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Gli oggetti non ci bastano più: li riempiamo di altri oggetti

Gli oggetti non sono più definiti dal loro design, ma si stanno trasformando in micro-architetture e impalcature per altri oggetti. Dalle cover ai charm, il massimalismo tascabile come nuova progettualità dell’identità.

Oggetto su oggetto, volume su volume: è così che prende forma una delle immagini più riconoscibili della contemporaneità.

L’oggetto nudo sembra aver perso la propria legittimità estetica. Se il design del Novecento ha lottato per la pulizia delle linee e la sottrazione dei volumi, l’attuale scenario dei consumi si muove in direzione opposta, verso una saturazione che potremmo definire hardware emotivo.

Non basta più che un oggetto assolva alla sua funzione primaria; deve trasformarsi in supporto, in impalcatura pronta a ospitare una proliferazione di micro-accessori.

Il porta rossetto di Louis Vuitton

Il caso più emblematico è l’evoluzione della cover per smartphone. Nata come protezione invisibile o guscio grafico, oggi si è strutturata in una vera e propria micro-architettura del palmo. Il fenomeno delle cover dotate di lip case, cioè porta-lucidalabbra, o di agganci per ciondoli e portacarte trasforma il device piatto in un volume tridimensionale. Il telefono non è più soltanto uno strumento, ma un modulo abitativo per altri oggetti.

Questa tendenza riflette anche un’ansia da prestazione dell’oggetto stesso: l’incapacità di lasciarlo solo, privo di un potenziamento visibile.

Foto @j._.mooon da Instagram

Il dettaglio del dettaglio

Questo massimalismo tascabile agisce come un segnale. In un panorama digitale dove le interfacce sono tutte uguali, il posizionamento sociale si sposta sul dettaglio del dettaglio. Non è più la borsa o l’abito a definire l’appartenenza a una tribù estetica, ma il gadget iper-specializzato che vi è appeso.

Il ciondolo di design, il porta-burrocacao coordinato alla borraccia, il laccio-gioiello diventano segnali di rango che comunicano una cura quasi maniacale per la composizione del sé.

Foto @marianne_theodorsen da Instagram

C’è però un paradosso architettonico in questa sovrabbondanza – più la nostra vita si dematerializza nel cloud, più cerchiamo rifugio in una materia tattile, ingombrante, colorata.

Il gadget fisico funge da ancora: è qualcosa di pesante e manipolabile in un mondo di scambi invisibili. È una reazione alla perfezione liscia e asettica del digitale; cerchiamo l’attrito, la sovrapposizione, la stratificazione.

Quando anche il libro diventa supporto

Questa rincorsa all’accessorio dell’accessorio sta ridisegnando anche il nostro rapporto con lo spazio privato.

La tendenza travalica i device digitali per colonizzare persino l’analogico, trasformando il supporto culturale in un palcoscenico di micro-design.

Foto @coach da Instagram

È il caso dei bookcharm, i piccoli gioielli da appendere alla rilegatura dei libri, consacrati viralmente dalle immagini di Elle Fanning intenta a leggere in metropolitana Ragione e sentimento di Jane Austen. Qui il gadget compie un’operazione di design semantico: non aggiunge nulla alla funzione della lettura, ma trasforma l’oggetto-libro in un accessorio moda coordinato al corpo. La lettura smette di essere un atto puramente intellettuale e privato per diventare una performance visiva, dove il dettaglio pendente certifica l’appartenenza a una specifica estetica della cura.

Se questa tendenza alla gadgettizzazione continuerà a espandersi, saturando ogni superficie disponibile del quotidiano, il rischio è che l’oggetto scompaia sotto il peso delle sue stesse estensioni. Forse, in questa saturazione di micro-volumi, la profezia è già scritta: una moltitudine di gadget finirà per seppellirci.

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