Andrea Bajani: tra scrittura e naufragio in una casa a picco sul mare

Una casa in prestito sul golfo di Camogli diventa la nave e il faro di una scrittura in burrasca dopo la fine di una storia d’amore importante. Ogni promessa racconta l’avventura di un naufragio scampato.

Non ho mai saputo a chi appartenesse esattamente la casa a picco sul mare di Camogli, e neppure ho mai pensato d’indagare. Ma è un fatto che per un paio di inverni – credo fosse intorno al 2009 – mi fece da faro per una scrittura in burrasca. E non importa che fossi io sulla terraferma e il mare fosse di fronte, perché fu soltanto il guardarlo che riuscì a pacificare le onde impetuose che dentro i miei fogli travolgevano ogni argine che tiravo su con le parole. 

Dell’appartamento non mi chiesi mai nulla, arrivò semplicemente con un mazzo di chiavi dentro una busta da lettera. Era la risposta a una richiesta d’aiuto che gli amici ti risparmiano di formulare, ma intuiscono dalla voce e dai gesti. Un’amica me la consegnò a mano, alla fine di una visita, e mi disse solo: “Può essere un buon posto per scrivere”. Le domandai se era sua, e mi disse di no. Era di persone che avevano a cuore i libri e la letteratura. Ogni altra domanda (“Sanno che io ci andrò a scrivere?”, “Posso scrivere due righe per ringraziare?”, “Quanto costa?”) finì inghiottita da un sorriso che non ammetteva insistenza. 

Quella su cui stavo era una nave, e sedermi al tavolo a scrivere era una forma di ostinazione.

Che quella casa fosse abitata lo dicevano alcuni dettagli – espadrillas da donna, scarpe da ginnastica da uomo, una libreria aggiornata, bicchieri da vino nello scolapiatti –, ma l’arredo era da soggiorno estivo più che da residenza. Non c’erano foto, come mi sarei aspettato, e l’odore che si respirava era un intreccio della canapa dei tappeti e della salsedine che dava uno strato più opaco all’intonaco sulle pareti. 

Ci andai due o tre volte e la sensazione di naufragio rimase sempre la stessa. D’altra parte, il mio naufragio era reale: una convivenza di otto anni era appena finita dopo un’agonia lancinante. Il romanzo che stavo scrivendo, come per conseguenza, se n’era rimasto sul ciglio, affacciato sul baratro a chiedersi che ragione ci fosse per trascinarsi in avanti e portare da qualche parte la storia. E la storia era – va da sé – quella di una coppia che, sulla carta, si dibatteva per non dissolversi. Avevo sempre pensato che scrivere fosse un modo per tenere insieme ciò che la vita minava, eppure era evidente che finzione e realtà erano andati a schiantarsi contro la stessa scogliera. 

Illustrazione Carme Martínez
Illustrazione Carme Martínez

Ad aggiungere naufragio a naufragio, ci pensò la casa. Costruito come un’infilata di tre stanze, l’ultima delle quali si apriva sul golfo, l’appartamento era tutto in pendenza. Ogni mattina mi svegliavo e, per così dire, scendevo in cucina. Dalla piccola cucina poi risalivo su per andare in bagno, in fondo alla casa. Il mare, che cominciava dove la finestra finiva, e quel pontile che percorrevo per spostarmi tra le stanze, mi davano il beneficio di una nausea che, come per paradosso, rendeva sopportabile il mio naufragio. Quella su cui stavo era una nave, e sedermi al tavolo a scrivere era una forma di ostinazione. Anche allora sapevo che le uniche scialuppe di salvataggio erano le barche di carta che costruivo battendo con le dita sui tasti. 

A metà mattina scendevo sulla terraferma, in piccoli attracchi di poco meno di un’ora. Quello che trovavo era la costa d’inverno, i ristoranti chiusi, la terrazza deserta e una spiaggia che solo in gennaio sembrava qualcosa di più di una striscia di sassi. Mi sedevo a un caffè, in un misto di sbalordimento per quell’abisso che a furia di scrivere mi scavavo da solo e di gratitudine per quel cielo e quel mare. Quasi sempre, poi, mi raggiungeva la mia amica, che prima si beveva il suo caffè silenziosa, e dopo mi offriva una specie di fune. Solo allora, aggrappandomici, riuscivo a venire fuori da me stesso. Ridere insieme, sentirla parlare, era il tepore che soltanto la vita, con le sue fiamme di poco conto, concede. 

Dell’appartamento non mi chiesi mai nulla, arrivò semplicemente con un mazzo di chiavi dentro una busta da lettera.

A fine settimana chiudevo la casa, me ne andavo in stazione e poi un treno regionale mi riportava a Torino. Perché tornassi, quando non c’era più nessuno ad aspettarmi, non mi era chiaro allora e non mi è chiaro tutt’ora. In fondo, credo mi volessi aggrappare a quella forma di pendolarismo – quello tra la scrittura e la vita – che consente di pensare alla scrittura come una vita di scorta. Se avessi evitato quei ritorni (lo scompartimento, gli altri passeggeri, la stazione, il tram all’arrivo, la posta da sfilare dalla cassetta) e mi fossi consegnato alla scrittura, sarei finito come Giona nella balena. Perso, scomparso, con la presunzione di essermi finalmente trovato. 

Dopo due inverni, smisi di chiedere alla mia amica di farmi salire a bordo di quella nave affacciata sul golfo di Camogli. Non so dire se scelsi la vita, ma certo la vita mi riacciuffò e mi trattenne sulla terraferma più a lungo di quanto avrei mai pensato. Un nuovo amore diede di nuovo la carica al tempo, e anche quei personaggi che non sapevano che fare di sé ripresero fiducia e tentarono una qualche via verso la felicità. Restarono personaggi ammaccati, segnati dal dolore e dalla fatica, e quel libro – Ogni promessa – divenne in qualche modo la storia di un naufragio scampato. O forse solo di un salvataggio o di un’illusione, che quel nuovo amore mi offriva. 

Di quella casa e dei suoi proprietari non chiesi mai nulla. Rimase un segreto di cui tutti eravamo a conoscenza. Non parlarne fu solo una forma di discrezione e di libertà: nessun vincolo, nessun debito, solo la gratitudine presente e futura. Per parte mia, mantenni il segreto dimenticando tutto. Se oggi andassi a cercarla non la troverei, non ho memoria della porta d’ingresso, delle scale o della parte del paese in cui era dislocata. Ma l’orizzonte che vedevo sul mare, quando mi aggrappavo al timone dell’ennesima storia, quello mi è rimasto impigliato nello sguardo.

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