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Il Diavolo veste Prada 2 racconta la moda di oggi meglio di quanto la moda sa fare

A vent’anni dal primo film, tra influencer, crisi editoriale e nostalgia, il sequel torna a raccontare un sistema che è cambiato ovunque pur senza ambizioni autoriali.

All’alba “dell’epidemia” dei fashion blogger, nel 2011 Franca Sozzani li descrisse in un famoso editoriale su Vogue.it come persone “senza nessun background culturale di moda”. Criticò il loro approccio “naif ed entusiasta”, sostenendo che le loro opinioni non avessero valore per gli addetti ai lavori. Aveva individuato il nemico principale dell’ancien régime, dove la gerarchia di un giornale nel giudizio non è più tanto potente quanto la democrazia della viralità social.

E chissà cosa avrebbe detto oggi guardando la première italiana de Il Diavolo veste Prada 2, popolata di influencer e creator e già altrettanto criticata per invitati, outfit e atteggiamenti poco consoni.

David Frankel, Il Diavolo veste Prada 2

Sono passati quasi vent’anni dal primo capitolo del 2006. Un tempo in cui la moda sembrava ancora potersi raccontare attraverso pochi gatekeeper, e l’editoria dettava il ritmo dell’immaginario. Oggi, quello stesso sistema è esploso, frammentato, redistribuito. Ma non per questo è diventato più chiaro.

Nonostante questa trasformazione radicale, lo sforzo di adattarsi al cambiamento digitale appare ancora in costruzione, forse perché quella paura sottostante di perdere autorevolezza si sta lentamente concretizzando. L’anteprima italiana è solo una delle prove reali di un cambiamento che si è visto prima sul red carpet e poi, subito dopo, sul grande schermo.

E invece il diavolo è tornato a vestire Prada, mentre il sistema stesso sembra non vestire più nessuno, se non attraverso svendite sempre meno private.
David Frankel, Il Diavolo veste Prada 2

L’attesa è finita, dopo anni di rumors e resistenze delle protagoniste a tornare in quei ruoli. A dirla tutta, non si è mai davvero scalpitato così tanto per un sequel: quella favoletta dolceamara sembrava già chiusa.
E invece il diavolo è tornato a vestire Prada, mentre il sistema stesso sembra non vestire più nessuno, se non attraverso svendite sempre meno private.

Dal 2006 il film originale ha dato forma a un immaginario globale, trasformando una realtà spesso crudele in un sogno luccicante. L’atteggiamento “da Diavolo veste Prada” è diventato una categoria: un modo per descrivere colleghi snob, intrisi di cattiveria ed elitismo. Oggi lo consideriamo arcaico, eppure continua a riaffiorare. È qui che il film dimostra di non essere mai davvero invecchiato.

David Frankel, Il Diavolo veste Prada 2

Cosa è cambiato davvero (e cosa no)

Il secondo capitolo ruota attorno a una domanda semplice: cosa è successo in questi vent’anni nella moda e, soprattutto, nell’editoria?

Se il mercato è saturo, forse anche questa icona pop ha una responsabilità: ha avvicinato milioni di persone al settore, trasformando un mestiere in aspirazione di massa. Eppure, oggi che le dinamiche tossiche di quel mondo sono emerse, quella narrazione non è più così seducente.

Avevamo bisogno di un sequel? Sì, perché la moda, pur essendo ovunque, fatica a raccontarsi in modo coerente.

David Frankel, Il Diavolo veste Prada 2

Il film diretto ancora da David Frankel, con il ritorno di Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci, non è un racconto d’autore in senso stretto, ma proprio per questo riesce a essere meno frammentato della realtà che descrive.

Runway, da simbolo di un’editoria potente e strutturata, prova ora a sopravvivere tra social media, fast fashion e una body positivity spesso solo dichiarata. E serviva ancora Miranda per dirlo senza filtri.

Un sistema che si è svuotato

C’è qualcosa di ancora accattivante che regge la curiosità. E, che piaccia o meno, questo sequel serve a raccontare cosa è davvero mutato dal primo film, quali stereotipi sono rimasti, e quali cambiamenti sono stati solo cosmetici.

Al di là della crisi editoriale, che qui non è finzione ma esperienza condivisa, il film resta in superficie, ma lo fa consapevolmente: attraversa i cliché senza banalizzarli, li espone e li svuota.

Il Diavolo veste Prada 2 è, in fondo, l’anatomia pop di un sistema esaurito.

Questo cult continua a essere necessario perché la moda non riesce più a costruire da sola una narrazione credibile di sé. E allora ha ancora bisogno di un racconto pop, imperfetto e accessibile, per spiegarsi.
David Frankel, Il Diavolo veste Prada 2

Nella moda il prodotto è diventato secondario; nell’editoria, la rivista lo è ancora di più. Runway è ormai un brand, mentre il supporto fisico si assottiglia fino quasi a scomparire. Una dinamica familiare: chi produce, chi consuma e anche chi si è sempre sentito fuori dal sistema finisce comunque per esserne parte.

Come Lauren Weisberger, anche Andy continua a immaginare di scrivere un libro sul suo capo. È qui che il cerchio si chiude, riportando tutto a una dimensione vissuta.

David Frankel, Il Diavolo veste Prada 2

Questo cult continua a essere necessario perché la moda non riesce più a costruire da sola una narrazione credibile di sé. E allora ha ancora bisogno di un racconto pop, imperfetto e accessibile, per spiegarsi. Anche quando quel racconto, ormai, parla di un glamour che sta lentamente perdendo mordente.

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