In Sentimental Value, l’ultimo film di Joachim Trier, regista norvegese già autore di The Worst Person in the World, la casa occupa una posizione affettiva e simbolica decisiva. È il luogo in cui tutto converge e da cui tutto sembra voler fuggire. Uno spazio che pesa, che chiede di essere attraversato, che riporta i personaggi davanti a ciò che è rimasto irrisolto.
Presentato a Cannes lo scorso anno, dove ha vinto il Grand Prix speciale della giuria, e oggi tra i favoriti ai prossimi premi Oscar con nove candidature, il film nasce durante un tempo di passaggio anche per i suoi autori. Nei quattro anni necessari alla realizzazione del progetto, sia Joachim Trier che Eskil Vogt, co-sceneggiatore, sono diventati padri. Mettere al mondo una nuova generazione e, allo stesso tempo, confrontarsi con la vendita di una casa di famiglia in cui ne sono cresciute diverse sono esperienze che attraversano il film con una delicatezza mai pacificata, alimentando una riflessione profonda su ciò che davvero passa di mano tra genitori e figli.
In Sentimental Value la casa è un trauma: hai notato il dettaglio che cambia tutto?
C'è una casa al centro del film di Trier con 9 nomination agli Oscar: le pareti custodiscono tutto ciò che la famiglia non ha mai risolto, trasformando lo spazio domestico in una trappola emotiva.
Foto di Kasper Tuxen Andersen. Courtesy Lucky Red
Foto di Kasper Tuxen Andersen. Courtesy Lucky Red
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Foto di Kasper Tuxen Andersen. Courtesy Lucky Red
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- Francesca Chiacchio
- 30 gennaio 2026
Da fuori, la villetta tradizionale norvegese appare imponente, quasi stregata e abitata da presenze mistiche. Il legno rosso, il tetto a punta dal sapore gotico, la sensazione di una costruzione che ha visto troppo. Una casa che veglia dall’alto e che sembra trattenere qualcosa, come se il tempo si fosse addensato nelle sue superfici. Gli interni sono nordici nella loro forma essenziale, semivuoti, là dove l’ideale scandinavo dell’“hygge” si capovolge e diventa inquietante. Le stanze, perfettamente speculari alle esistenze dei protagonisti — prima abitate, poi svuotate, subito dopo di nuovo piene di presenze e l’attimo seguente spoglie, distrutte e ridipinte — ricordano certi spazi raffigurati dal pittore danese Vilhelm Hammershøi, capaci di rendere ogni assenza visibile.
Le fondamenta fragili della memoria
La voce narrante la introduce come una casa destinata a crollare a causa delle sue fondamenta fragili. Un’immagine che accompagna l’intero film e che riguarda tanto la costruzione quanto le relazioni che vi hanno preso forma. È qui che emerge il dettaglio che cambia la lettura dell’intera opera: la fragilità strutturale dell’edificio non è solo un problema materiale, ma la definizione stessa dei legami familiari, costruiti su fratture mai davvero riparate. Come suggerisce anche il filosofo francese Gaston Bachelard, la casa dell’infanzia continua ad agire dentro di noi molto dopo che abbiamo smesso di abitarla: resta impressa nei gesti, nei ricordi, negli angoli della memoria che resistono a ogni tentativo di rimozione.
Interpretata da Renate Reinsve, Nora, primogenita e attrice talentuosa, già durante l’infanzia è segnata dall’abbandono paterno e scrive un tema proprio su quella casa. Un gesto apparentemente semplice che anticipa la domanda che attraversa il film: restare o scappare dai luoghi della memoria? Tenerli stretti a sé insieme alla propria storia o venderli, permettendo che se ne costruiscano di nuove, lontane da noi?
Il valore affettivo che dà il titolo all’opera emerge subito come una forza ambigua. Alla casa spetta il compito più ingrato: trattiene e mette alle strette. Costringe i familiari a rapportarsi tra loro, li riporta su ferite mai rimarginate, a misurarsi con ciò che è stato trasmesso. Abitare significa rinunciare alla fuga dei ricordi, che si stratificano in quelle stanze quanto i traumi di tre generazioni, che prendono forma tra cinema e meta-cinema, in una chiara eredità bergmaniana.
Lo spazio come permanenza
Sono spazi che hanno ospitato vite diverse e che continuano a trattenere qualcosa di chi li ha attraversati. In questo senso, la casa funziona come una permanenza, nel senso più rossiano del termine (citando L’architettura della città): resta mentre le vite cambiano, mentre i rapporti si incrinano e tentano di ricomporsi. Non semplicemente conserva il tempo, ma ne custodisce le tracce, anche quando tutto intorno sembra voler andare altrove.
Osservare quella casa significa attraversare un dolore che sopravvive agli anni. Guardarla non permette di dimenticare. Le ferite madre-figlio e padre-figlia si tramandano, si ereditano, si schivano, si sovrappongono secondo dinamiche profondamente freudiane, in cui ciò che non viene elaborato ritorna sotto altre forme. Sentimental Value contiene la domanda che ogni sopravvissuto porta con sé: perché chi resta continua a vivere, ma a metà? Eppure nonostante ciò non è un film arrendevole. È una pellicola che lascia spazio alla speranza di potersi ricomporre nonostante le crepe, di ritrovarsi in un clima segnato dalla sfiducia, di abitare ancora, se non una casa, almeno una relazione, senza esserne completamente schiacciati.
La casa è “la perfetta sintesi di spazio e tempo”, come afferma lo stesso padre di famiglia interpretato da Stellan Skarsgård, descrivendo il piano sequenza finale del film che ambisce a realizzare, ultimo gesto della sua carriera registica. Una frase che sembra racchiudere il senso più profondo di Sentimental Value: la casa come luogo in cui il tempo si deposita e resiste, capace di custodire ma anche di ferire. Un luogo che obbliga a scegliere se restare, continuando a farsi male, o lasciarlo andare per poter, forse, ricominciare a vivere interi.