Il Tamagotchi compie 30 anni: è stato il nostro primo compagno digitale

Dal gioco portatile alle notifiche affettive: come un oggetto degli anni Novanta ha anticipato la cura digitale contemporanea. 

Quando il Tamagotchi viene messo in vendita in Giappone il 23 novembre 1996, Bandai introduce sul mercato un oggetto che, nella sua apparente semplicità, intercetta una trasformazione radicale del rapporto tra soggetti, tecnologia e affetti. A distanza di trent’anni, quel piccolo dispositivo a forma di uovo si offre come un caso di studio privilegiato per una sociologia del design capace di leggere, in anticipo, le dinamiche che oggi chiamiamo economia dell’attenzione, interazione affettiva uomo–macchina e cura mediata dal digitale.

L’interfaccia del Tamagotchi

Il Tamagotchi nasce come oggetto esplicitamente orientato a un pubblico femminile preadolescenziale. La scelta non è marginale: il gameplay ruota intorno a pratiche di accudimento – nutrire, pulire, consolare, vegliare – che rimandano a un immaginario di cura storicamente e culturalmente codificato.

Il Tamagotchi non vive senza attenzione, ma soprattutto muore per mancanza di essa.

La diffusione globale del dispositivo, lanciato nel resto del mondo il 1° maggio 1997, smentisce rapidamente questa segmentazione. Il successo è trasversale per età e genere, segno che il bisogno intercettato non è contingente ma strutturale: esercitare una responsabilità continua, minima ma incessante, verso un’entità dipendente.

Tempo, attenzione, dipendenza

Il nome stesso, Tamagotchi, condensa questa logica. “Tamago” – uovo in giapponese – e “watch” – orologio da polso – compongono un oggetto che è al tempo stesso nascita e tempo, potenzialità vitale e scadenza. Il Tamagotchi non vive senza attenzione, ma soprattutto muore per mancanza di essa. È qui che il design compie il suo gesto più radicale: rendere la cura una funzione temporale, scandita da notifiche primitive, suoni, richiami visivi. Una logica che, depurata della sua forma ludica, diventerà centrale nell’ecosistema degli smartphone, delle app e dei sistemi digitali basati sulla continuità dell’interazione.

Le vecchie confezioni dei Tamagotchi fanno ancora impazzire il mercato dell'usato

Nei primi due anni Bandai vende oltre 40 milioni di unità. Dal 2004, con la seconda generazione, il dispositivo incorpora la connessione a infrarossi. I Tamagotchi possono incontrarsi, accoppiarsi, generare discendenze. Tra il 2004 e il 2007 vengono pubblicate 37 edizioni diverse. L’oggetto smette di essere monadico e diventa relazionale: una micro–società portatile. È un passaggio cruciale, perché anticipa la traslazione dall’animale domestico virtuale alla piattaforma sociale.

Dalla cura individuale alla piattaforma

Il coinvolgimento emotivo prodotto da questa interazione è tutt’altro che trascurabile. Durante il picco di popolarità, tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, si diffondono cimiteri virtuali per Tamagotchi e, in alcuni casi, spazi reali dedicati alla loro “sepoltura”. La letteratura popolare parla di “effetto Tamagotchi” per descrivere il legame affettivo che si instaura tra utente e creatura digitale. Un legame che, per molti bambini, rende la morte dell’avatar un’esperienza di lutto autentico.

Il design dei primissimi Tamagotchi del 1996

Non a caso, il Tamagotchi è investito fin dall’inizio da polemiche. La rappresentazione della morte – un fantasmino che sale dal corpo e una lapide sullo schermo – viene giudicata eccessiva per un pubblico infantile. Anche la possibilità di far rinascere l’animale infinite volte è accusata di banalizzare la perdita.

Dal 2008 in poi, con l’introduzione dei modelli a colori e, successivamente, delle app per smartphone (2013), l’esperienza si espande ma perde progressivamente la sua rudezza originaria. L’ultima fase, tra il 2018 e il 2019, propone ecosistemi complessi, più personaggi, connessioni globali. Parallelamente, il brand si frammenta in collaborazioni e versioni tematiche – da Star Wars a Evangelion, da Jurassic Park ad altri universi narrativi – trasformando un dispositivo fondato sull’urgenza della cura in una superficie narrativa replicabile, dove l’affetto diventa stile e la responsabilità un’opzione.

I Tamagotchi Connection usciti nel 2004

Il Tamagotchi oggi è dappertutto e, proprio per questo, perde il suo carattere di oggetto assoluto. Ma è proprio questa dispersione a renderlo un antecedente decisivo: non più un artefatto da custodire, bensì un modello relazionale che sopravvive nei sistemi digitali contemporanei, dove la cura non si consuma in un gesto, ma si diluisce in una presenza continua, intermittente, mai del tutto risolta.

Tutte le immagini: Courtesy Bandai