Entri nel grande cortile della Llotja de Mar e tutto sembra come sempre. Le arcate, la pietra, i portici, il brusio delle persone sedute ai tavolini. Hanno montato un palco in un angolo. Ma poi ti accorgi che c’è qualcosa di nuovo. Due bracci robotici danzano davanti a un gigantesco ledwall, incorniciati da un’arcata del porticato, muovendosi come creature vive mentre generano forme liquide e mutevoli nello spazio. È Astral Twin, una delle opere centrali di Sónar+D 2026. Di fronte, una strana cabina del telefono ricoperta di erba, alla base delle scale che si slanciano verso il primo piano. È la visione che ti fa capire che, per qualche giorno, uno dei palazzi più storici di Barcellona è diventato il luogo in cui il futuro prova a prendere forma.
Cosa succede se algoritmi, Buddha digitali e oracoli AI invadono un palazzo del Quattrocento?
Per l’edizione 2026, Sónar+D arriva alla Llotja de Mar, nel cuore di Barcellona. Tra installazioni immersive, intelligenza artificiale, robotica e arte digitale, uno dei palazzi simbolo della città si trasforma per alcuni giorni in un laboratorio dove immaginare il futuro.
Courtesy Sónar
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- La redazione di Domus
- 21 giugno 2026
«Bardo è una specie di stato intermedio», spiega uno degli espositori, una ragazza coreana, indicando una serie di video che scrollano come TikTok o Instagram. I protagonisti sono Buddha pixelati immersi in meme, feed infiniti e contenuti digitali. L’idea è mostrare la distanza tra il mondo fisico e quello virtuale, ma anche il fatto che ormai viviamo costantemente tra i due. È difficile trovare una definizione migliore per quello che accade nelle sale della Llotja durante Sónar+D. Il palazzo che per secoli ha rappresentato uno dei centri economici e commerciali del Mediterraneo per un weekend si trasforma in uno spazio sospeso tra passato e futuro, pietra e algoritmo, esperienza fisica e cultura digitale. L’opera, intitolata Bardo, è stata realizzata dall’artista coreana Jihyo Eom, arrivata appositamente da Seul per presentarla a Barcellona.
Quando le macchine imparano ad ascoltare
Sónar+D è la piattaforma del celebre festival di Barcellona dedicata all’incontro tra creatività, tecnologia e cultura digitale, da anni esplora questi territori ibridi, come avevamo già raccontato su Domus. Se nelle immense sale della Fira Gran Via il Sónar continua a essere soprattutto una macchina musicale che porta a Barcellona migliaia di persone per ballare fino all’alba — dai Prodigy a Kelis, da Skepta agli show audiovisivi di artisti come Reinier Zonneveld — nella Llotja de Mar il discorso cambia prospettiva. Qui l’attenzione si sposta sul rapporto tra spazio fisico e spazio digitale, tra memoria e algoritmo, tra rituali antichi e nuove forme di intelligenza artificiale. È il luogo dove il festival smette per un momento di chiedersi come suonerà il futuro e inizia a chiedersi come lo abiteremo.
Molte delle opere presenti sembrano condividere la stessa domanda: cosa succede quando attività profondamente umane vengono reinterpretate dalle macchine? A volte il risultato è sorprendentemente poetico. «Ti basta parlare per fare musica, raccontano Superbe, gli autori di From0, una delle installazioni più riuscite del percorso. La voce dei visitatori viene scomposta in sedici frammenti e affidata a una serie di pendoli che la restituiscono lentamente sotto forma di ritmo, armonia e movimento. Le parole si dissolvono, ma il suono rimane.
Courtesy Sonar
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In altre sale del palazzo, il rapporto con la tecnologia assume forme più intime. C’è un confessionale. Ma senza prete. A rispondere è l’AI. Anzi, la rilettura fatta dall’AI di Rosalia – la musicista per eccellenza dei nostri tempi qui a Barcellona è quasi una divinità. Il senso di questa confessione AI non è ricevere consigli o conforto, ma riflettere su un’abitudine sempre più diffusa. «La macchina non ti giudicherà», spiega l’autrice del Divine Device, Lola Liñán Fernández. E forse è proprio per questo che sempre più persone scelgono di raccontarle paure, dubbi o fragilità. Subito di fianco, c’è un piccolo cubo bianco attaccato a uno schermo e dei dispositivi. Witness Node di Marta Minguell Colomé rilegge le pratiche divinatorie dell’Africa occidentale attraverso computer vision, sensori e sistemi generativi. Un algoritmo produce sequenze di segni che il visitatore è chiamato a interpretare come messaggi personali. Il riferimento è all’Ifa, tradizione diffusa tra Ghana e Nigeria che utilizza combinazioni di simboli per produrre interpretazioni e predizioni. Alcune delle logiche che oggi associamo alla computazione esistevano già, sotto altre forme, molto prima dell’invenzione dei computer.
Come il futuro proverà a ricordarsi di noi
Non tutte le opere della Llotja guardano però al futuro. In una sala rivestita di legno, tra vecchi monitor CRT, tastiere ingiallite e un enorme volume delle World Wide Web Yellow Pages del 1996, Banner Depot 2000 sembra quasi una macchina del tempo. Il progetto recupera banner pubblicitari, pagine personali e frammenti del web degli anni Novanta attraverso l’archivio della Wayback Machine. Più che un esercizio di nostalgia, è un promemoria di quanto internet fosse diverso: più piccolo, più caotico, più umano. Un luogo che qualcuno immaginava ancora come una frontiera da esplorare e non come un’infrastruttura dominata da piattaforme, algoritmi e feed infiniti. In controluce, la stanza racconta anche la fine di un’utopia. Quella di una rete aperta e decentralizzata che per molti pionieri del web avrebbe dovuto rappresentare uno spazio di libertà e sperimentazione. È difficile non pensare alle parole scritte nel 1996 da John Perry Barlow nella sua celebre Declaration of the Independence of Cyberspace: «Governments of the Industrial World, you weary giants of flesh and steel, I come from Cyberspace, the new home of Mind». Trent’anni dopo, mentre Sónar mette in scena chatbot confessionali, oracoli algoritmici e intelligenze artificiali che ricostruiscono volti perduti, quella promessa appare lontanissima. Ma proprio per questo continua a esercitare fascino.
Linaje Recursivo di Sara Gallego-Alarcón è un progetto che immagina una sorta di archeologia del futuro. La sua autrice parte da una previsione inquietante: in un internet sommerso da immagini generate artificialmente, le fotografie scattate dagli esseri umani potrebbero diventare reperti. «Queste foto saranno considerate le ultime tracce dell’umanità», spiega. Attraverso migliaia di cicli di compressione, immagini di amici e familiari vengono progressivamente degradate fino a trasformarsi in fossili digitali. A quel punto interviene l’intelligenza artificiale, che prova a ricostruirle come farebbe un archeologo davanti a un frammento di passato.
Foto in apertura: Cecilia Díaz Betz