La giacca Carhartt di Mamdani: una tempesta di neve e il linguaggio silenzioso del potere

New York è sotto la tempesta e il nuovo sindaco si presente con un capo dell’azienda che negli USA è sinonimo di abbigliamento da lavoro. Riaprendo il discorso sul rapporto tra estetica, lavoro e potere politico.

Durante la prima grande tempesta di neve dell’inverno newyorchese, il neo-eletto sindaco Zohran Mamdani non si è limitato a comparire dietro un leggio. Ha parlato ai cittadini invitandoli a restare a casa e leggere Heated Rivalry, il romanzo da cui è tratta la serie più chiacchierata del momento.

Lo ha fatto indossando una giacca Carhartt, una Full Swing Steel pensata per resistere davvero al freddo, acquistata da Dave’s New York, negozio di abbigliamento da lavoro e uniformi a Chelsea, e successivamente personalizzata dall’azienda di ricami Arena Embroidery, con sede a Brooklyn, sotto l’attenta supervisione del team del sindaco.

Poche ore dopo, la stessa giacca lo accompagnava mentre spalava la neve nei quartieri della città. 

Questa custom, che ha fatto tanto parlare di sé nelle ultime ore, aveva tutti i presupposti per non passare inosservata, soprattutto al netto del valore simbolico di questa scelta. Sul petto, al posto di un logo tradizionale, compare la scritta “The City of New York”, trattata come un marchio istituzionale ma senza enfasi grafica; sul bicipite sinistro, in caratteri netti, la parola “Mayor”. All’interno del collo, nascosta e quindi leggibile solo da chi la indossa, la frase pronunciata dallo stesso sindaco nelle prime ore successive alla vittoria elettorale: “No problem too big, no task too small”. 

Non slogan da campagna elettorale, non call to action, ma una dichiarazione di postura, quasi un promemoria privato trasformato in dettaglio sartoriale. Il risultato non è merchandising politico (non c’è alcuna volontà di replicabilità o consumo) ma la costruzione consapevole di un oggetto unico, che usa il linguaggio dell’abbigliamento per articolare un’idea di potere operativo, presente, non separato dal lavoro.

Non è merchandising politico, ma la costruzione consapevole di un oggetto unico che usa il linguaggio dell’abbigliamento per articolare un’idea di potere operativo.

Perché Carhartt, negli Stati Uniti, non è un marchio neutro, e soprattutto non è intercambiabile. È workwear nel senso più letterale del termine: abbigliamento da lavoro, da cantiere, da fatica fisica. Un brand nato a Detroit alla fine dell’Ottocento, cresciuto fornendo tute, giacche e uniformi a operai, ferrovieri, soldati, donne impiegate nelle fabbriche durante la Seconda guerra mondiale.

La campagna del 2016 per i 127 anni di Carhartt che celebrava l'evoluzione del brand dal workwear a oggi

È qui che diventa necessario distinguere nettamente Carhartt Usa da Carhartt Wip, da cui prende bene le distanze, ovvero la declinazione europea e fashion del marchio, nata negli anni Novanta e progressivamente entrata nei circuiti dello streetwear globale. In Europa Carhartt è spesso associata a sottoculture urbane, collaborazioni di moda, riletture stilistiche del patrimonio workwear. Negli Stati Uniti, invece, resta legato a un immaginario blue-collar, concreto, funzionale. E la scelta di Mamdani vuole parlare esattamente questa lingua.

Non è la prima volta che il workwear entra nel guardaroba della politica democratica americana. Proprio perché radicato in un’idea di lavoro e di funzione, Carhartt è diventato negli anni un codice visivo utile a segnalare una certa prossimità, reale o aspirata, alla working class. Non si tratta di anti-estetica, ma di un’estetica che rifiuta l’ornamento per concentrarsi sulla credibilità.

Il grande sociologo Pierre Bourdieu, ne La distinzione, spiegava come gusto, cultura e potere non fossero mai fatti individuali, ma strumenti attraverso cui le gerarchie sociali si rendono visibili e si perpetuano. Nel contesto mediatico contemporaneo, questa intuizione risulta quasi profetica. L’estetica è diventata uno dei principali campi di battaglia simbolici della politica, spesso appannaggio delle destre, vedi Melania Trump, Nancy Reagan e la stessa famiglia Berlusconi, che hanno saputo usare l’immagine come promessa di ordine, successo e autorevolezza, riducendola però a puro status.

Eppure, almeno in questo oggi possiamo prendere spunto dagli USA, dove stile ed estetica possono essere anche strumenti progressisti. Dalla dinastia Kennedy in poi, l’abbigliamento ha spesso funzionato come estensione coerente di una visione politica, e oggi quella tradizione sopravvive in figure capaci di usare l’immagine con consapevolezza, senza che prendesse il sopravvento sul messaggio: Alexandria Ocasio-Cortez, Rawa Duwaji, la giovane first lady della Grande Mela, lo stesso Mamdani e Michelle Obama, che recentemente ha sfoggiato un look Chanel per la presentazione del suo libro, The Look, un'esplorazione fotografica proprio riguardante il suo stile.


Il confronto con l’Italia, a questo punto, diventa inevitabile. Qui la moda continua a essere percepita, soprattutto da una parte della classe dirigente, come un territorio frivolo, sospetto, ideologicamente compromettente. La sinistra ha spesso scelto di disertare il piano dell’immagine, confondendo l’estetica con il lusso e rinunciando così a uno degli strumenti più silenziosi del potere.
E se casomai si scegliesse di affidarsi a un’armocromista si viene subito condannati per la troppa superficialità, come insegna il caso Schlein. Il risultato è una marginalizzazione simbolica che non ha nulla di virtuoso.

In questo la giacca di Mamdani funge da promemoria. Ricorda che l’estetica non è un optional, ma un linguaggio politico a tutti gli effetti.

E forse è un segnale: serve tornare a costruire un’immagine del potere che sappia essere coerente, leggibile e, quando serve, capace di sporcarsi le mani?

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