo cinese a realizzare un progetto iconico fuori dal suo Paese, le Absolute Towers in Canada. La sua visione risente delle forme organiche e della necessità di instaurare una nuova relazione con la natura.

La sua architettura si proietta così in un futuro che cerca un nuovo equilibrio tra società, città e ambiente, incarnando un’interpretazione contemporanea originale della sensibilità orientale per la natura. Il suo approccio, quindi, è in netta dissonanza con la modernità occidentale delle efficienti “scatole di fiammiferi” e rappresenta un tentativo di fondere i confini tra antropico e non, creando un ambiente che rifletta la natura circostante e, di conseguenza, lo spirito e l’anima delle persone.

Il concetto centrale della sua filosofia progettuale è la Shanshui City, che Ma Yansong ha espresso nel volume omonimo pubblicato nel 2014. Shanshui è un termine cinese che letteralmente significa “montagna e acqua” e fa riferimento a un genere di pittura paesaggistica che coinvolge più livelli di interpretazione. La visione di Ma non è solo estetica, ma anche concettuale: propone di ricreare un rapporto emotivamente armonioso tra persone e natura, tipico dell’antica cultura cinese, all’interno del contesto urbano moderno.

Molti dei suoi progetti, come l’Harbin Opera House, che si fonde con le zone umide circostanti, o le Absolute Towers con le loro forme sinuose e fluide, richiamano montagne, cascate o tronchi erosi dal tempo, dando vita a strutture geometriche complesse e organiche. Ma Yansong ritiene che l’architettura debba essere meno focalizzata sul capitalismo, sul potere e sulla tecnologia, e più sui sentimenti e sulle emozioni.

L’architettura dovrebbe essere incentrata sulla vita, fungendo da ponte culturale vettore di speranza e ottimismo. Il suo futuro, quindi, dovrebbe fondarsi su una cultura aperta e libera, non solo sulle strette logiche della professione.

Articolata in tre sedi – Pechino, Los Angeles e Roma – la sua riflessione si confronta con la grande scala della megalopoli, con l’ambizione di creare punti di riferimento pubblici, come il Culture Park sul lungomare di Shenzhen appena inaugurato o come il Lucas Museum of Narrative Art a Los Angeles, in fase di completamento: con le loro forme scultoree e visionarie, diventano parte integrante del paesaggio e dell’esperienza umana.

Foto Tian Fangfang. Courtesy MAD

Perché ha accettato l’invito a diventare guest editor di Domus per il 2026?
È sempre stata una mia aspirazione partecipare a questo progetto, dopo aver visto altri grandi architetti farne parte. Voglio condividere la mia visione con colleghi di tutto il mondo. Ho accettato perché ravviso una crisi nella pratica architettonica e, attraverso Domus, voglio esprimere idee e discutere lo stato della nostra professione.

Lei è il più giovane guest editor e il primo cinese. Bjarke Ingels è stato molto felice di questa scelta. Come riassume la sua ricerca?
Prima di essere un architetto, volevo fare il regista. Sono sempre stato attratto da narrative immaginifiche. L’aspetto concettuale e la visione sono la chiave per me, anche più importanti della mera costruzione. Crescendo a Pechino, sono stato influenzato dalla parte antica della città, dalle montagne e dai laghi. Immagino un futuro che non rinneghi le memorie del passato, come la vita felice che ho trascorso giocando in giardino. Voglio trovare un modo per comunicare con la natura nei miei prossimi progetti, anche nelle costruzioni moderne e di grandi dimensioni.

MAD opera in Cina, Stati Uniti ed Europa, con studi in tre diversi continenti a Pechino, Los Angeles e Roma. Qual è il rapporto tra queste sedi e le sue attività?
Tutto è iniziato nel 2005 con la vittoria del concorso per la realizzazione delle Absolute Towers in Canada, un punto di svolta perché nessun architetto cinese aveva lavorato in Occidente prima. Questo ha rafforzato il nostro interesse per un interscambio culturale globale. Il mio obiettivo era portare un nuovo concetto in questi luoghi. Mi sono chiesto: quale può essere l’apporto dei giovani architetti, che hanno studiato e imparato tanto dall’architettura occidentale? Questo rende l’interscambio tra questi due mondi un processo bidirezionale.

Foto Tian Fangfang. Courtesy MAD

Intellettualmente, dove si colloca rispetto ai direttori precedenti di Domus? Crede che l’architettura sia uno strumento politico o un mezzo per esprimere personalità e valori?
Sono alla ricerca di un cambiamento e di novità. Sono preoccupato perché le generazioni più giovani di progettisti stanno perdendo interesse per l’architettura. Credo succeda perché è diventata troppo limitata dalla definizione tradizionale e troppo conservatrice. Non sentono quindi di avere il potere di cambiare il modo in cui viviamo. Sono alla ricerca di nuove definizioni di architettura che possano allargare il campo d’azione e renderlo più rilevante per la società.

Parla di una crisi dell’architettura. Alla scorsa Biennale di Venezia, Carlo Ratti ha sostenuto che l’architetto non è più il leader, ma una figura in un gruppo di lavoro multidisciplinare. Cosa ne pensa?
Penso che abbia ragione. In passato, i professionisti lavoravano su un brief definito da politici o imprenditori. Ora, in Cina, con la rigenerazione urbana e l’enorme dinamismo che si è creato, i progetti sono così incerti che nessuno può fornire un brief concreto. L’architetto deve ampliare la professione e intervenire in ambiti come l’economia, il management e la pianificazione. Nel caso dei musei, per esempio, il progettista dovrebbe influenzare la definizione del contenuto e dell’esperienza, prima ancora di disegnare l’edificio.

Foto Li Yingwu

Lei è molto concentrato sui progetti culturali, come Tadao Ando. Perché questo interesse?
Mi piace la visione che esprimono. Considero lo spazio culturale come la chiave per le emozioni delle persone e per la durata di una società. L’architettura è parte della professione culturale. In Cina, siamo nel mezzo di un dibattito: vogliamo essere moderni, ma come appare il nostro futuro? Non vogliamo copiare l’Occidente, né ripetere il passato. Dobbiamo far crescere un bambino diverso rispetto alla storia e creare qualcosa di nuovo. Non mi interessa solo costruire un edificio, ma anche trovare la cultura che dobbiamo presentare e renderla significativa.

Come si svolge la sua giornata?
Quando sono a Pechino, mi sveglio alle 7 e vado in ufficio. Le mie giornate sono molto diverse, spesso con dolori da jet lag e riunioni. Quando sono in trasferta, tutto è più dinamico. Di recente ho viaggiato per un documentario in diversi luoghi (Roma, Copenaghen, Brasile, Giappone) per confrontarmi con interlocutori diversi e mostrare al pubblico cinese cosa c’è dietro l’architettura.

Foto Li Yingwu

C’è un problema globale sulle città: coprono il 7 per cento della superficie terrestre, producono il 75 per cento del PIL, ma anche il 75 per cento dell’inquinamento. Qual è la relazione tra città e resto del mondo in Cina?
In Cina, la relazione tra campagna e città è cruciale, con una rapidissima urbanizzazione. C’è stata una grande crescita lungo la costa e una legge per proteggere i terreni agricoli per garantire la sicurezza alimentare. Penso che sia giusto concentrare lo sviluppo in città e preservare la cultura locale dei villaggi, le diverse persone, i diversi climi e la storia. Non penso si debba portare la moderna cultura urbana in campagna.

Come vede il futuro dell’architettura e della società?
Penso che, a lungo termine, la comunicazione cambierà tutto. La distanza fisica non ha più lo stesso significato di un tempo. Credo che la chiave sia la comprensione reciproca tra le persone, che risolverà lo shock culturale. Nella mia architettura cerco sempre lo spazio libero, senza confini o divisioni. La libertà fisica è una priorità che porta a quella spirituale. La cultura deve essere aperta e libera. L’architettura, come parte della cultura, può aiutare a creare spazi che uniscono le persone, fanno comprendere il passato e guardare al futuro con speranza.

Immagine di apertura: Photo Li Yingwu

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