Quando nel maggio 2023 il futuristico Istituto di Igiene e Microbiologia di Berlino — noto con affetto ma anche con una certa apprensione come “Mäusebunker” (letteralmente “bunker dei topi”) — è stato salvato dalla demolizione, un sospiro di sollievo ha attraversato la comunità architettonica. Per anni, questo monumento in cemento contaminato dall’amianto aveva rischiato l’abbattimento, dopo che la sua funzione originaria di laboratorio per la sperimentazione animale era diventata obsoleta. Con il salvataggio all’ultimo minuto del Mäusebunker è emersa una questione fondamentale: se una struttura intimidatoria, tossica e altamente specializzata come questa può essere salvata, cosa rende gli edifici brutalisti “degni” di essere preservati, e in che modo?
Vale la pena salvare gli edifici brutalisti o sarebbe meglio demolirli?
Dal Mäusebunker di Berlino all’Ontario Science Centre di Toronto, passando per Londra e Boston: tra degrado, stigma sociale, costi ambientali e riuso adattivo, il destino del Brutalismo sta ridefinendo il significato stesso di conservazione architettonica.
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Courtesy Architecture-Tokyo.com
Foto © Felix Torkar. Courtesy of SOS Brutalism
Foto © Facundo Arrizabalaga. Courtesy of MyLondon.
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- Louis Soulard
- 10 giugno 2026
Nato nel dopoguerra come linguaggio della ricostruzione e di una nuova monumentalità democratica, il Brutalismo si è diffuso globalmente, dagli Stati Uniti al Giappone fino all’America Latina. Di conseguenza, le minacce che oggi affrontano questi edifici sono tanto diverse e complesse quanto i contesti geopolitici in cui sorgono: dall’invecchiamento strutturale all’obsolescenza sociale e funzionale, fino alla cancellazione politica.
Oggi molte di quelle strutture sono considerate obsolete, costose e socialmente problematiche. Javier Ors Ausín, Senior Manager dei Programmi Speciali presso il World Monuments Fund (Wmf), e Oliver Elser, curatore del Deutsches Architekturmuseum (Dam) e curatore del volume SOS Brutalism – A Global Survey (2017) ne hanno parlato con Domus.
Demolizione per abbandono: l’Ontario Science Centre di Toronto
L’Ontario Science Centre (Osc) di Toronto, progettato da Raymond Moriyama e inaugurato nel 1969, rappresenta un inquietante esempio di “demolizione tramite incuria”. A differenza di molte strutture monolitiche, l’Osc è un complesso articolato che scende armoniosamente nel burrone del fiume Don. Esibisce magistralmente le qualità del Brutalismo, utilizzando diverse texture di cemento grezzo alternate a forme monumentali e scultoree. Considerato il primo museo scientifico interattivo al mondo, possiede un profondo significato culturale per la comunità locale.
La conservazione non consiste nel resistere al cambiamento, ma nel gestirlo con intenzione e attenzione.
Javier Ors Ausín, Senior Manager of Special Programs del World Monuments Fund (Wmf)
Eppure, la minaccia che incombe su di esso è fortemente politica. Nel 2024, il governo provinciale ha improvvisamente chiuso la struttura, sostenendo che i pannelli porosi del tetto rischiassero il collasso sotto il peso della neve invernale. Donatori privati avevano persino offerto finanziamenti per i lavori, rifiutati però dal governo. Poiché il sito si trova all’incrocio di una nuova grande linea di trasporto pubblico, c’è chi accusa le autorità di aver sfruttato il degrado strutturale per demolirlo, consentendo di realizzare un mega-progetto sul lungomare sviluppato da privati.
Stigma sociale e fallimento: l’Aylesbury Estate di Londra
Forse la minaccia più difficile da combattere è il disprezzo pubblico nato dal fallimento sociale. In Europa, il design brutalista è stato spesso impiegato in enormi complessi di edilizia popolare che tentavano di concretizzare gli ideali urbanistici modernisti. L’Aylesbury Estate di Londra, progettato da Hans Peter “Felix” Trenton (1963–1977) è emblematico di questa lotta. Nato per ospitare famiglie socialmente vulnerabili, il complesso di blocchi in cemento doveva essere una soluzione utopica alla densità urbana. Invece, cronicamente sottofinanziato e afflitto da servizi carenti, è diventato sinonimo di grave disagio sociale.
Oggi il quartiere è oggetto di una demolizione progressiva, dopo che il consiglio comunale non ha valutato adeguatamente se il recupero potesse essere una soluzione praticabile. Questo ricorda la lunga “guerra civile” architettonica attorno ai Robin Hood Gardens di Londra, dove celebri architetti si batterono per salvare un simbolo del New Brutalism, mentre il 75% dei residenti desiderava la demolizione a causa dell’abbandono. “Quando un edificio ha fallito socialmente, ambientalmente, tecnicamente o economicamente, questi fallimenti devono essere presi sul serio” commenta Ors Ausín. “La posizione più responsabile non è salvare tutto o demolire tutto. È dimostrare il caso.”
Il risveglio: tra feticizzazione e pragmatismo
Nonostante queste difficoltà, l’opinione pubblica ha iniziato a cambiare. Nell’ultimo decennio è emersa una nuova improvvisa fascinazione per il Brutalismo. Guidato da campagne come Sos Brutalism e amplificato dai social media dove l’estetica brutalista ha spopolato, il movimento ha trovato un pubblico appassionato. Oliver Elser sottolinea che il termine “Brutalismo” è passato dall’essere un’etichetta negativa a un marchio di prestigio e uno strumento di marketing. Oggi vediamo scenografie brutaliste nei blockbuster cinematografici, brutalismo nelle caffetterie e persino nei ristoranti di lusso, come il Brutalisten di Stoccolma.
L’invecchiamento visibile del cemento mal mantenuto rende gli edifici duri e ostili, e mentre le generazioni più anziane li associano alla burocrazia del dopoguerra, pare che quelle più giovani, siano attratte dalla loro forza scultorea e dalla sincerità materica. Ma oltre all’estetica, esiste anche una forte motivazione pragmatica dietro questa riscoperta del brutalismo: l’ecologia. Il costo ambientale della demolizione è enorme. Le megastrutture brutaliste contengono immense quantità di carbonio incorporato. “Conservarlo, ripararlo, trasformarlo,” sostiene Elser, “dovrebbe essere la priorità assoluta. Solo in casi eccezionali dovrebbe essere consentita la demolizione.”
Il caso Lindemann e il riuso adattivo
Tra demolizione e conservazione integrale si sta affermando una terza via: la trasformazione.
L’Erich Lindemann Mental Health Center di Boston, progettato da Paul Rudolph negli anni Settanta, offre un modello particolarmente interessante. Capolavoro di cemento gettato in opera, era stato progettato per offrire un ambiente terapeutico rassicurante. Tuttavia, con il cambiamento delle strategie nell’ambito della salute mentale, il progetto altamente specifico di Rudolph è diventato anacronistico. I critici lo definirono “intimidatorio” e inadatto alle cure moderne.
Solo in casi eccezionali dovrebbe essere consentita la demolizione.
Oliver Elser, curatore del Deutsches Architekturmuseum (Dam) e curatore di Sos Brutalism - A Global Survey (2017).
Ma invece di procedere alla sua cancellazione, è stata scelta una strategia diversa: quella del riuso adattivo. Mantenere le strutture esistenti introducendo nuove funzioni residenziali e sociali, dimostrando che il valore architettonico può essere esteso attraverso la trasformazione piuttosto che tramite demolizione.
"Idealmente, siti di questo tipo dovrebbero integrare un piano di gestione della conservazione... Quando questa soglia è già stata superata, tuttavia, la riabilitazione ibrida diventa essenziale", sostiene Ors Ausín.
Gestire il cambiamento con l'intenzione
Il salvataggio del Mäusebunker e l’ambiziosa riqualificazione del Lindemann Center dimostrano che esiste un’alternativa.
La più grande minaccia oggi è la mancanza di immaginazione: l’idea che, se un edificio è imperfetto, deve necessariamente essere distrutto. “La conservazione non significa opporsi al cambiamento, ma gestirlo con intenzione e cura” conclude Ausín.
La sfida non è preservare tutto, né cancellare ciò che è scomodo. È “dimostrare il caso” e accogliere il cambiamento senza cancellare la memoria, costruendo un ambiente urbano più riflessivo, inclusivo e sostenibile per le generazioni future.
Immagine di apertura: Mäusebunker, Berlin. Foto © Felix Torkar. Courtesy of Sos Brutalism