Svelato il tema della Biennale Architettura 2027: è proprio quello che ci aspettavamo da Wang Shu e Lu Wenyu

È “Do Architecture” il tema della prossima Biennale di Architettura di Venezia, affidata a Wang Shu e Lu Wenyu: un invito a tornare alla materia, al cantiere e alla coesistenza concreta tra memoria, innovazione e progettazione contemporanea.

Con “Do Architecture — La possibilità di coesistenza nella realtà reale”, la 20esima Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia sembra voler archiviare l’idea di un esercizio prevalentemente teorico, speculativo o spettacolare. Annunciato da Pietrangelo Buttafuoco insieme ai curatori Wang Shu e Lu Wenyu, il titolo della Biennale Architettura 2027 — in programma dall’8 maggio al 21 novembre — suona come una dichiarazione di metodo. Lo stesso che Amateur Architecture Studio ha portato avanti dalla sua fondazione. La Biennale di Wang Shu e Lu Wenyu introduce il ritorno al cantiere, alla materia, alla costruzione come luogo reale in cui le contraddizioni si misurano e, forse, si risolvono.

Amateur Architecture Studio, Ceramic House, Jinhua City, 2006

Courtesy Amateur Architecture Studio

Amateur Architecture Studio, Ceramic House, Jinhua City, 2006

Courtesy Amateur Architecture Studio

Amateur Architecture Studio, Ceramic House, Jinhua City, 2006

Courtesy Amateur Architecture Studio

Amateur Architecture Studio, Ceramic House, Jinhua City, 2006

Courtesy Amateur Architecture Studio

Amateur Architecture Studio, Ceramic House, Jinhua City, 2006

Courtesy Amateur Architecture Studio

Le domande poste dai curatori sono tanto essenziali quanto radicali: “Territorio e architettura possono davvero convivere? Possono i materiali naturali e i saperi artigianali locali superare le barriere concettuali e tecniche, fino a diventare componenti essenziali della progettazione e della costruzione contemporanee? Memoria e innovazione possono coesistere dialetticamente? La progettazione e la costruzione moderne, orientate all’efficienza, possono convivere con un approccio artigianale più lento e profondo? E il conflitto tra modelli di sviluppo urbano e rurale può essere risolto?” si chiedono Wang Shu e Lu Wenyu. La coesistenza evocata dal titolo non viene presentata come una formula conciliatoria, ma come una condizione conflittuale da costruire fisicamente, attraverso il progetto. “L’architettura non è soltanto qualcosa di cui discutere, ma soprattutto qualcosa da fare in prima persona”, dichiarano, rivendicando una “filosofia del fare” capace di confrontarsi con “la realtà reale”. Una formulazione volutamente anti-astratta, che sembra prendere le distanze da un’idea effimera dell’architettura.

Amateur Architecture Studio, Ningbo History Museum, Ningbo, Cina, 2008

Photo © Lv Hengzhong

Amateur Architecture Studio, Ningbo History Museum, Ningbo, Cina, 2008

Photo © Lv Hengzhong

Amateur Architecture Studio, Ningbo History Museum, Ningbo, Cina, 2008

Photo © Lv Hengzhong

Amateur Architecture Studio, Ningbo History Museum, Ningbo, Cina, 2008

Photo © Lv Hengzhong

Amateur Architecture Studio, Ningbo History Museum, Ningbo, Cina, 2008

Photo © Lv Hengzhong

Amateur Architecture Studio, Ningbo History Museum, Ningbo, Cina, 2008

Photo © Lv Hengzhong

La scelta appare perfettamente coerente con la ricerca progettuale dello studio e con la figura del premio Pritzker Wang Shu, che da neolaureato ha iniziato a lavorare nei cantieri con i costruttori e gli operai, proprio per acquisire l’esperienza che lo ha reso l’architetto del Ningbo History Museum e del Campus Universitario della China Academy of Art di Hangzhou. Nei progetti del duo, la memoria non viene mai evocata come repertorio nostalgico: viene rimessa al lavoro, trasformata in materia operativa, utilizzando materiali e pratiche della tradizione locale cinese in modo contemporaneo. Ecco che la costruzione diventa il luogo in cui si negoziano frizioni apparentemente inconciliabili: artigianato e innovazione, rovina e progetto, permanenza e mutazione. Dopo edizioni che hanno interrogato l’architettura attraverso lenti geopolitiche, climatiche e speculative, “Do Architecture” sembra riportare il focus sul gesto elementare del costruire. È un cambio di tono significativo: meno manifesto, più pratica; meno narrazione sistemica, più attrito con la materia. La questione, ora, è come questa impostazione si tradurrà nello spazio espositivo veneziano. Se la sfida lanciata dai curatori sarà raccolta, la Biennale 2027 potrebbe diventare il luogo in cui verificare se la cultura architettonica è ancora capace di produrre conoscenza attraverso il fare, e non soltanto attraverso il suo racconto.

Immagine di apertura: Wang Shu Lu Wenyu © La Biennale di Venezia - foto ASAC- Matteo Losurdo